La guerra e la frattura nella sinistra

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Sappiamo già che questa guerra avrà conseguenze devastanti per il futuro dei popoli. Sul piano sociale e politico, gli effetti della guerra saranno ancora più gravi, perché risulterà interrotto o rallentato il flusso unificante di una società civile globale, fatto di scambi culturali e di benefici influssi reciproci e verranno amputati quei processi sovranazionali di democratizzazione che rappresentano gli unici fattori, veramente efficaci, per trasmettere germi democratici anche nei così detti regimi “autocratici”.

Con il passare dei giorni, appare sempre più evidente che questa guerra distruttiva, ha prodotto una frattura nella sinistra. Parliamoci chiaro e senza infingimenti.

Sappiamo già che questa guerra avrà conseguenze devastanti per il futuro dei popoli, a diversi gradi e per molte ragioni. Sotto il profilo economico, le sanzioni deprimeranno il livello di vita dei sanzionati e degli stessi sanzionatori, mentre il rischio di una carestia nelle aree depresse del mondo, con prevedibili movimenti migratori, appare ormai una certezza.

In generale, ci avviciniamo a una regressione economica globale (anche se differenziata, perché i ricchi diventeranno più ricchi e i poveri più poveri), a una di quelle epoche della storia dove l’umanità torna indietro e che, perciò, rischiano di innescare ulteriori pericoli per la pace.

Sul piano sociale e politico, gli effetti della guerra saranno ancora più gravi, perché risulterà interrotto o rallentato il flusso unificante di una società civile globale, fatto di scambi culturali e di benefici influssi reciproci e verranno amputati quei processi sovranazionali di democratizzazione che rappresentano gli unici fattori, veramente efficaci, per trasmettere germi democratici anche nei così detti regimi “autocratici”.

La guerra in Ucraina non ha rivelato solo la fragilità dell’ordine mondiale e dischiuso nubi tempestose sul futuro, ma ha posto un problema culturale di singolare importanza. Anche se non sono mancate analisi lucide (in America e in Inghilterra, da Kissinger a Paul Kennedy a Jeffrey Sachs, o in Italia, con le posizioni espresse da Sergio Romano o da Romano Prodi), il Partito democratico, cioè il principale partito della sinistra italiana, e tutti i maggiori organi di informazione (Repubblica, Corriere, Stampa, per limitarci alla carta stampata), hanno fin dall’inizio adottato una posizione schematica, sostanzialmente coincidente con la National Security Strategy dell’amministrazione americana.

Si è così generato un clima di estesa aggressività verbale, con critiche stereotipate, condanne aprioristiche e persino irrisioni verso coloro che hanno sostenuto idee diverse e, aggiungerei, più comprensive. Con la guerra, abbiamo visto emergere alla luce del sole una ideologia che da circa un trentennio era cresciuta sottotraccia, senza particolari clamori, ma che ha via via trasformato il paradigma della sinistra italiana. È interessante osservare che questa metamorfosi ha riguardato sostanzialmente il mainstream, perché l’opinione pubblica, come risulta dai frequenti sondaggi, non sembra particolarmente sensibile a tali argomenti.
Come possiamo qualificare questa nuova ideologia? ‘’In generale – ha scritto Marcello Miste’ – si tratta di un liberalismo fuori tempo, non della grande tradizione liberale di cui il pensiero democratico non può che essere erede e continuatore, ma di quel liberalismo, neoconservatore o, d’altro lato, genericamente progressivo, che è sorto in Occidente negli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Questa ideologia presenta due caratteri specifici. In primo luogo, rifiuta il multilateralismo e l’interdipendenza sulla base di una lettura dicotomica del mondo contemporaneo (democrazie liberali-autocrazie), rinunciando a esaminare le analogie e le differenze tra le diverse forme politiche. Fin dai tempi più antichi (greci/barbari, cattolici/protestanti e così via) la raffigurazione dicotomica del mondo ha rappresentato una ideologia destinata, prima o poi, a tradursi in una logica di guerra’’.

Poi c’è la tendenza (particolarmente visibile nei talk televisivi) a restringere l’analisi di un evento a uno spazio di tempo puramente attuale (per esempio: aggressore/aggredito), senza allargare la visuale al processo di formazione del problema politico e alle sue prevedibili conseguenze. Con questi due princìpi rischia di determinarsi una frattura profonda nella cultura politica della sinistra, che ha sempre parlato il linguaggio dell’interdipendenza, del policentrismo, dell’analisi storica. Al di là degli aspetti ideologici, rischia di essere vanificata la principale acquisizione politica della sinistra italiana dopo il 1968, cioè la visione originale dell’unità europea.

Nello schema facile della dicotomia tra democrazie liberali e autocrazie si chiude così ogni spazio per pensare il futuro europeo, almeno in una ottica di progresso (Miste’).