HomeApprofondimentiLa memoria storica: cosa ci resta 33 anni dopo la Strage di...

La memoria storica: cosa ci resta 33 anni dopo la Strage di Capaci

È difficile appellarsi nuovamente alla memoria di Giovanni Falcone senza che si rischi di cadere in cliché, in parole scontate o già riviste, eppure a distanza di 33 anni dalla strage di Capaci, affinché la memoria diventi coscienza è dovere morale di tutti noi ricordare le opere, le parole e le azioni di coloro che  hanno fatto della loro vita una guerra contro la mafia. La memoria storica appartiene a tutti. Oggi sono 33 anni che hanno perso la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie, la magistrata Francesca Morvillo – unica donna della magistratura ad essere assassinata dalla mafia – e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Non è semplice spiegare la mafia in poche parole e in poco tempo. Servono anni di studi probabilmente per ricostruire, conoscere e comprendere il contesto in cui si sono sviluppate le mafie. Cosa Nostra in Sicilia è una mafia, la ’Ndrangheta in Calabria è una mafia, la Camorra in Campania e la Sacra Corona Unita in Puglia sono mafie e sono tutte diverse tra loro. Tanto più la mafia americana, quella russa, la yakuza giapponese e tutte le altre mafie, sono tutte mafie a sé e diverse tra di loro. Il dibattito sulla definizione stessa di mafia è ancora aperto nonostante decenni di studi. Nonostante questo tutti hanno qualcosa in comune tra loro.

La lotta alla mafia. 

La stagione delle stragi appartiene alla storia di tutti oggi. 

È sicuramente difficile celebrare la cerimonia del ricordo che ha la meccanica di una liturgia ormai. Falcone e Borsellino, ad esempio, si omaggiano sempre con una citazione, saccheggiando il repertorio dei loro pensieri. Però se a distanza di 33 anni questi uomini e questi pensieri, sono sulle nostre bocche e nei nostri pensieri, vuol dire che Falcone e Borsellino hanno davvero cambiato le coscienze. Giovanni Falcone ha cambiato la vita di tutti noi, di tutti quelli che sono venuti dopo di lui. Di tutti i giovani che lo hanno ascoltato e hanno ascoltato la sua storia.

La strage di Capaci, quella di via d’Amelio, la morte di Falcone, di Borsellino, di Chinnici, di Mattarella, di Della Chiesa, di tutti coloro che hanno dato la vita nella lotta alla mafia, hanno avuto un riverbero sulle coscienze, sui giovani e sulle nuove generazioni non solo al sud, ma in tutto il resto d’Italia, in tutto il mondo.

La mafia è un fenomeno criminoso sì, ma è anche un fenomeno sociale, politico ed economico. E coinvolge tutti.  Grazie a questi uomini, la lotta alla mafia non è stata più solo una forma di repressione e di giustizia, ma un movimento culturale e morale, che ha coinvolto tutti. Lo ha detto Paolo Borsellino, ricordando il suo amico Falcone, “bisogna puntare sui giovani, le nuove generazioni, le più adatte, proprio perché meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col male, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.”

I movimenti antimafia, nati proprio in seguito la strage di Capaci hanno smosso le coscienze, hanno rotto i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza della mafia, e si sono ribellati. Tutti si sono accorti che dimensioni hanno avuto la perdita di di personaggi come Falcone e Borsellino, perché tutti si sono accorti che dimensioni hanno avuto le loro vite e il loro lavoro. È per questo motivo che bisogna continuare a ricordare. 

Dopo stagione delle stragi fioccarono i movimenti antimafia.

Il più famoso dopo la strage di Capaci e di via d’Amelio fu il Comitato dei lenzuoli a Palermo, e poi Libera, il Comitato Addiopizzo, Uno dieci cento – l’associazione su Peppino Impastato ammazzato a Cinisi, che per primo gridò che la “Mafia è una montagna di merda” -. E ancora l’associazione Libero Grassi, il primo imprenditore siciliano che si ribellò al pizzo. Ma la Sicilia non è l’unica che si è battuta. 

In Calabria la Primavera Rosarnese, è stato il primo movimento nella lotta alla ‘ndrangheta ancora prima delle stragi di mafia. Negli anni ’80 il movimento antimafia si è fatto sentire dopo l’assassinio Giuseppe Valarioti, primo politico vittima della mafia calabrese. Valarioti è stato assassinato in un’agguato dalla mafia proprio nel 1980, al termine di una cena tenuta insieme ai compagni di partito per festeggiare una vittoria elettorale importantissima perché con quel voto i cittadini rosarnesi avevano dato sostegno a Valarioti e ai suoi Compagni, tra questi l’amico, Giuseppe Lavorato, diventato Sindaco di Rosarno. Grazie al loro impegno Rosarno è stato il primo Comune d’Italia a costituirsi parte civile in un processo antimafia. 

A Napoli nasce UNICA, l’Unione Nazionale Italiana della cultura Antimafia per promuovere la cultura antimafia e stimolare percorsi di cultura e formazione a partire dai giovani e dalle scuole.

L’elenco è infinito. Sono a centinaia i movimenti, le manifestazioni e le rivoluzioni – anche piccole – che hanno portato oggi i giovani a muoversi dopo la strage di Capaci. 

Molto è cambiato e molto c’è da fare. Nonostante qualcuno la consideri retorica, nonostante nella storia ci siano dei pezzi mancanti e si grida spesso alla  corresponsabilità politica e alla complicità dello Stato, la mafia ha commesso le stragi. E se è vero che c’è una mezza verità, e che questa sia una mistero e un segreto ben custodito, è per quella mezza verità che si continuerà a lottare, così che la coscienza resti viva.

«Sono morti tutti per noi, e abbiamo un grosso debito verso di loro e questo debito dobbiamo pagarlo, gioiosamente, continuando la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia, accettando in pieno queste gravose e bellissime verità: dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone È VIVO!» Paolo Borsellino, discorso alla Veglia per Giovanni Falcone (Palermo 20 giugno 1992)

- Spazio disponibile -
- Spazio disponibile -
- Spazio disponibile -
ARTICOLI CORRELATI

Le PIU' LETTE