La Metamorfosi di Scilla

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Foto: vaghis

La commissione d’accesso a Scilla rappresenta bene il simbolo di questa città. La statua di Scilla con la sua disperazione e il suo doloroso contorcersi ci racconta una storia di amori, gelosie e tragiche vendette. Come racconta Ovidio – Libro XIII in “Le Metamorfosi”.

“La sponda destra è infestata da Scilla, la manca dall’irrequieta Cariddi: questa inghiotte e rivomita le navi travolte, quell’altra ha un ventre nero circondato di cani feroci, ma viso di vergine e, se non sono tutte invenzioni le cose che ci tramandano i poeti, un giorno fu davvero una fanciulla.”

Scilla è il nome di una bellissima fanciulla (o ninfa – a seconda delle versioni-) che, come tanti altri personaggi mitologici, ha la sfortuna di incappare nelle persone sbagliate e di finire per colpa loro trasformata in un orripilante mostro. Scilla è anche un piccolo borgo calabrese che si affaccia sul Mar Tirreno e che prende il suo nome proprio dalla storia della ninfa e, più in particolare dall’omonimo promontorio, ed è proprio qui che troviamo la statua di Scilla, la bella ragazza/mostro, colta nel bel mezzo della trasformazione.

Infatti lo scultore ha scelto il bronzo per rappresentare Scilla nell’esatto momento della sua metamorfosi in mostro. Le sue gambe si stanno trasformando in lunghe diramazioni, simili a serpenti, che terminano in teste di cane dai denti aguzzi, tutte tranne una che diventa un pinna. Il braccio destro della povera ragazza si allunga verso l’alto e con la mano Scilla si afferra la testa in un gesto di evidente disperazione. Il braccio sinistro è abbandonato lungo il busto, la schiena è inarcata, tutte le linee della scultura mostrano tensione. La sofferenza della ragazza per la punizione inaspettata che sta subendo è lampante.

 La storia di Scilla ne “Le Metamorfosi”

Le sfortunate – vicissitudini di Scilla ce le racconta Ovidio, celebre poeta latino, nelle sue “Le Metamorfosi”, un poema epico-mitologico composto tra il 2 e l’8 d.C., in cui sono raccolte numerosissime storie incentrate sul fenomeno della metamorfosi.

Secondo Ovidio, Scilla era una favolosa fanciulla dagli occhi azzurri, che una sera, dopo essersi fatta il bagno in mare, assiste all’apparizione di Glauco, un dio marino mezzo uomo e mezzo pesce. Per Glauco è amore a prima vista. Scilla però la pensa diversamente. Le grandi spalle e braccia azzurre del dio, la sua chioma lunga fino alla vita, la barba color verderame e soprattutto i suoi arti inferiori a forma di pesce non generano nella fanciulla quel sex appeal, che Glauco vorrebbe e come darle torto povera ragazza? Nonostante le lusinghe, le promesse, le suppliche -un’insistenza degna del più abile degli stalker-, Scilla non degna Glauco di uno sguardo e se ne va indifferente. Il dio, arrabbiato e offeso, partorisce la geniale idea di rivolgersi alla dea-maga Circe, figlia del Sole, famosa per i suoi incantesimi e sortilegi. Le chiede di escogitare un modo per far cadere la ragazza fra le sue braccia: Quello che Glauco non aveva considerato -oltre al triangolo- è che Circe, preda di facili infatuazioni, è innamorata di lui e invece che vendicarsi sul dio per l’amore non corrisposto, se la prende con Scilla. Circe sa che la fanciulla è solita fare il bagno in una caletta presso Zancle -che sarebbe l’odierna Messina- e, con l’intenzione di avvelenare l’acqua in cui Scilla ama immergersi, si mette a preparare la sua pozione: trita erbe maligne dai succhi spaventosi, mentre pronuncia formule infernali. Spreme i liquidi delle erbe nell’acqua marina, “mormorando, nove volte per tre, una cantilena incantata, groviglio oscuro di misteriose parole”. Sconvolta e terrorizzata dal suo stesso corpo, la fanciulla trova riparo in una grotta lungo la scogliera del promontorio, dove vivrà il resto dei suoi giorni sfamandosi tramite le sue teste di cane di pesci e delfini malcapitati. La rabbia che prova per la sua sorte infame la spingerà però anche a nutrirsi di umani. I marinai che sulle loro imbarcazioni attraversano lo stretto di Messina devono vedersela infatti con due mostri: dal lato calabrese c’è Scilla che preleva gli uomini direttamente -e comodamente- dalle navi con le sue diramazioni canine; dal lato siciliano, troviamo Cariddi, un’altra ninfa trasformata in mostro, che con la sua gigantesca bocca risucchia l’acqua del mare e la rigetta fino a tre volte al giorno, mangiandosi naturalmente tutto ciò che trova all’interno -un po’ come una balena con il plancton-.

Scilla viene descritta in tre grandi poemi epici, che in ordine di comparsa sono:

“Odissea” di Omero (VI secolo a.C.)

“Eneide” di Virgilio (29 a.C.-19 a.C.)

“Le Metamorfosi” di Ovidio ( 2-8 d.C.)