La questione del referendum

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Credo che sia utile e necessario partecipare al referendum,  perché comunque il livello della partecipazione stessa e l’esito della votazione, che sarà in ogni caso contabilizzato, potrebbero forse indurre questo o il prossimo Parlamento a qualche seria riflessione sull’amministrazione della giustizia.

Da più parti, finalmente, si sta cercando di sollecitare l’opinione pubblica italiana distratta dalla pandemia, dalla guerra e dall’estate incipiente e, a Catanzaro, anche dalle elezioni comunali a considerare se e come votare ai referendum sulla giustizia.

È certamente difficile per un cittadino comune, non esperto di diritto, entrare nel merito di argomenti che con la loro importante valenza politica sono, tuttavia, molto sottili sul piano tecnico. Lo è ancor di più quando questioni delicatissime che necessiterebbero, al fine del raggiungimento di un sereno risultato, di un forte confronto in sede legislativa debbano, invece, essere affrontate con un referendum “abrogativo” che proprio sul piano tecnico non consente quell’accuratezza di normazione che sarebbe invece necessaria.

Ahimè questo e il limite dell’istituto referendario aggravato dalla necessità del raggiungimento di un quorum che, alla luce delle più recenti partecipazioni ai momenti elettorali, appare veramente difficile. Forse i padri costituenti non potevano prevedere che, nel corso dei decenni si sarebbe creata tra gli italiani una tale disaffezione al voto.

Io credo che sia, comunque, utile e necessario partecipare, perché comunque il livello della partecipazione stessa e l’esito della votazione che sarà in ogni caso contabilizzato potrebbero forse indurre questo o il prossimo Parlamento a qualche seria riflessione sull’amministrazione della giustizia.

Nel merito delle questioni su due cose credo di dover dire la mia sperando che possa esitare anche nell’orientamento di altri.

La prima è la separazione delle carriere dei magistrati. Non è più sopportabile che chi sostiene l’accusa possa essere non solo collega, ma addirittura intercambiabile con chi deve giudicare, vivere spesso negli stessi uffici, avere quotidiana frequentazione e soggetti allo stesso organo di autogoverno. Non è bastato far scendere il PM dal banco dei giudici: va fatto molto di più. La vittoria del SI’ a questo referendum non può risolvere definitivamente il problema, ma può mettere una “pezza” sollecitando il Parlamento ad una riforma costituzionale che prevede due diversi ruoli dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti con due diversi accessi, due regole diverse di carriera e due diversi organi di autogoverno ed entrambi con la garanzia dell’autonomia dal potere politico. Ciò permetterebbe di superare la principale obiezioni dei sostenitori del NO.

Filippo Veltri recentemente si è soffermato, ed io concordo con lui, sull’opportunità di valutare un atteggiamento positivo anche nell’altro quesito referendario sulla custodia cautelare per il rischio di “reiterazione del reato” certamente importante per una serie di reati gravi, ma del tutto inutile per reati minori e che serve solo a riempire le carceri e ad aggravare la situazione negli istituti di custodia e di pena.

Non sono abbastanza addentro alle altre questioni, ma cercherò di approfondire nei giorni che ancora mancano e così invito tutti a fare ricordando che qualche momento in più nella cabina elettorale potrà essere utile alla nostra civile convivenza.

Lino Puzzonia