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 La sinistra cerca disperatamente il centro: tanti aspiranti protagonisti, ma manca un progetto comune. Il modello Cannizzaro in Calabria

Da Renzi a Ruffini, da Gabrielli a +Europa, si moltiplicano le iniziative per conquistare l’elettorato moderato. Ma il campo largo rischia di perdersi tra ambizioni personali e divisioni. In Calabria, invece, l’esperienza politica di Francesco Cannizzaro offre un esempio diverso: aggregare, allargare e costruire una coalizione competitiva.

La politica italiana sta vivendo una curiosa stagione: tutti cercano il centro, tutti vogliono rappresentarlo, ma nessuno sembra ancora riuscire a definirne con chiarezza identità, confini e prospettive. Soprattutto nel centrosinistra, dove la costruzione di un’alternativa al governo Meloni sta producendo una proliferazione di sigle, candidature e progetti politici che rischiano di trasformare la ricerca dell’unità nell’ennesima occasione di divisione.

Dopo il tramonto dell’esperienza Magi-Tabacci, il panorama si arricchisce di nuovi protagonisti. Da +Europa agli esponenti di area democristiana, dall’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, sostenuto da Ernesto Maria Ruffini, fino a Matteo Renzi e Alessandro Onorato: sono numerosi coloro che aspirano a occupare quello spazio politico che dovrebbe intercettare moderati, liberali, cattolici e riformisti.

 

Il problema, tuttavia, non è quanti centri possano nascere, ma quale proposta politica siano realmente in grado di esprimere. Perché un conto è dichiararsi moderati, un altro è costruire una piattaforma condivisa, capace di dare risposte ai problemi del Paese.

Il cosiddetto campo largo si trova davanti a una contraddizione evidente: da una parte cerca di allargare il proprio consenso verso il centro, dall’altra deve fare i conti con le distanze politiche e culturali tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e forze rosso-verdi. Posizioni spesso difficili da conciliare, soprattutto sui temi economici, internazionali, della sicurezza e delle politiche industriali.

 

In questo scenario, la proliferazione di nuovi soggetti centristi rischia di accentuare ulteriormente la frammentazione. Ciascuno sembra voler costruire un proprio spazio, individuare un proprio leader e ritagliarsi una posizione nella futura architettura elettorale.

 

Il centrodestra, al contrario, sembra aver trovato una propria architettura politica.

 

Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega rappresentano culture e sensibilità differenti, ma hanno costruito un’alleanza che, pur tra inevitabili divergenze, mantiene una riconoscibile identità comune.

 

Forza Italia, con Antonio Tajani, continua a rappresentare l’area liberale, europeista e moderata, raccogliendo l’eredità politica di Silvio Berlusconi. La Lega di Matteo Salvini conserva una forte impronta territoriale e identitaria, mentre Fratelli d’Italia, guidata da Giorgia Meloni, esprime una destra conservatrice che ha assunto la responsabilità di governo.

 

La Calabria e il modello Cannizzaro: aggregare anziché dividere

 

Ma c’è un’esperienza politica che merita una riflessione particolare: quella calabrese e, soprattutto, quella reggina.

 

Qui Francesco Cannizzaro ha dimostrato che il centro politico non deve necessariamente diventare un nuovo partito o un contenitore autonomo per trovare rappresentanza. Può essere, invece, il risultato di una capacità di aggregazione intorno a una leadership riconoscibile e a un progetto territoriale condiviso.

La sua vittoria alle amministrative di Reggio Calabria, con il 65,68% dei consensi, non è soltanto un successo elettorale, ma anche il risultato di una coalizione ampia, costruita mettendo insieme partiti, movimenti civici e sensibilità differenti. Un’alleanza che ha saputo allargarsi anche ad Azione, superando i tradizionali confini delle appartenenze politiche.

 

È proprio questo l’elemento interessante dell’esperienza Cannizzaro: non inseguire continuamente nuovi contenitori centristi, ma creare le condizioni perché le diverse componenti moderate possano trovare una collocazione all’interno di un progetto politico più ampio.

 

Una capacità di sintesi che ha permesso al centrodestra reggino di presentarsi compatto e competitivo, intercettando anche un elettorato che non si riconosce necessariamente nella destra tradizionale.

 

Naturalmente, sarebbe riduttivo attribuire a un solo protagonista gli equilibri politici dell’intera Calabria. Ma l’esperienza di Reggio rappresenta un esempio significativo di come una leadership territoriale possa favorire l’allargamento della coalizione anziché alimentare nuove divisioni.

 

La lezione della storia

 

Il confronto con la Prima Repubblica è inevitabile. Allora il centro aveva un’identità precisa, incarnata dalla Democrazia Cristiana, capace di rappresentare un mondo articolato di interessi sociali, economici e culturali.

Dal 1994, con l’avvento del bipolarismo e la discesa in campo di Berlusconi, il concetto stesso di centro è profondamente cambiato. Non è più necessariamente un soggetto autonomo, ma può diventare una componente fondamentale di una coalizione.

Ed è proprio questa la differenza che oggi sembra emergere tra i due schieramenti: mentre il centrosinistra cerca di costruire un centro attraverso nuove aggregazioni, il centrodestra sembra averlo già integrato nella propria architettura politica.

La vera sfida non sarà stabilire chi riuscirà a intestarsi l’etichetta di moderato, ma chi saprà interpretare le aspettative di un elettorato che chiede stabilità, serietà, crescita economica e attenzione ai problemi quotidiani.

Perché il centro non nasce dalla somma di ambizioni personali, né dalla moltiplicazione di simboli elettorali. Nasce da una visione, da una classe dirigente credibile e dalla capacità di rappresentare interessi e valori concreti.

Il paradosso della politica italiana è tutto qui: a sinistra si moltiplicano i tentativi di costruire un nuovo centro; in Calabria, l’esperienza di Cannizzaro dimostra che, anziché inseguirlo attraverso nuove sigle, si può provare a costruirlo attraverso l’aggregazione. E forse è proprio questa la lezione politica più interessante: per allargare il consenso non servono necessariamente nuovi partiti, ma leadership capacidi unire.

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