La storia di Rocco in frac

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Tra il 12 e il 18 Ottobre 1951 un evento alluvionale interessa la Calabria, causando morte e distruzione. La zona più colpita è quella dominata dall’Aspromonte, Santa Cristina, Africo, Platì, ma anche Bivongi e Stilo. In poco più di cento ore cadono oltre 1700 millimetri di pioggia, una quantità superiore alle medie annuali. Il bilancio conclusivo sarà di oltre 70 vittime, 4500 senzatetto, 1700 abitazioni crollate o rese inabitabili  e 67 comuni colpiti.

Per farsi un’idea dei disastri che l’alluvione ha prodotto in Calabria, bisogna andare a Platì. Non è facile raggiungere Platì, un piccolo presepio di seimila anime a 300 metri sul mare, e annidato in una gola di montagna, ma è interessante andarvi, prima perché, come vi dicevo, i danni dell’alluvione sono stati, in questa zona enormi, e poi perché in questi paesini di montagna, che vivono sempre nel tragico presentimento della sciagura, si trova la Calabria, la più semplice e la più rude, quella che in fondo è la più vera e dove il tempo pare si sia fermato in una estatica contemplazione degli avvenimenti i quali si susseguono per loro conto senza che queste popolazioni si affatichino a rincorrerli”.

Così iniziava il suo servizio, Vittorio Ricciuti il 9 novembre del 1951 sul “Mattino” di Napoli. In quell’ottobre funesto frequentavo la seconda classe del Liceo Classico di Locri e bloccato dalle frane a Platì, mi misi a raccogliere gli articoli più significativi di quell’evento calamitoso che aveva portato devastazione e morte. Sono andato a sfogliarli.

“Il fango ha inghiottito tutto: agrumeti, frantoi, un oleificio di cui non si vede più nulla; anche una piccola centrale elettrica che era stata costruita ad opera di un pri-vato è andata distrutta, ed il paese è rimasto al buio. Tra qualche mentre le ultime luci avranno abbandonato la valle, Platì non avrà più nulla che ricordi la vita. Anche il sonno dei morti -conclude Rizzuti- a Platì non è stato rispettato: il mostro delle acque ha attraversato il cimitero, lo ha sommerso e quando l’acqua si è ritirata si sono visti tibie, femori, crani che la corrente portava alla deriva e i vecchi resti umani si mescolavano ai morti recenti”. “Questa è la tragica sorte di Platì, un povero paese destinato a sparire dalla faccia della terra perché sotto di lui il terreno frana e slitta verso una corsa paurosa alla morte…”.

L’Aspromonte veniva riscoperto. In passato, per i briganti ed i terremoti, ora per le alluvioni.

Arrivarono i primi soccorsi. Fu una gara di solidarietà umana con sottoscrizione e raccolte di fondi. Il sud doveva essere assistito. Interi camion riversarono sulla piazza del paese indumenti smessi che crocerossine con tocchi falsamente umanitari elargivano a tutti. Quell’anno il carnevale arrivò in anticipo. Rocco P., un anziano contadino padre di dieci figli all’ennesima distribuzione arrivò in ritardo. Era rimasto un vecchio frac dalle code lise e strazzonate che mi ricordava i camerieri della “Nuova Messina” a Locri. Nei mesi estivi sotto un sole cocente indossava il frac per zappare sulla fiumara asciutta che mesi prima aveva portato lutti, cercando di ricavare una “fiumarina”, un pezzo d’orto per sfamare i figli. Gli interventi furono d’assistenza. Si costruì qualche muro d’argine e la gente stanca di aspettare prese la nave per l’Australia. Tremila persone in pochi anni. Una emorragia umana senza precedenti, da dimensioni bibliche. Mentre si curavano le prima ferite arrivò l’alluvione del 1953. Il 24 ottobre del 1953 Corrado Alvaro pubblicava, sul “Corriere della Sera”, un articolo sferzante per la classe politica. “E’ la stessa zona colpita due anni fa da una prima alluvione di meno orride proporzioni, pochi giorni prima delle devastazioni del Polesine. Corse allora, su quei lutti, una amara ironia; si disse che la Calabria aveva avuto la sventura di un disastro come una buona occasione per attrarre l’attenzione sui suoi mali, ma un’altra ragione del nord ne aveva una più grande, concentrando su di sé la solidarietà del mondo. E, difatti, fino a ieri arrivavano in Calabria gli ultimi scarti di panni vecchi, alcuni ponti erano ancora in legno, e uno in costruzione, sul torrente più feroce che sbuca dalle gole dell’Aspromonte era già crollato nuovamente. Il più moderno studio organico -prosegue Alvaro- sulle condizioni della Calabria è del 1834, ed è una relazione del governo Borbonico”. “I problemi che esso esamina sono ancora attuali, ma bisogna aggiungervi, per il secolo che è trascorso da allora, la distruzione che si è operata, da speculatori senza civismo e da municipi bisognosi e inesperti, del suo mantello arboreo, cioè della sua difesa naturale. La furia delle acque sul versante più spoglio, lo jonico, allarga i letti dei torrenti da anno in anno, divora ettari di terra di colture ricche. Tali fenomeni non si registrano fino a quando le alluvioni grandiose non compiono l’opera creando un cataclisma come quello attuale, che muta addirittura la configurazione del terreno, spiana monti, copre valli, prepara il crollo dei paesi sulle pendici. Lo Stato interviene spendendo somme ingenti a fortificare i paesi pericolanti. A distanza di pochi anni, le crepe già segnano e rompono i bastioni che trattengono la terra”. E mentre Corrado Alvaro scriveva queste cose, nel Polesine la senatrice Lina Merlin (quella delle case chiuse) pretese che gli elicotteri militari salvassero dalle acque migliaia di tacchini che la furia del Po aveva spinto su strisce di terre e che sarebbero morti affogati. E quando intervenne nella Commissione parlamentare per i provvedimenti straordinari a favore della Calabria un mordace deputato commentò: “Povera Calabria, che casino!”. A distanza di oltre un secolo si ha la prima relazione geotecnica su Platì. È Alberto Ducci, insigne geologo a compilarla, affermando che lo spettacolo che si offre è quello tipico di un fenomeno di grandiosa erosione in fase di piena attività. “E’ un vero sfasciume geologico che dipende -secondo Ducci- dallo stato di particolare e profonda fratturazione delle rocce costituenti l’intero versante orientale dell’Aspromonte orientale, dall’alterazione profonda dovuta a processi geochimici e dalla montagna in rapi- da fase di sollevamento”.

Le argille divenute rocce metamorfiche sono ritornate, per alterazione, argille. E dalle profonde rughe dell’Aspromonte sgorgano colate imponenti come manifestazioni di un astro appena nato. Ecco perché il problema di Platì si pone, passata la prima emergenza, in termini drammatici. Platì rappresenta il polso impazzito di una montagna che erutta argille. L’intero territorio va studiato. Allo stato attuale la regione Calabria (unica in Italia) non dispone di un servizio geologico. L’onorevole Pastore, nel 1961, invitato a Reggio Calabria dal presidente del Consiglio, Fanfani, a dire la sua, sulla legge speciale per la Calabria disse che, approvata nel 1955, divenne operante perché della Calabria mancavano persino le carte geografiche e geologiche.

Antonio Delfino