La vita del PCI vista dal di dentro

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‘’Lo rifarei – Vita di partito da Via Barberia a Botteghe Oscure’’, di Francesco Riccio, è  un libro che parla dell’amore per la politica con la p maiuscola. Si tratta di un viaggio nella vita del Partito, del Pci, con il dichiarato intento di rendere omaggio alle donne ed agli uomini, alle compagne e ai compagni con i quali l’autore ha trascorso (da militante-funzionario-dirigente) un importante trentennio. Dalle Belle Speranze degli anni Settanta, ricchi di successi elettorali nel segno del Segretario più amato, Enrico Berlinguer, fino al lento e progressivo declino che inizia proprio dopo la sua dolorosa scomparsa.

Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna (Ugo Foscolo).  Il racconto del passato è molto più interessante di quello sul futuro: più vivo e più pieno di storie (Georgi Gospodinov). Basterebbero solo queste due citazioni messe in testa al libro per dire tutto del meraviglioso viaggio che Francesco, detto Ciccio, Riccio ci regala con un libro che è in distribuzione in questi giorni, ‘’Lo rifarei- Vita di partito da Via Barberia a Botteghe Oscure’’ (Edizioni Strisciarossa).

  Un libro che parla dell’amore per la politica (con la p maiuscola ma anche minuscola, fate voi) che già aveva fatto innamorare tutti gli amici di Riccio su Facebook, in un lungo racconto di fatti emozioni sussulti narrazioni più o meno epiche su quello che è stato il Partito Comunista Italiano. Nato a Locri il 9 marzo 1949, Ciccio ha conseguito la maturità al Liceo classico della cittadina calabrese “Ivo Oliveti”. Laureato in Medicina e chirurgia all’Università di Bologna, ha svolto prevalentemente vita di partito, da militante, funzionario, dirigente del Pci. A Bologna all’inizio degli anni Settanta è stato prima responsabile scuola, per poi dirigere il settore stampa e propaganda e ricoprire il ruolo di Capo ufficio stampa come membro della segreteria di federazione. Nel 1987 si è trasferito a Roma, in Direzione come responsabile delle Feste nazionali de l’Unità, incarico ricoperto fino al 1994. Dal 1995 al ‘99 ha svolto le funzioni di Tesoriere nazionale eletto dal Congresso. Nel periodo1999-2001 è stato Responsabile nazionale del Mezzogiorno. Ha fatto parte della Direzione e della Segreteria nazionale del Pds e Ds. Negli stessi anni è stato più volte nel Consiglio di Amministrazione di Arca, società editrice de l’Unità e, in seguito, ne è diventato Presidente, gestendo l’ingresso di soci privati nel capitale sociale. Ha lasciato la politica nel 2001 lavorando in una società di pubbliche relazioni e comunicazione. Non ha aderito al Pd che, comunque, considera il partito di riferimento.

Ora arriva questa serie di racconti, un viaggio nella vita del Partito, del Pci, con il dichiarato intento di rendere omaggio alle donne ed agli uomini, alle compagne e ai compagni con i quali l’autore ha trascorso (da militante-funzionario-dirigente) un importante trentennio. Dalle Belle Speranze degli anni Settanta, ricchi di successi elettorali nel segno del Segretario più amato, Enrico Berlinguer, fino al lento e progressivo declino che inizia proprio dopo la sua dolorosa scomparsa. Un lungo tragitto narrato con passione ed ironia, seguendo il semplice filo della memoria. Un omaggio a quelle figure sconosciute al grande pubblico e spesso genericamente indicate come “apparato”, anche con un certo disprezzo. In realtà, si trattava di una comunità che ha dedicato la propria vita agli ideali della solidarietà, della difesa dei più deboli, del progresso sociale. Donne e uomini che non avevano nulla di quel grigiore con il quale venivano descritti. Anzi, attraverso la caratterizzazione di ciascuno si disegna il quadro di un popolo che sapeva coniugare la massima serietà dell’impegno politico con lo spensierato divertimento. Certo, c’è nostalgia di quel tempo e di quel popolo. La storia ha assegnato a quella vicenda un esito ben noto. Ciò non può impedire che ciascuno di quelli che l’hanno vissuta avverta un sentimento di nostalgia e di rimpianto. Nella consapevolezza che i sentimenti possono sempre reinverarsi se non si nega il loro valore profondo. Gianni Cuperlo, che ha curato la prefazione, coglie brillantemente gli aspetti principali del racconto. Bruno Magno, storico grafico del Pci, li sintetizza con maestria nella copertina.

Ma chi è Ciccio Riccio da Locri (dove ora tra l’altro Ciccio è tornato e vive)? Lasciamo la parola al triestino Cuperlo. ‘’Di buona, quasi nobile stirpe, sceglie la via dell’emigrazione universitaria e decide per Bologna. Facoltà di Medicina. Non gli ho mai chiesto se l’indirizzo fosse legato all’intuizione sul destino di una sinistra da accomodare sul lettino e psicanalizzare, ma al tempo credo nessuno poteva ipotizzare simile sorte. Quindi da Locri il nostro sbarca in Emilia, nel cuore del comunismo padano, lì dove la “Ditta” (ma vaglielo a spiegare ai profani un concetto simile) non era la burocrazia di partito o, peggio, una cieca osservanza di regole e comportamenti. Con quella formula s’intendeva la funzione al contempo politica, istituzionale. Ciccio arriva sotto le due torri e scopre una città che sa accogliere in genere, se poi trasferisci sotto quei portici una passione politica maturata prima e altrove ti sa accogliere anche di più. L’approdo alla sezione di pertinenza è un gioco da ragazzi. Si ricompongono affinità da corregionali e il “Partito” in anni complicati, faticosi, di entusiasmo, diventa via via una famiglia allargata. La federazione stava ancora dove aveva da stare, in un palazzo meraviglioso in via Barberia e Ciccio ve lo descrive col puntiglio del geometra. Tutto quell’ambaradan che Ciccio vi descriverà (viaggi, notti, febbri di attesa per una percentuale al seggio, amicizie, conflitti, paure, sdegni, successi, gioie, abbandoni…) te lo ripagava la coscienza che a farlo erano persone come te che come te credevano avesse un senso farlo. E quel senso ti riempiva l’animo, mica è poco credetemi. E la seconda cosa? Ma la seconda cosa a modo suo dalla prima discendeva, dipendeva, in qualche misura la figliava, ed era la scoperta di una umanità che solamente in quel contenitore di passioni riversava la propria grandezza. I “comunisti”, i militanti comunisti, gli operai comunisti, le donne comuniste, i giovani che rinnovavano quel sentirsi parte di un mondo pieno di contraddizioni eppure incredibilmente vitale, tutto quello ti restituiva un valore e finiva col nobilitare anche i gesti più elementari, quotidiani’’.

  Compaiono personaggi magnifici. ‘’Solo un popolo fatto così – scrive ancora Cuperlo – poteva contare su un uomo come Neri (Francesco). Chi era? Ma soprattutto che cosa era? Ciccio ve lo descriverà persino nella postura. Era un compagno, beh certo. Un emiliano, non ci piove. Un mostro a far di conto sugli incassi delle Feste de l’Unità, anche tra le pagine, gli episodi, la cronaca, troverete tanti e tanti nomi, alcuni torneranno più volte, come logico e come giusto. Mi sento in dovere di una sola correzione nell’aneddotica di Ciccio, ma ci tengo, so io se ci tengo! Dunque, è vero che andarono un giorno a colazione in Piazza Campitelli (dietro Botteghe Oscure) il segretario D’Alema e con lui Ettore Scola e Vittorio Gassman. Ciccio ricorda l’episodio, ma la battuta di Gassman fu diversa. Quando gli presentarono il Tesoriere che aveva in cura le nostre disgrazie finanziarie, quel gigante di spirito gli tese la mano dicendo quasi a scusarsi, “Io solo un risottino eh! Non ho preso neanche il secondo!”.

  Quando il genio si affaccia sulla terra. Se avete amato quella storia, quel partito, quella gente, quella politica, la biografia di un vero, grande, funzionario del Partito Comunista Italiano non potrà che riempirvi il cuore come lo ha riempito a me. Come lo ha riempito a tanti. Fosse anche solamente questo, e solo questo non è, basterebbe a ringraziare l’amico, il compagno, l’uomo. La persona preziosa che qui dentro raccontando una lunga parabola collettiva, altro non ha fatto che dipingere uno splendido ritratto di sé. Parola di Gianni Cuperlo. E, se permettete, parola anche mia! Grazie Ciccio.

Filippo Veltri