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“L‘arazzo algerino”: un giallo di altri tempi

“L‘arazzo algerino” (Dialoghi, 2022) è un giallo, tecnicamente inappuntabile, con una struttura e un linguaggio che lo rendono d’altri tempi. Un classico moderno solo per l’anno di edizione, quasi come il suo autore, Antonio Pagliuso che abbiamo incontrato in un pomeriggio di pioggia ben adatto al clima di questa sua seconda opera letteraria.

Il giallo non è un genere facile da approcciare, è uscito fuori per caso in corso d’opera o era questo il tuo obiettivo?

Non c’è stato un momento in cui, dinanzi una pagina bianca, mi sono trovato a scegliere se tingerla di giallo o di rosa – per restare in campo cromatico. Ho scritto due storie finora, e in entrambi i casi è venuto con assoluta naturalezza che, a un certo punto, ci si ritrovasse davanti a un cadavere, a un caso da risolvere, a un giallo – inteso come sinonimo di mistero. Saranno le mie letture giovanili, sarà il mio carattere schivo, sarà che ho l’attitudine a pensare che ci sia un oscuro segreto nascosto in ogni cosa, sarà che sono un po’ matto…

Siamo in un Meridione non specificato ma suggerito, cosa significa per te il Sud, essere meridionali?

C’è un angoscioso modo di fare dei calabresi, ma pure dei meridionali tutti e con poche eccezioni – cito i siciliani, più consapevoli di loro stessi, della loro storia, della loro arte –: sentirsi in imbarazzo nel rivelare, con naturalezza, nel dettaglio, le proprie origini. Ché tanto gli altri (gli italiani veri?) non lo conoscono il nostro paesello, triste e reietto. Bene, che si informassero, che studiassero, dico io. L’atavico senso di inferiorità del popolo meridionale, dramma con il quale non si sono mai fatti i conti – ragionarci con calma, “senza raccontarci fantasie” per citare Franco Costabile –, è uno dei problemi cronici della Bassitalia.

Fai molta attenzione all’uso del linguaggio e il risultato è una scrittura mai violenta, piuttosto nobile e ricercata nella sua grazia. Che rapporto hai con le parole?

Credo che in questa strana epoca storica in cui la cultura e quindi il linguaggio sono continuamente attaccati e la comunicazione istantanea ha ridotto all’osso il dizionario e “bruttato” il lessico, sia importante per chi scrive indossare i panni di custode della lingua, delle parole, provare a adottare e mantenere un proprio linguaggio. Il livellamento lessicale cui assistiamo anche nella narrativa è demoralizzante e basta prendere un qualsiasi romanzo del Novecento e confrontarlo con uno del nostro tempo per rendersene conto.

Siamo soliti leggerti come critico letterario su “Glicine”, di cui sei caporedattore. Come ci si sente a stare dall’altra parte?

Critico letterario e scrittore sono due titoli che non sento miei e non mi piacciono. Sono troppo giovane per inseguire i titoli fini a sé stessi; preferisco fare ed essere apprezzato, alla fine, forse, per i contenuti esposti anziché essere riverito in partenza, quindi superficialmente, per il titolo che compare, ricco di svolazzi, nel sottopancia. Posso dirti che preferisco di gran lunga leggere e parlare dei lavori degli altri anziché del mio; accetto, come è giusto sia, interviste e presentazioni, ma dentro di me in quei momenti scorre lava e l’imbarazzo è davvero tanto, seppur non lo dia a vedere.

Qual è la domanda che ti aspettavi ti avrei fatto e non ti ho fatto?

Credevo mi avresti domandato quali progetti ho per l’avvenire. Nessuno, anzi, per dirla con Ennio Flaiano, sono così sfiduciato verso il futuro “che faccio progetti solo per il passato”.

Letizia Cuzzola

 

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