Lavoro in Calabria? Titti costretta a restituire lo stipendio e Gianluca che offre lavoro in nero

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I tre leader dei maggiori sindacati nazionali saranno a Siderno, è un’occasione per chiedere risposte e per riscoprire la tutela e la dignità dell’occupazione. I nomi dei lavoratori malpagati, sfruttati e frustrati sono di fantasia ma le storie sono vere (come tutti sappiamo e nessuno denuncia)

In Calabria serve il lavoro, ai lavoratori serve il sindacato

«In quegli anni sorsero le prime Camere del lavoro su base ancora territoriale, con lo scopo di erogare assistenza e di sottrarre il collocamento all’esoso controllo degli intermediari privati», così dice il “Dizionario Storico” dell’enciclopedia Treccani online alla voce “movimento operaio e sindacale”. E subito prosegue: «Tuttavia nel 1906 le finalità strettamente assistenziali si erano già da tempo connotate in senso politico. Al Congresso costitutivo del Partito socialista (…) le Camere del lavoro erano state dichiarate strumento di lotta sindacale dei lavoratori e non solo di assistenza e tutela».

Secondo l’Osservatorio attivato dal Dipartimento Lavoro, Sviluppo economico, attività produttive e turismo della Regione Calabria, nel 2020 hanno perso il lavoro  19.302 persone; i disoccupati salgono quindi a 146.087 unità, mentre gli inattivi (ossia quelli che non hanno un lavoro né lo cercano) sono 577.798.

Nel report è evidenziato anche un altro dato che dovrebbe portare a riflettere: 15.988 persone che iniziano la loro carriera (circa il 15% del totale) vanno a lavorare fuori regione; 4.636 hanno conseguito una laurea e mettono a disposizione di altre città competenze che servirebbero qui, in Calabria.

E da qui la prima parte del mio titolo: in Calabria serve il lavoro.

Veniamo adesso a chi in Calabria è riuscito a lavorare, ma stavolta non ci appelliamo ai dati ufficiali: raccontiamo piuttosto le storie ufficiose.

Carmine (nome di fantasia), ha portato a casa una laurea in ingegneria gestionale costata una piccola fortuna e qualche anno di fatica. Ha conseguito il titolo a 27 anni, ha fatto lavoretti stagionali per qualche tempo; adesso, a 28 anni compiuti, è riuscito ad avere in gestione una cooperativa in cui sono occupate 8 persone. I fondatori della cooperativa gli hanno dato il ruolo, tanto desiderato quanto aborrito, di “stagista”. Gli hanno offerto un part-time in sede per tre volte a settimana, da remoto per il resto del tempo. La sede della cooperativa dista da casa dei suoi genitori (dove abita, perché non può pagare l’affitto) quaranta minuti di macchina. Non gli danno un rimborso spese, ma gli hanno promesso che, allo scadere dei sei mesi previsti per lo stage, lo assumeranno (se avranno ancora bisogno di un coordinatore, specificano, evitando accuratamente di dire che il anche il progetto che Carmine coordina dura sei mesi, proprio come lo stage). Lui spera che lo assumano perché vorrebbe tanto restare in Calabria; in caso contrario, raggiungerà a Varese il suo amico Lorenzo, che vive e gli ha detto che il lavoro c’è.

Titti (nome di fantasia) ha 22 anni ed è una commessa. Non le piaceva andare a scuola: l’ha lasciata a diciotto anni dopo due bocciature, senza diplomarsi. Titti vorrebbe seguire una scuola di make-up perché è appassionata di trucco e sta cercando di mettere da parte i soldi necessari per pagarla lavorando in un negozio di abbigliamento. Anche a lei hanno offerto un part-time, ma per una questione fiscale i proprietari del negozio le hanno fatto firmare un contratto full-time. Titti lavora 6-8 ore al giorno e alla fine del mese, quando le danno uno stipendio da 800 Euro, è costretta a restituirne la metà in contanti: l’accordo di lavoro, metà contratto e metà favoletta, prevede così.

Gianluca (nome di fantasia) possiede una fabbrica di mattonelle; gliel’ha lasciata il padre e Gianluca crede che sia stata più una punizione che un’eredità. Gianluca non ce la fa a pagare le tasse, ma non può tagliare altro che gli stipendi. Nel 2020 ha licenziato tre operai e adesso, senza mano d’opera, il lavoro si è fermato e lui non ha i mezzi per ripartire. Non può permettersi di offrire lavori regolari, perché i contratti costano troppo. Quello che può fare è trattare su qualche stipendio a nero, far vedere a chi cerca lavoro che, in fondo, chi si accontenta di quello finisce persino per guadagnare qualche soldo.

Io mi chiamo Francesca (è il mio vero nome); ho studiato e lavorato a Roma, dove venivo pagata per ogni lavoro che facevo. Insegno lingue classiche al liceo, ma faccio altri 4 lavori tappabuchi perché a scuola sono una precaria. E tale rimarrò ogni anno, penso, nei secoli dei secoli. La pandemia mi ha portato via i lavori tappabuchi, per non parlare della scuola, dunque sono tornata in Calabria e ho trovato un impiego qui. Non ho un contratto e su cinque mesi di lavoro me ne è stato retribuito uno soltanto. Aspetto di tornare a scuola (a Roma, perché in Calabria i licei classici si contano sulle dita di una mano) a fare la precaria: se completo un altro annetto di precariato, forse potrò comprarmi una macchina di seconda mano.

E da qui la seconda parte del mio titolo: ai lavoratori serve un sindacato.

Il sindacato, in base a quello che dice la Treccani e che insegna la storia del secolo scorso, dovrebbe lottare per i diritti dei lavoratori; e non ce n’è mai stato bisogno come adesso, adesso che gran parte dei lavoratori che conosco io (me compresa) non lotta più. Il mondo del lavoro in Calabria si è rassegnata a questo stato di cose, pensa che sia normale, dopotutto, alzarsi al mattino preoccupato del mattino successivo, non protesta più se per un mese non arriva lo stipendio e dice ai bambini: la bicicletta al prossimo mese, dice alla moglie: sistemiamo il rubinetto il prossimo mese, dice al marito: festeggiamo l’anniversario il prossimo mese, dice ai genitori: ho finito i soldi, non è che potreste …?

E chi non fa parte della categoria si ritiene fortunato. Fortunato, sì, come un naufrago che tocca terra, o un uomo che vince alla lotteria, o una donna la cui casa è rimasta in piedi dopo un terremoto. Dunque rifletto e vi chiedo: se l’uomo o la donna che hanno un lavoro e possono pagare le tasse e far studiare i figli si considerano fortunati, la normalità è forse lo stage non retribuito di Carmine? Può essere normalità lo stipendio restituito di Titti? È una normalità sostenibile l’azienda senza dipendenti di Gianluca?

Se questo stato di cose è diventato “normale”, la situazione ci è chiaramente sfuggita di mano.