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Le fiumare nel territorio metropolitano di Reggio Calabria

Nel racconto “Un treno nel Sud” Corrado Alvaro così descrive la fiumara Bonamico: “Quando è gonfio, le mule cariche conoscono i passaggi. Lo conoscono anche le donne che lo traversano a guado. Ma nelle case a valle si trema. Nessuno sa cosa riservi la montagna, nessuno sa quali distruzioni di boschi siano avvenute in montagna, né quali possano essere le conseguenze”.

Le fiumare, come è noto, sono corsi d’acqua a regime torrentizio presenti in Calabria, nella Sicilia orientale e in Basilicata. Sono il risultato di aspetti geologici, climatici e idrologici complessi e interagenti nel corso del tempo. La loro principale caratteristica a valle è l’alveo a bassa pendenza, spesso largo centinaia di metri, costituito da materiale lapideo di diverse dimensioni proveniente dall’erosione delle montagne. L’incredibile larghezza ancora oggi fa cadere molti nell’errore di credere che un tempo le fiumare fossero navigabili. A monte, invece, sono torrenti a forte pendenza, incassati tra i versanti montuosi e spesso con salti d’acqua e a volte cascate. Dunque, nella parte a valle prima della foce si assiste a un deposito di materiale che tende ad elevare di quota l’alveo rendendolo pensile, mentre nella parte alta la velocità dell’acqua tende a scavarlo e a incidere i versanti. Nel primo caso causano esondazioni, nel secondo caso frane. Possiamo dire che nelle fiumare coesistono due facce molto diverse tra esse: una distruttiva e l’altra costruttiva che possono essere entrambe pericolose per le attività umane ma che danno vita a un’entità molto dinamica, suggestiva e affascinante da un punto di vista paesaggistico e meritevole di tutela. Non è un caso che nel territorio metropolitano le fiumare Amendolea, Bonamico, Careri, Melito, Palizzi e Laverde sono riconosciute siti di interesse comunitario. Ricordiamo poi che le fiumare, originatesi dai rilievi montuosi dell’Aspromonte e delle Serre, sono ben 41 e costituiscono con i loro bacini circa il 60% di tutto il territorio metropolitano. Un dato che ci può far comprendere la loro importanza, e dedurre che il bacino della fiumara è l’unità fisiografica, economica e socio-culturale fondamentale, si può dire imprescindibile di buona parte del territorio, soprattutto di quello jonico. Questo binomio natura-uomo nell’ambito dei bacini torrentizi fa parte della storia della Calabria. Pensiamo solo alle fiumare quale via di comunicazione tra la costa e l’entroterra.

Risalendo l’asta delle fiumare ci chiediamo cosa sia rimasto delle opere di sistemazione idraulico forestale frutto in particolare della legge 646 del 1950 istitutiva della Cassa per il mezzogiorno, e della legge Speciale per la Calabria 1177 del 1955 varata per porre un argine alle disastrose alluvioni succedutesi negli anni e alle conseguenti condizioni di degrado del territorio collinare e montano (lo sfasciume pendulo sul mare come definì la Calabria il meridionalista Giustino Fortunato nel 1904). Quella è stata una delle pagine più importanti, direi esaltanti da un punto di vista ambientale e sociale della storia calabrese. Genio civile e Corpo forestale dello Stato operavano con compiti diversi alle diverse quote dei bacini con gradonamenti, graticciate, rimboschimenti totali e rinfoltimenti, consolidamento delle frane, costruzione di piccole e grandi briglie in muratura, gabbionate, pennelli e muri di contenimento nelle aste torrentizie. Il tutto contribuiva a limitare la pioggia battente sul terreno, l’erosione lineare, i ruscellamenti, ad aumentare la capacità di assorbimento del suolo e dunque la riduzione del tempo di corrivazione del bacino (il tempo che impiega una goccia d’acqua a percorrere la distanza dal punto più lontano dello spartiacque fino alla foce). Le briglie in particolare servivano a diminuire la pendenza dell’alveo così da evitare lo scalzamento dei versanti. Con il senno del poi dobbiamo dire che certamente sono stati compiuti errori nella scelta delle specie arboree come nell’impiego eccessivo di eucalitti, di pino Laricio in formazioni monospecifiche e di pini alloctoni facile preda della processionaria. Ma non è mai facile intervenire su assetti naturali in equilibrio precario e in continua evoluzione e contemporaneamente si vuole dare priorità alla salvaguardia dei centri abitati e alla vita degli esseri umani. La legge speciale ha dato comunque lavoro a chi viveva in montagna, ed era un lavoro produttivo perché difendeva il territorio, diminuiva il rischio per le popolazioni, e migliorava le condizioni sociali delle aree interne. Poi, il passaggio delle competenze territoriali dallo Stato alle Regioni, le decisioni mai prese o dettate da bassa politica e non più da una base scientifica. Pensiamo ai milioni e milioni di euro che gli enti locali continuano a buttare via per la realizzazione di opere di contenimento nei tratti a valle delle fiumare che non possono durare a lungo visto che non viene mai fatto uno studio per esaminare le condizioni a monte e progettare una sistemazione globale dell’asta torrentizia. E poi non ci sono più da molti anni direzioni tecniche qualificate e controlli adeguati. Le opere umane vanno progettate bene, difese, manutenzionate, integrate, corrette, mai abbandonate… Non solo: è stato permesso di edificare nelle aree golenali e perfino all’interno degli alvei. E se andassimo a studiare gli eventi alluvionali degli ultimi decenni ci accorgeremmo che sono stati scatenati da queste problematiche e che hanno causato danni soprattutto a queste edificazioni. Per non parlare degli incendi territoriali che continuano a distruggere la vegetazione e gli habitat della fauna selvatica, e che non sono più contrastati dal servizio antincendi boschivi, un tempo fiore all’occhiello della Calabria, gestito e diretto dal CFS, e oggi dismesso quasi completamente.

In un territorio poco o molto antropizzato la responsabilità del dissesto e della marginalità non può essere ascritta superficialmente alla natura dei luoghi… Il degrado non è frutto di un evento straordinario (le cosiddette piogge eccezionali) ma si consuma nel tempo… Non è un destino… Si è assistito pertanto a un continuo degrado di molti bacini in cui colline e montagne si sono spopolate trasformandosi in vaste aree marginali anche da un punto di vista economico e sociale.

Prendere coscienza dei luoghi è fondamentale per guardare a un futuro sostenibile in cui tutte le risorse del territorio continuino a essere disponibili in termini di quantità e qualità. E poi, non si può prescindere dalle popolazioni locali (comitati, associazioni, pro loco…) per adottare soluzioni condivise attraverso accordi volontari che le coinvolgano secondo una logica integrata e multidisciplinare come nel caso previsto nei Contratti di FIUME. Stiamo invocando dunque strumenti giuridici di programmazione negoziata con gli obiettivi comuni di tutti i partecipanti: qualità ambientale, salute e sicurezza.

Il bacino delle fiumare dovrà tornare a essere al centro di un serio dibattito politico, supportato da un valido confronto tecnico-scientifico, perché possa essere difeso, valorizzato, ripopolato. E dovrà riguardare agricoltura, foreste, sistemazioni idrauliche, viabilità, insediamenti, servizi essenziali, fognature, impiantistica, depurazione, rifiuti, produzione di energia rinnovabile dal solare, eolico e idrico.

Pensare in termini di bacino permetterà di superare gli ostacoli burocratici che dipendono dal frazionamento amministrativo e che spesso sono un freno per lo sviluppo del territorio.

Gerardo Pontecorvo

 

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