Le molte ombre del Neoborbonismo

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Molte ombre attraversano l’Unità d’Italia, per questo “In punta di baionetta” di Giuseppe Gangemi diventa un libro necessario, importante, perché ripristina verità attingendo a documenti certi, seppelliti sotto la polvere del tempo e rintanati in archivi, comunque, intenzionati a non disperdere la memoria.

Molte ombre attraversano l’Unità d’Italia. Perché, si sa, la storia la compongono i vincitori. Ma i più di 160 anni trascorsi consentono, oggi, di affrontare in modo abbastanza indolore argomenti taciuti o raccontati distorti a beneficio di un’unificazione che stentava ad attecchire e presenta, ancora, qualche sacca di resistenza. Alla luce di questo, “In punta di baionetta”, edito da Rubbettino, di Giuseppe Gangemi diventa un libro necessario, importante, perché ripristina verità, e tant’altra ne dovrà emergere, attingendo a documenti certi, seppelliti sotto la polvere del tempo e rintanati in archivi, comunque, intenzionati a non disperdere la memoria. Ed ecco che compaiono dati e fatti inconfutabili narrati in maniera asettica, per quello che sono e che non presentano alcuna forma più o meno nostalgica di neoborbonismo, ma hanno l’intento di rimodulare nel loro effettivo svolgimento alcuni eventi significativi, anche restituendo dignità e onore a un esercito sconfitto.

L’Autore presta una grande attenzione al tempo, una dimensione che può essere fisicamente percorsa solo andando in avanti, mai indietro. Per questo, il tempo esprime un ordine logico incontrovertibile che coincide con l’ordine sequenziale dei registri militari: se qualcuno si trova registrato in ritardo nel registro o se, peggio, si trova registrato in anticipo, l’ordine (crono)logico viene violato e la violazione richiede una spiegazione. Qui si dimostra che i cancellati in ritardo sono resistenti passivi che ricevono una matricola dopo che, a forza di pressioni, abbandonano il rifiuto di giurare e che gli iscritti in anticipo sono soldati appena arrivati che ereditano il numero di matricola di un soldato morto e la cui morte si vuole tenere nascosta.

Il 1 aprile 1868, il Reggimento dei Cacciatori Franchi viene sciolto e non tutti i soldati in punizione in detto reggimento vengono trasferiti alle appena costituite 12 Compagnie di Disciplina. Settecento spariscono nel trasferimento da un registro all’altro. In compenso, ne arrivano, da non si sa dove, circa 1.000. 269 soldati rimangono registrati tra i Cacciatori Franchi per 26 mesi dopo lo scioglimento del Corpo che non ha più caserme, prigioni, ufficiali o fureria. I 700 sono morti non registrati, i 1.000 sono imprigionati nei reggimenti, perché tra i Cacciatori Franchi non c’è spazio e i 269 sono disertori condannati in contumacia e lasciati nel registro nella speranza che siano catturati.

La narrazione più affascinante del volume è quella dei 1.300 prigionieri di Capua, trasferiti a Fenestrelle, che muoiono a decine nel corso della marcia e negli ospedali. Forse, perché sorpresi da una tormenta. Gangemi li segue descrivendo il viaggio da Genova a Fenestrelle: i treni che prendono, le locomotive che li trainano, come la doppia locomotiva detta il Mastodonte, il tempo che ci impiegano e i motivi per cui ne muoiono così tanti.

Niente viene lasciato al caso. La logica è stringente e appare veritiero, supportato com’è dalla ricerca puntigliosa e dalla linearità delle deduzioni, che almeno 16.000 soldati siciliani resistenti passivi muoiano, tra il 1860 e il 1870, nei 100 reggimenti dell’esercito italiano.