fbpx
venerdì, Febbraio 23, 2024
spot_img
HomeApprofondimentiLe Regioni hanno fallito, parola di Drosi

Le Regioni hanno fallito, parola di Drosi

Filippo Veltri ci parla di regionalismo citando e riportando un’intervista a Michele Drosi in merito ad un suo saggio politico

 

‘’50 anni di regionalismo tra crisi del modello, tentativi di riforma e proposte per il futuro’’ è il titolo di un recente e bel saggio, tutto da leggere e conservare, di Michele Drosi, che è un dirigente politico della sinistra ma anche autore di numerosi libri sulla politica. Lo abbiamo incontrato per capire bene quale è il vero problema di un regionalismo che tutti danno quasi per morto o quasi.

– DROSI QUAL’E’ IL TUO PUNTO DI PARTENZA NELL’ANALISI SUL REGIONALISMO?

– A distanza di oltre 50 anni dalla sua adozione, che cosa è accaduto della scommessa regionalista della Costituzione italiana? Non può che essere questo il punto di partenza. E a ben cinquant’anni dalla nascita, le Regioni sono state capaci di esprimere e curare gli interessi delle proprie comunità di riferimento? Se pensiamo al dibattito avviato subito dopo l’entrata in vigore della Costituzione sulla possibilità degli enti territoriali di sviluppare un indirizzo politico territoriale, diverso da quello statale, possiamo constatare come la realtà non si sia conformata su questi migliori auspici. Il bilancio avanzato dagli studiosi è stato di segno negativo a causa dello scarso rendimento dell’istituto regionale e della sua classe politica. Lo hai rilevato pure tu nel bel libro intervista con Franco Ambrogio pubblicato da Rubbettino un paio d’anni fa.

– IL DIBATTITO IN VERITA’ ERA SOTTOTRACCIA DA MOLTI ANNI PRIMA…

– Vero. Temistocle Martines, solo per fare un esempio che tu mi suggerisci, già negli anni ‘90 aveva parlato di Stato pigliatutto, per individuare la tendenza del centro a svuotare l’autonomia politica delle Regioni, a renderle espressione di una mera autonomia amministrativa. La riforma del Titolo V ad opera della legge n. 3 del 2001 aveva cercato di dare nuovo slancio alla scommessa regionalista trasformando alcuni cardini della relazione Stato-enti territoriali. Il pendolo del federalismo all’italiana ha compiuto così “uno scatto improvviso” verso un ampliamento delle autonomie e verso un loro riposizionamento all’interno dell’ordinamento. Basta pensare al rovesciamento del rapporto tra la legge statale e la legge regionale, che rendeva quest’ultima ma potenzialmente titolare di tutte le competenze non attribuite al centro.

-MA DOPO OLTRE 50 ANNI SI PUO’ BEN DARE UN GIUDIZIO CHIARO O NO?

– Certamente sì. La riflessione propiziata dal cinquantenario è stata utile ed ha dato l’opportunità di valutare come hanno funzionato le Regioni e quali correttivi vi sono necessari per riequilibrare i poteri e le competenze delle Regioni con quelli dello Stato. Faccio di nuovo riferimento a libro tuo e di Franco Ambrogio: è sotto gli occhi di tutti, per esempio, la ripetuta contrapposizione insorta tra il Governo centrale e le Regioni nella gestione one della crisi sanitaria COVID o di quella scolastica e quali decisioni i cittadini sono stati chiamati ad osservare durante la Pandemia a causa delle palesi divergenze. Non sono mancate le impugnazioni che hanno causato conflitti di competenza tra lo Stato e le Regioni. In alcune Regioni è scattato l’obbligo di mascherine all’aperto, in altre no, ed in difformità alle prescrizioni statali. È, dunque, arrivato il momento di ripensare l’attuale regionalismo e di individuare un punto di equilibrio che possa tenere insieme i vantaggi del decentramento che avvicina il governo ai cittadini e i vantaggi di un buon livello di uniformità in grado di garantire a tutti le stesse condizioni.

– NEL CONCRETO COSA SI PUO’ FARE?

– Entrando nel merito delle varie questioni, al centralismo dello Stato si è aggiunto il neocentralismo delle Regioni. È necessario e urgente, quindi, avviare un processo di riforme condivise affrontando quelli che sono i nodi centrali, a partire dalla definizione delle competenze: dopo il 1970 i poteri delle Regioni sono stati ulteriormente ampliati dalle riforme costituzionali del 2001, specie con la modifica dell’art. 117 che ha attribuito alle Regioni il cosiddetto “potere residuale”, che in sintesi prevede che tutto quello che non viene esercitato dallo Stato può essere esercitato dalle Regioni. Questo principio deve essere chiarito e ridefinito così come merita di essere rivisto e riconsiderato il problema dell’esistenza di cinque Regioni a Statuto speciale che godono di particolari privilegi che non trovano più alcuna giustificazione poiché sono cambiate, dopo cinquant’anni, le condizioni di partenza. Dopo 50 anni, pertanto, non si può non cogliere questa occasione per riflettere sul ruolo delle istituzioni regionali alla luce delle prospettive future, delle buone pratiche e messe in campo, ma anche dei punti di forza e debolezza che abbiamo sperimentato in questi difficilissimi anni. La Pandemia ha messo drammaticamente in luce le divergenze fra le Regioni (ognuna delle quali è andata per conto suo) e la chiara violazione dell’art. 120 della Costituzione ed ecco perché occorrerebbe un’unica ed esclusiva regia nazionale. Le misure di contrasto possono anche essere differenziate per territorio ma devono essere omogenee nel senso di ispirarsi agli stessi criteri generali.

-MA NON ESISTE SOLO IL PROBLEMA SANITA’ CARO DROSI…

– Quello specifico relativo alla sanità è stato ridefinito vent’anni fa. Molta acqua è passata sotto i ponti e sono state fatte molteplici esperienze. Il Titolo V della Costituzione, quello che riguarda le Regioni, le Province e i Comuni richiederebbe, quindi, una nuova valutazione nel senso che certamente alcune funzioni potrebbero ritornare dalle Regioni allo Stato e, viceversa, alcuni compiti statali andrebbero trasferiti alle Regioni. Bisognerebbe, in definitiva, intraprendere un percorso tecnico-economico, sulla scia delle analisi che furono fatte e negli anni ‘50 e negli anni ’60 per definire quella che gli economisti chiamano la dimensione ottimale dell’erogazione dei servizi pubblici. Non si può non tenere conto, tuttavia, del fatto che la materia della sanità costituisce due terzi delle finanze delle Regioni, nonché una grande parte dell’attività politico-amministrativa delle Regioni. Quindi, se il superamento dell’attuale Titolo V può essere molto difficile da attuare, sarebbe opportuno prefigurare una soluzione diversa, che potrebbe essere quella dell’esercizio congiunto Stato-Regioni, ad opera di una specie di “parlamento sanitario Stato-Regioni”, ispirato al modello tedesco. Ciò al fine di evitare, una volta per tutte quei momenti di tensione e di incomprensione tra Stato e Regioni, con confusione dovuta anche alla mancanza della clausola di supremazia, una norma che attribuirebbe allo Stato il potere di intervenire direttamente anche in materie che non sono espressamente di propria competenza.

– IN CONCLUSIONE, COSA FARE?

–  Anche se lo Stato ha a disposizione alcuni strumenti di salvaguardia, soprattutto quando ci sono in ballo questioni di interesse nazionale, come la salute della persona e la tutela della collettività, resta il punto di fondo di cui stiamo parlando. L’introduzione della clausola di supremazia andrebbe di pari passo con l’istituzione di una seconda Camera di livello territoriale per bilanciare gli equilibri e dare rappresentanza alle Regioni e alle autonomie locali; ruolo di coordinamento e di raccordo svolto oggi parzialmente dalla Conferenza Stato-Regioni. Ma qui in Italia si parla di Autonomia differenziata e tutto va quindi a peggiorare la situazione’’.

- Spazio disponibile -
- Spazio disponibile -
- Spazio disponibile -
ARTICOLI CORRELATI
- Spazio disponibile -

Le PIU' LETTE

- Spazio disponibile -