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mercoledì, Febbraio 28, 2024
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Lettura eretica sul femminicidio

Ilario Ammendolia ci parla di femminicidio e di come, a suo dire, le radici di tali atti vadano a risiedere nella società che ci ha allevati.

Non saprei definire la famiglia in cui sono nato nella Calabria del 1945. Per legge e consuetudine mio padre era il “capo”, in realtà era un operaio che andava a lavorare per molte ore al giorno e, a fine mese, consegnava l’intero salario a mia madre che poi gli lesinava con testardaggine i soldi per le sigarette. Non per avarizia ma perché erano maledettamente pochi e c’erano nove figli da crescere. Mio nonno è stato 40 anni ininterrottamente in un basso di Brooklyn, per consentire alla moglie e ai figli rimasti in Italia una vita dignitosa.

La mia non è stata una famiglia eccezionale e nella civiltà contadina l’amore e la solidarietà non erano affatto sentimenti sconosciuti. Come non lo era la violenza, compresa quella di genere, seppur perfettamente contestualizzata in quella dei forti contro i deboli.

Nella famiglia patriarcale appena il patriarca mostrava cedimenti fisici o mentali finiva nella schiera dei deboli con tutte le conseguenze del caso, così quando il ricco diventava povero veniva subito degradato nella scala sociale.

La gerarchia era espressione di forza. Ovviamente non solo fisica.

Per esempio, lo Stato, massima espressione della forza organizzata, mandava i ragazzi in guerra ad uccidere o essere uccisi. e la loro esperienza bellica aveva un naturale riverbero sulla vita del paese. Ricordo un ardito, con una larga cicatrice al petto e con tanto di medaglia al valore che fece uso del coltello in tempo di pace. Anche contro la moglie, dimostrando così di aver ben appreso dalla scuola che aveva frequentato al fronte.

I maestri e le maestre picchiavano duro sugli alunni soprattutto su quelli che avevano le mani deformate dal lavoro e dai geloni; molto spesso entrambi i genitori picchiavano i figli più per disperazione nera che per scelta, mentre i carabinieri torturavano i poveracci che portavano in caserma. Nel piccolo carcere del mio paese c’era ben esposto il nervo di bue per i carcerati e il sadismo generava sadismo tanto all’interno che una volta fuori dal carcere.

Gli omosessuali erano trattati come cani rabbiosi e ricordo bene qualcuno di loro che si è suicidato perché non sopportava gli sguardi nemici e maligni degli uomini e delle donne del paese. Lo stesso era per i “cornuti” e “le puttane” collocati sui gradini più bassi della società.

La violenza uomo- donna era la risultante di fattori diversi, più la si subiva e maggiore era la tentazione di scaricarla su coloro che erano ancora più deboli.

Noi fummo i figli di una tale società violenta.

Eppure, ciò non ci ha impedito nel di combattere e, spesso, vincere battaglie contro qualsiasi tipo di violenza, contro il delitto di onore, per il nuovo codice di famiglia, contro la discriminazione verso gli omosessuali, per l’assoluta parità di genere.

Come dimostrò il referendum sul divorzio, le leggi furono la conseguenza di un cambiamento vero e profondo che avvenne nel corpo della società dove le parole pace, solidarietà, non violenza, uguaglianza e libertà prevalsero nettamente su guerra, cinismo, razzismo, violenza, sopraffazione. E in quel clima, molti ebbero l’ardire di sostenere che liberi nascono gli esseri umani e libero doveva essere l’amore.

Le idee sono contagiose.

Quel grande fermento che usciva dalle università, dalle scuole superiori, dalle fabbriche, dai partiti, dalle strade e dai bar ebbero come naturale conseguenza   il crollo dei delitti e delle violenze anche di genere.

Una minore pretesa di controllare tramite aborto o possedere, nelle case di tolleranza, il corpo delle donne.

Furono i grandi movimenti a cambiare la società in meglio.

Poi vennero le leggi.

Nello stesso tempo gli omicidi si ridussero vertiginosamente, le carceri divennero più umane e con molti reclusi in meno di oggi (un dato su cui riflettere) , i manicomi vennero chiusi.

A distanza di tanti anni, faccio questa riflessione su quanto ho vissuto, pensando alla piazza strapiena per la morte di Giulia, Una piazza giustamente arrabbiata ma che mi è apparsa fatalmente impotente.

“Non una di meno” gridavano le ragazze e i ragazzi insieme.

E dopo? Quando, Dio non voglia, una di meno ci sarà?  E poi ancora una…

Cosa resterà di questo fiume in piena?

Chi è il “nemico” da combattere?

Il patriarcato? Il maschilismo? Oppure bisogna dare l’eterna caccia a “Franti,” il bambino del libro Cuore, malvagio per natura? E una volta catturato un singolo Franti che ne faremo? Lo scorticheremo vivo alimentando altra violenza?

Come vedete ci siamo cacciati in un vicolo cieco.

Basta riascoltare gli interventi della Meloni e della Schlein in occasione della morte di Giulia, per capire quanto la classe dirigente annaspi nel tentativo di seguire la corrente.

Ho la brutta sensazione che qualcosa stia cambiando, e non in meglio, nel corpo della società.

Non mi interessano le elezioni in quanto tali, mi preoccupa molto il rumore di fondo delle antiche trivelle dell’odio e l’invocazione della galera come balsamo di tutti i mali.

A volte ritornano e ho la forte sensazione che antichi fantasmi stiano ritornando mentre l’altra campana resta muta.

Forse ci sarebbe bisogno di una “piazza” molto più grande.

Una piazza solidale a qualsiasi essere umano che soffre per mano di un altro essere umano; capace di piangere per Giulia ma senza girarsi dall’altra parte dinanzi alla strage di Cutro; pronta a lottare per l’ultima donna aggredita, ma senza ignorare i bambini straziati nelle guerre di tutto il mondo.

Se si può uccidere un bambino…tutto è permesso!

La violenza è come il famoso “venticello” di Rossini”  che alla fine trabocca e scoppia e produce un’esplosione come un colpo di cannone”. O la fermi o ti travolge senza pietà. E per bloccarla non si dovrebbe assolutamente spezzare il fronte della “non violenza” dividendolo per genere, razza, residenza, istruzione o età.  Semmai il tentativo dovrebbe essere quello di unificarlo in un soggetto capace non solo di indignarsi ma di operare per modificare la realtà e quindi la storia.

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