Ma di cosa stiamo parlando?

67

Si è parlato dei tentativi innovatori da parte di Mark Zuckerberg, primo tra tutti il METAVERSO. Il concetto di metaverso è stato introdotto da Neal Stephenson, apprezzato autore di libri di fantascienza. Parlando di questo metaverso, un universo virtuale di fatto, l’autore intende un vero e proprio mondo di realtà virtuale, condivisa con gli altri utenti della rete.

 Nei passati numeri ho parlato della crisi di Facebook, legata alle indagini in corso, per un non corretto utilizzo dei dati personali ottenuti e per non essere proattivi nel cercare di ridurre i rischi connessi ad un uso smodato del social.

A questo si aggiunge una progressiva disaffezione alla piattaforma, da parte delle fasce più giovani di utenti, che sono stimolati da altre piattaforme, sino a far diventare sempre più Facebook un “paese per vecchi”.

E si è parlato dei tentativi innovatori da parte di Mark Zuckerberg, primo tra tutti il METAVERSO.

Cerchiamo di capire cosa vuol dire, anche se ci vorranno almeno cinque anni, 50 miliardi di cui 50 milioni solo di sviluppo, ed una prospettiva di almeno 10mila nuovi posti di lavoro, prima che sia compiutamente realizzato.

Il concetto di metaverso è stato introdotto da Neal Stephenson, apprezzato autore di libri di fantascienza. Parlando di questo metaverso, un universo virtuale di fatto, l’autore intende un vero e proprio mondo di realtà virtuale. Una realtà virtuale condivisa con gli altri utenti della rete.

Parliamo di una trasformazione di internet. Se ora navighiamo davanti allo schermo, con il metaverso entriamo nello schermo nella realtà virtuale. E qui sarà possibile incontrare i nostri amici. Il metaverso non è così distante come sembra. Gli occhiali per la realtà aumentata esistono, così come esistono le prime applicazioni e i primi software in grado di proiettarci nella realtà virtuale e alle porte del metaverso.

Ed arriviamo a Facebook. Zuckerberg ha diverse piattaforme a disposizione. Piattaforme che devono essere connesse tra loro per arrivare allo scopo desiderato. Non accadrà nell’immediato ma il futuro, questo futuro, è oggi. E intanto si lavora per aumentare le funzioni legate alla realtà aumentata.

E in corsa per la realizzazione della nuova generazione di internet non c’è solo Zuckerberg. Sono particolarmente interessate a questa realtà marchi della moda, colossi del mondo del turismo e ovviamente società che si occupano della creazione di videogiochi.

Era il 2017 quando Mark Zuckerberg, dal palco della conferenza F8, dichiarava: «Non lo mai fatto nessuno prima. Lanciamo la prima piattaforma informatica pubblica dedicata alla realtà aumentata». Non era un caso che pochi mesi prima su Facebook e Instagram fosse stato introdotto il format delle Storie, copiato di sana pianta da Snapchat, la prima piattaforma che – insieme a Pokemon Go – aveva trovato un modalità mainstream e dirompente per sovrapporre oggetti virtuali alla realtà che vediamo: i filtri della fotocamera.

Spark Ar, la piattaforma informatica in questione, era nata con lo scopo di cavalcare questa nuova onda della comunicazione digitale dando a chiunque la possibilità non solo di condividere, ma anche di creare. Per intenderci, se uno sviluppatore vuole lanciare un effetto per la fotocamera, come quelli che distorcono la fisionomia del viso o aggiungono oggetti virtuali tipo occhiali e orecchie da animali, lo fa con Spark Ar, che nel frattempo si è espansa: da questa estate può essere utilizzata anche per le videochiamate su Instagram e WhatsApp.

Se la ricordano in pochi, forse è perché all’epoca non sembrava nulla di così notiziabile. Invece era un momento chiave e a posteriori possiamo ribadirlo. Ricordando il flop commerciale dei Google Glass, non era il caso di lanciare un nuovo mirabolante paio di occhiali intelligenti, bensì di pazientare e puntare tutto sui device del momento: gli smartphone. Perché oltre ai dispositivi ci vogliono i contenuti che ne motivino l’utilizzo. Zuckerberg doveva aver capito che non aveva senso scommettere soltanto sull’hardware attraverso Oculus, ma anzitutto sul software che avrebbe permesso di realizzare agevolmente contenuti per la realtà aumentata e la realtà virtuale.

Che cosa c’entra un social network in tutto questo? Semplice: ancora una volta potrà essere lo strumento attraverso cui questi nuovi contenuti si diffonderanno tra gli utenti, il brodo primordiale da cui nascerà il metaverso. Questa volta, però, per l’azienda ci sarà una differenza sostanziale, o almeno è quello che spera: non sarà più soltanto un servizio, ma un’infrastruttura. Per capirci, se oggi il vecchio Facebook è un’app importante ma pur sempre una delle tante, domani la nuova Meta sarà come l’ambiente informatico all’interno del quale le varie app dovranno essere create. Così, dopo i sistemi operativi per pc di Microsoft e Apple, e gli app store di Google e ancora Apple, potrà venire il tempo della piattaforma per il metaverso di Zuckerberg, che al momento del grande annuncio ha criticato la creatura di Steve Jobs come lui nel 1984 avrebbe fatto con Ibm.

Il punto è che chiunque commercializzi un software deve sottostare alle regole dettate dai sistemi operativi in mano a tre colossi. La ex Facebook vuole un posto tra loro e da anni si sta preparando a batterli sul tempo. La nascita di Meta è la conferma definitiva di un obiettivo che ha radici profonde: quello di costruire la piattaforma informatica del futuro e dominarla. Il fondatore di Facebook è profondamente convinto che quel futuro sia rappresentato dalla realtà virtuale e soprattutto dalla realtà aumentata, e non ne ha mai fatto mistero. Già nel 2014 si diceva convinto che i device che rimpiazzeranno gli smartphone saranno gli occhiali intelligenti.

Il guanto di sfida è lanciato tanto ai giganti del software quanto a quelli dell’hardware. I primi dovranno fare i conti con gli investimenti miliardari già fatti da Facebook in questo ambito e sulla sua capacità di raggiungere miliardi di utenti con i propri contenuti. Ai secondi starà progettare e commercializzare smart glasses e visori che siano efficienti, economici e magari tarati sulle regole dettate da Meta. In più dovranno affrontare la concorrenza di Meta stessa, che attraverso Oculus e la collaborazione con Luxottica, ambisce non soltanto a creare l’infrastruttura informatica ma anche ad offrire i device migliori per utilizzarla. Inoltre, se davvero i video mostrati da Zuckerberg dovessero tradursi in realtà, computer, televisioni e molti altri oggetti potrebbero essere di fatto rimpiazzati da ologrammi. Che cosa significherebbe per il mercato dell’hardware? Come potrebbero reggere il colpo e inventare qualcosa di nuovo? Sarà da vedere.

Di sicuro la realtà aumentata farà sempre più parte della nostra vita quotidiana. Per la realtà virtuale immersiva servirà più tempo e magari resterà di nicchia, anche se è abbastanza certo che sbancherà nel gaming, settore che la stessa Facebook ha iniziato a presidiare da tempo. È presto per dirlo, come lo è per decidere le sorti di Meta. Non è presto invece per iniziare a riflettere su cosa potrebbe comportare la costruzione di uno spazio-tempo a cavallo tra realtà sensoriale e simulazione digitale denominato “metaverso”. Quanti metaversi esisteranno?

Piaccia o no, il film si sta girando. Zuckerberg deve soltanto sperare di concluderlo.

Carlo Maria Muscolo