Maria Carmela Gioffrè: “Quello che è successo a me è una delle cose peggiori che possano accadere ad un insegnante”

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Abbiamo intervistato Maria Carmela Gioffrè insegnante di lettere, di Bagnara Calabra, affetta da sclerosi multipla, licenziata a marzo per “Inidoneità fisica” all’insegnamento. Contattata al telefono, è apparsa amareggiata per quello che le è successo, ma allo stesso tempo una donna tosta e gioiosa, una leonessa che sta combattendo per ritornare nel posto che sogna sin da bambina: dietro ad una cattedra, circondata dai suoi alunni.

Maria Carmela, quando hai deciso che il tuo lavoro sarebbe stato quello dell’insegnante?

Non c’è stato un momento preciso. Mia madre era insegnante elementare, ed ho respirato fin da piccola il suo amore per il lavoro e per i ragazzi. Ricordo che da bambina dicevo che avrei voluto fare la maestra o la ‘’Dottoressa dei bambini’’. Dopo il liceo classico ho deciso di iscrivermi in pedagogia, l’attuale scienza dell’educazione, con indirizzo letterario, e poi è stato naturale per me seguire questa strada, fare il concorso per insegnare lettere.

 Nel momento in cui hai iniziato a muovere i primi passi in questo lavoro, avevi già scoperto della malattia. Com’è stato il tuo primo impatto con questa scoperta?

Sì, da circa dieci anni. Le mie prime reazioni sono state di paura, panico e grande preoccupazione. Poi con il tempo, grazie al supporto dei familiari, degli amici, dei medici e continuando a dedicarmi allo studio, alle tante attività che svolgevo e cercando di vivere più normalmente possibile, ho cominciato a rendermi conto che non finisce tutto con una diagnosi di sclerosi multipla e a riprendere in mano la mia vita.

 Quali ostacoli hai incontrato nel mondo del lavoro e quali soluzioni hai trovato?

Le difficoltà che ho riscontrato sono state quasi esclusivamente relative a barriere architettoniche e burocratiche nell’abbattimento di quegli ostacoli che avrebbero interferito con il mio lavoro. Nessun problema invece con alunni, colleghi, genitori o dirigenti: dopo un iniziale momento di stupore (non è frequente incontrare un insegnante ‘su ruote’), il lavoro educativo-didattico, i rapporti interpersonali sono fluiti normalmente. Mi sono sempre recata a scuola con uno scooter elettrico, con il quale entro in classe, mi avvicino alla cattedra e poi comincio la mia attività di insegnante. Sono consapevole delle mie limitazioni fisiche, per questo motivo ho sempre adottato misure compensative di quello che non riesco fisicamente a fare e il mio lavoro non ha mai minimamente risentito della mia disabilità. Da quando è iniziata la pandemia, dopo il primo lockdown, durante il quale tutti i docenti hanno lavorato in modalità agile, ho richiesto la sorveglianza sanitaria speciale come era mio diritto, essendo una categoria fragile: non ho potuto insegnare in presenza, ma ho lavorato in modalità agile, ed ho fatto delle belle esperienze di insegnamento a distanza.

In questi vent’anni di insegnamento, quali sono state le emozioni più belle che solo i ragazzi riescono a regalare?

Sicuramente l’affetto incondizionato che solo i ragazzi sanno dare, la loro vitalità, il loro modo di essere senza filtri e senza finzioni. Ma questo è soltanto un aspetto. La bellezza di poterli accompagnare per un tratto di strada, quello più delicato del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, pieno di difficoltà, contraddizioni e promesse. Sono stati loro a farmi sentire quasi immediatamente la loro solidarietà incontrandomi per strada, attraverso messaggi, e- mail, post sui social e a darmi forza in un momento così delicato.

 Quest’anno cosa è successo?

L’ attuale dirigente, in reggenza per quest’anno scolastico nella scuola in cui insegno, ha deciso (in seguito alla mia richiesta di sorveglianza sanitaria speciale, al fatto che come nell’anno precedente sono stata dichiarata fragile per tutto il periodo di emergenza e alla lettura dei mio fascicolo personale) di collocarmi sin dal 14 settembre in malattia d’ufficio, impedendomi in concreto di lavorare in modalità agile; lo stesso dirigente mi ha contemporaneamente inviato alla commissione medica di verifica, per valutare la mia idoneità alla professione docente, spiegandomi che è solito far fare un monitoraggio di questo genere a tutti i suoi docenti con 104, articolo 3 comma 3. La motivazione ufficiale della richiesta è stato l’ipotetico timore che il mio lavoro potesse costituire un rischio biologico per me. Preciso che le mie condizioni di salute sono rimaste nel complesso sostanzialmente invariate da quando, nel 2004, ho cominciato a lavorare in questa scuola e che il mio attuale dirigente non mi ha mai vista al lavoro. Ho provato invano a parlare con lui per spiegare che la malattia non è mai stata un ostacolo e non ha mai creato nessun tipo di problema nell’attività di insegnamento o nei rapporti con gli alunni o con i genitori. Sabato, 12 marzo, mi arriva il verbale della commissione medica recante il giudizio: ‘’Non idonea in modo permanente ed assoluto per le condizioni fisiche’’. Purtroppo, la storia non finisce qui, perché il 16 marzo ho ricevuto il decreto di risoluzione del rapporto di lavoro, motivato dal giudizio di inidoneità espresso dalla commissione medica di verifica di Catanzaro.

Qual è stata la tua prima reazione e, successivamente, come hai reagito?

Quello che è successo a me, quest’anno, è una delle cose peggiori che possano accadere ad una persona e ad un insegnante, specie se con disabilità. Le prime reazioni sono state di sconcerto, sconforto, incredulità e potrei aggiungere un insieme di altri aggettivi che non renderebbero comunque l’idea. Ho pensato che, questa volta, non ce l’avrei fatta a superare quello che mi è accaduto. Dopo qualche giorno, però, ho deciso che non potevo soccombere e che avrei cominciato a rendere pubblica la mia vicenda, innanzitutto per farla conoscere e poi, perché ho pensato che certamente non fossi l’unica persona a cui è accaduta una cosa del genere.

A chi ti sei rivolta e da chi hai ricevuto aiuto e sostegno?

Mi sono rivolta subito agli avvocati dello studio legale che mi segue e che mi supporta sempre nelle varie battaglie di questi anni. Ho ricevuto la vicinanza e la solidarietà di tantissimi: oltre alla mia famiglia che ha vissuto con me tutti questi mesi difficili, tanti amici, tantissimi alunni, ed ex alunni, tanti ex colleghi, i miei concittadini, i giornalisti che mi hanno contattato e un mondo di persone che attraverso i social e i mass media hanno conosciuto la mia storia. La solidarietà e il supporto che ho ricevuto è importantissimo. E di questo ringrazio tutti dal profondo del cuore. Al momento sono impegnata con i miei avvocati in due ricorsi che spero mi consentiranno presto di riprendere il mio lavoro.

Cosa ti manca di più della scuola?

 Il rapporto con gli alunni, la collaborazione con i colleghi, il lavoro di insegnamento-apprendimento, la quotidianità delle cose belle e delle difficoltà.

 Cosa speri per il tuo futuro?

Sicuramente di riprendere presto il mio lavoro di insegnante e di vivere serenamente, per quanto possibile, senza dover combattere di continuo per i diritti.