Marina di Gioiosa: quattro anni da quando ingiustizia è stata fatta

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Foto: Gazzetta del Sud

Sono trascorsi quattro anni dalla incomprensibile decisione di spazzare via un’Amministrazione comunale di Marina di Gioiosa Ionica. Quattro anni, da quando, l’allora prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, è stato protagonista di una disinvolta e non disinteressata opera di smantellamento di numerose amministrazioni comunali.

Sono trascorsi quattro anni da quando ingiustizia è stata fatta. Quattro anni dalla incomprensibile decisione di spazzare via un’Amministrazione comunale libera e di liberi, che stava trasformando il volto di Marina di Gioiosa Ionica e gettando basi solide per il suo futuro. Quattro anni da un provvedimento di scioglimento insensato, sul quale ancora molto deve essere detto e scritto e in tanti dovrebbero spiegare. Quattro anni di mortificazione, ma anche di tanta solidarietà, comprensione, rinnovato slancio. Ciò che è accaduto rappresenta una mortificazione non solo per chi lo ha vissuto in prima persona, ma soprattutto per Marina di Gioiosa Ionica, ingiustamente umiliata.

Scrivo queste righe nelle stesse ore in cui l’allora prefetto di Reggio Calabria, protagonista di una disinvolta e non disinteressata opera di smantellamento di numerose amministrazioni comunali, si trova coinvolto, attraverso parenti controindicati (questa le terminologia in uso in quegli ambienti), in una storiaccia assai brutta di sfruttamento del lavoro e della dignità delle persone. Una vicenda che getta un’ombra ancora più oscura sulla drammatica gestione della prefettura reggina, negli anni in cui a guidarla era il nostro. Un luogo, in quegli anni, diventato ostile, chiuso, oscuro, per tanti.

Ritengo sia giusto ricordare, non far sbiadire la memoria, non tanto su quello che è accaduto il 22 novembre 2017, cinque consigli comunali della nostra Regione cancellati da un ministro dalle sbiadite origini calabresi e dai suoi accoliti, quanto, piuttosto, per quello che sarà o, quantomeno, dovrebbe essere.

In questo tempo così contraddittorio e travagliato, molto spesso mi è risuonato in mente un incoraggiamento rivolto ai politici dal Vescovo, santo, Tonino Bello: non lasciatevi cadere le braccia quando, nonostante il vostro impegno personale improntato a trasparenza e rettitudine, vi vedete destinatari di sospetti da parte di chi, non comprendendo la vostra fatica, spara nel mucchio con raffiche ingenerose di luoghi comuni”.

Nella vicenda che ha interessato l’Amministrazione da me guidata, oltre ad essere stata consumata una clamorosa ingiustizia, è stata applicata la logica dei più biechi luoghi comuni, proprio da pezzi di istituzioni che, al contrario, avrebbero dovuto e potuto tutelarci. Raffiche di luoghi comuni che continuano, ancora, basta ascoltare taluni solerti funzionari della prefettura reggina, che si permettono di indirizzare messaggi subliminali di avvertimento.

Noi, però, di fronte a questa sfilza di ingiustizie, di luoghi comuni, di indecifrabile accanimento, non ci siamo fatti cadere le braccia, anzi, a testa alta e con coscienza libera abbiamo lottato intensamente, con tenacia, a volte contro i mulini a vento. Lo abbiamo fatto non tanto e non solo per la dignità nostra, ma soprattutto per quella di Marina di Gioiosa Ionica. Città che abbiamo amato e servito, senza mai servircene.

All’ultima settimana sociale dei cattolici italiani, che ho avuto la gioia e la responsabilità di vivere nelle scorse settimane a Taranto, è risuonato l’invito #tuttoèconnesso. Eh si, è proprio così, tutto è connesso, anche nella vicenda che ci ha visto, nostro malgrado, protagonisti. La distanza, come nel gioco della prospettiva, aiuta ad allargare la visione e gli orizzonti. Il tempo trascorso da quel 22 novembre 2017 ha consentito di mettere meglio a fuoco eventi e protagonisti e molte cose si stanno rischiarando e connettendo, per dare una risposta razionale a ciò che, di fatto, non lo è. Ovviamente i pezzi del puzzle non sono ancora tutti in ordine, mancano alcuni tasselli. L’impegno, allora, per l’avvenire, si giocherà su due fronti. Anzitutto, continuare questa opera di consapevolezza, comprendendo fino in fondo cosa è accaduto e, soprattutto, chi lo ha determinato. Ovviamente, quando questo lavoro sarà completo non rimarrà un fatto riservato o personale, ma lo renderò pubblico, perché è giusto che i cittadini sappiano, che la democrazia si nutra di verità. Contemporaneamente a ciò, però, occorre proseguire la battaglia per la riforma, radicale, della norma, sbagliata e incivile, sullo scioglimento dei consigli comunali. Qualche passo è stato fatto, ma timido e solo di buone intenzioni. Occorre andare oltre, con una proposta di legge adeguata e ben articolata. Purtroppo, pesano, verso il completamento del processo di revisione di questa assurda norma, i silenzi di tanti. Quello dei sindaci in carica, che, li comprendo, forse per timore, non fanno ascoltare la propria voce. Qualche parola è stata spesa, ma balbettante. Non ci si illuda di essere immuni. Tutti possono essere colpiti da questo tritacarne, nessuno si senta escluso. L’ANCI, specie quella regionale, deve assumersi la responsabilità di una proposta organica e battersi, fino in fondo e seriamente, perché giunga ad approvazione. Troppo facile indignarsi quando si è toccati. Pesante, poi, è il silenzio dell’associazionismo antimafia. Troppo timido l’approccio al tema ed eccessivamente ripiegato sulle dinamiche delle prefetture o di qualche procura o ufficio di polizia giudiziaria. Impegnarsi per la radicale riforma della norma sullo scioglimento dei comuni rappresenterebbe un salto di qualità per il radicamento di una reale cultura di contrasto alle mafie e per una azione efficace contro il malaffare. La legge, così com’è oggi strutturata e applicata, è un boomerang, depotenziata di un’effettiva utilità.

Nelle ultime settimane il legislatore ha approvato una serie di significative innovazioni per quanto riguarda le interdittive antimafia nei confronti delle aziende. Sul fronte dello scioglimento dei consigli comunali tutto tace. L’auspicio è che questo muro di silenzio possa essere abbattuto da una proposta di riforma radicale, perché ritengo che il destino democratico di intere comunità civiche conti molto di più.

Domenico Vestito