Meglio un giorno di anguria che cento di Meloni

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Ha vinto la destra? Cosa faranno i cittadini consapevoli di un disagio sociale inarrestabile? Dovranno riprendere il cammino per un impegno di responsabilità e fiducia nella democrazia. Se i venti di guerra minacciati da Putin non obbligheranno a spostare gli obiettivi di una comunità inarrestabilmente globale. Dispiace come dicono a Roma “buttarla in caciara”, ma in questi giorni divertiamoci pensando che forse “è meglio un giorno di anguria che cento di Meloni”.

Per chi avete votato domenica 25 settembre? Chi ha avuto le idee chiare avrà tracciato la croce sulla scheda elettorale, croce che gli peserà sulla schiena per cinque anni.

“Confesso di avere una grande nostalgia di Amintore Fanfani”. Sospira un autorevole generale della guardia di Finanza in pensione, che alla fine del secolo scorso si prodigava con azione operativa nei servizi segreti per tenere lontane le ondate di terrorismo che imperversavano. A Fanfani si deve la dizione dell’articolo della Costituzione che parla dell’Italia “Repubblica fondata sul lavoro “e non “di lavoratori” come avrebbero preteso i comunisti. Ma anche l’organizzatore di un grande piano per la costruzione di case popolari. Questa la dimensione politica di una generazione che era stata cresciuta nelle tragedie della guerra, spesso in camicia nera, ma che gli orrori prolungati del conflitto avevano avvicinato all’esigenza di una solidarietà umana arricchita di valori democratici: uguaglianza tra i cittadini. Insomma, le incertezze elettorali nascono dal fatto che la bussola politica ha perso l’ago magnetico. In nessun luogo sociale (sezioni, circoli, chiese, partiti) i giovani imparano il difficile cammino delle problematiche della politica. E tutto viene gestito dalle caste di arrivisti che sanno solo esibire ambizioni per nulla solidali.

“La storia è sempre storia contemporanea” insegnava Benedetto Croce. Ma chi oggi è in grado di discernere l’importanza di valori che hanno cementato e costruito la nostra democrazia, con le improponibili sommarie superficialità che ci sono state ammannite, come pubblicità di prodotti deteriori, nell’attuale campagna elettorale?

Molte perplessità si sono agitate sulla partecipazione al voto, in un clima di desolata sfiducia, sui vuoti slogan che ci sono stati proposti soprattutto dai canali televisivi.

A cento anni dalla presa del potere di Benito Mussolini, con la complicità della monarchia e del capitalismo italiano, incapace di cogliere la prospettiva della modernità, eccoci a vociare disarmati contro prospettive politiche che tutti sentono vuote. La politica è diventata fatto folkloristico e superficiale, priva di fondamenti valoriali, senza itinerari formativi che diano giusto complemento ad una società globalizzata.

La Meloni ha vinto, pur essendo ostinatamente legata alla fiamma di Almirante, difensore della razza e ossessivo nemico della Resistenza, cavalca un moderatismo di facciata per ricercare, invece, sostanza politica nella finta democrazia ungherese di Orban, che imita Mussolini, sprezzando i voti elettorali, come i “ludi cartacei” fascisti, che aprirono la strada all’ eliminazione di Gobetti, Matteotti, Amendola, don Minzoni. E Mussolini in fuga con pastrano, ed elmetto tedesco era un esempio di quello che la Meloni chiama “Patriota”? La sua scorta di voti è tale che sarà la prima donna italiana presidente del consiglio. Il suo successo quantitativamente rilevante, in un corpo elettorale mai così limitato, spaventa perché le qualità di governo del potere della ex militante del Movimento Sociale, sono ignote. Al di là della chiacchiera nei comizi e della sua esperienza ministeriale nel governo Berlusconi nulla si conosce.

È diventata moda nel costume politico italiano abbandonarsi alla suggestione di un protagonista “nuovo” della società civile? Non fu così con Bossi (“La Lega ce l’ha duro”)? Con Berlusconi (“un milione di posti di lavoro” contratto firmato davanti a Vespa)? Con Di Pietro (“Tutti in galera i politici di Tangentopoli”)”con Beppe Grillo (“Vaffa day”).

Il voto del 25 settembre (giorno natale del grande Sandro Pertini, il presidente più amato dagli italiani) è stato tutto giocato sulla politica estera e poco attento alla struttura economica del paese, nel quale la crisi sociale è aggravata da imprevidenze economiche, che mai nessuno ha cercato di sanare, per esempio con un’equa legge fiscale, progressiva così come pretende la costituzione.

Di Salvini partner di destra (?) della Meloni, ma invidioso e sgangherato, poche sono le utilità che ha offerto al paese. Ne ha fatte e dette di tutti i colori, svergognato per le sue magliette incise “Putin” Per esibire corone di rosario di ipocrita credibilità di fede, mentre si occupava di impedire sbarchi sul territorio nazionale a disperati abitanti del pianeta, in fuga da fame e tormenti tragici. Per pretendere prima di conoscere gli esiti elettorali, di potere tornare a gestire il Ministero dell’Interno. Questo è rispetto per gli elettori? E la “tassa piatta” (flat tax)? Salvini pretende che il pensionato paghi aliquota fiscale come Berlusconi, con le sue ville miliardarie sparse per il mondo? È stato punito il bullo in mutande al bagno del Papete con una percentuale che lo rende solo cameriere della Meloni e gli elogi fatti su Putin che “Vale due Mattarella” e attento a evitare le curve dei possibili finanziamenti ricevuti da Mosca.

E Berlusconi? Verrebbe da dire che il suo migliore critico è Maurizio Crozza che lo rappresenta o vaneggiante o dormiente. Nonno Silvio ne ha combinate di tutti i colori: bunga-bunga, condanne penali, bugie irripetibili e promesse mai mantenute. “La pensione a mille euro per tutti”. “Donne votatemi, perché io vi ho sempre amato”. “Putin cercava persone per bene da portare al governo in Ucraina”. E sarebbe Nonno Silvio il giudice che stabilisce chi “è persona per bene”? Vent’anni di presenza inutile al potere, soprattutto per il paese, ma non per i suoi interessi.

Ma dopo le condanne penali ecco che “La persona per bene”. Nonno Silvio pretende di diventare presidente del Senato. Che dire se non nascondersi nelle braccia degli orrori immorali?

La storia dell’Italia dopo la guerra è stata storia rigogliosa e produttiva in mezzo a contraddizioni spaventose, che ci hanno fatto lievitare tra le otto maggiori potenze mondiali, ma sempre con negatività strutturali indegne di un paese moderno.

La politica della contrapposizione ideologica, catto-comunista è naufragata dopo il delitto Moro in una nebbia alla quale ha dato vigore propagandistico Enrico Berlinguer, erede di una falsa utopia sfasciata dall’euro-comunismo e in un velleitario compromesso storico, fallito miseramente senza lasciare eredi. O meglio eredi che hanno oscurato qualche elemento di giustizia sociale che era patrimonio fruttuoso della lotta di classe animate dagli ideologi del PCI.

Oggi il PD tra Franceschini, Casini, Letta, Guerrini, De Micheli, Boccia Bonetti (tutti eredi DC) ha sulle spalle il carico di un’insofferenza e di un disagio politico che non sa dove indirizzare.

Letta ha compiuto errori macroscopi, male interpretando il machiavellico “Dìvide et impera” degli eserciti romani. Ma come? C’è bisogno di una grande coalizione di possibile centro-sinistra e Letta giostra le alleanze a tappe? Prima con Calenda, poi con Fratoianni antieuropeo e anti Nato? Calenda, un po’ in simbiosi con Giuda, prima bacia Letta, nel momento del patto e due giorni dopo lo ripudia indignato dal nuovo gentlemen agreement con la sinistra. Che dire di Renzi il petulante e ansioso ex sindaco di Firenze e giovanissimo primo ministro che oltre a creare ostacoli agli avversari non mostra il corpo del suo progetto politico? L’agenda di Draghi? Il quale ha solo una pecca: non avere mai sfidato gli elettori con una candidatura di possibilità valutativa del suo consenso. E sappiamo che ci toccherà rimpiangerlo. Ma che sinistra è quella rappresentata dal PD che da molti anni è al governo e non è stata capace di proporre una riforma di cui si possa tessere elogi?

Conte che è stato la banderuola di labirinti politici che vanno solo giudicati con le tavole della morale: dopo essere stato due volte presidente del consiglio con maggioranze antitetiche e avere avuto in parlamento una forza straordinaria, veleggia nell’Italia meridionale (dopo avere sfiduciato Draghi) offrendo, paghette (reddito di cittadinanza) al colto e all’inclito per manifesta incapacità di organizzare un progetto industriale e produttivo. Ma il diritto al lavoro come deve essere tutelato? Offriamo una cifra notevole a giovani che potrebbero essere impiegati nel pulire i boschi e gli alvei dei fiumi e invece li rendiamo abili per fare un lavoro in nero in aziende che li sottopagano. E con questa strategia Conte, definito “Vero uomo di sinistra” ha conquistato, (imitando i ricatti del monarchico comandante Lauro: ti do una scarpa oggi, l’altra dopo le elezioni), una quantità di voti che nessuno sa come potrà investirli. Domenica non è stato facile scegliere e non sarà facile capire in settimana cosa accadrà. Perché in questo individualismo personalizzato non si capisce con chi Conte potrà allearsi con la smodata percentuale elettorale. Sappiamo che il sodale di Grillo è capace di tutto: si sarà già invaghito della Meloni? E Le polemiche tra Letta e Conte e Calenda sfumeranno in un voltagabbanismo utile solo non per occupare il potere, ma per intorbidare le strategie dell’opposizione? E la visione di una società necessaria alle nuove generazioni chi la alimenterà?

Ma è serio tutto ciò? Che pensare degli elettori di Sesto San Giovanni che hanno scelto la camerata Rauti figlio di Pino, indagato per anni per la sua attività fasciste e sovversive e moglie del sindaco Alemanno, camerata ex primo cittadino di Roma? E hanno sconfitto il parlamentare Emanuele Fiano serio parlamentare che, figlio di un deportato nei campi di concentramento, si è sempre battuto per la libertà e contro ogni dittatura? E Cottarelli uomo di buone letture e coraggioso difensore del buon governo battuto dalla Santanchè, industriale fallita, prima di Forza Italia e ora in aiuto dei neri Fratelli di Italia: la famiglia si è allargata. Come sosteneva Ennio Flaiano “gli italiani sanno sempre saltare sul carro del vincitore”.

Chi ha la statura di un Pietro Nenni il tribuno socialista che con poche parole dava fiducia agli elettori “Pane, libertà, pace”? Nella costruttiva speranza di progetti veramente democratici, capaci di ascoltare nelle azioni quotidiane l’idea di una società progressista e solidale. Nostalgia di una politica conflittuale, ma positiva. Ha vinto la destra? Cosa faranno i cittadini consapevoli di un disagio sociale inarrestabile? Dovranno riprendere il cammino per un impegno di responsabilità e fiducia nella democrazia. Se i venti di guerra minacciati da Putin non obbligheranno a spostare gli obiettivi di una comunità inarrestabilmente globale. Dispiace come dicono a Roma “buttarla in caciara”, ma in questi giorni divertiamoci pensando che forse “è meglio un giorno di anguria che cento di Meloni”.

Matteo Lo Presti