Mille modi per … usare l’acqua. Leggende calabresi sull’oro bianco

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madonna porto salvo

L’acqua! Il bene più prezioso di tutti i tempi, essenziale in ogni luogo, decisiva per lo sviluppo di tutte le civiltà. Probabilmente per questo motivo i popoli che hanno fatto la storia hanno conquistato i mari prima di conquistare i continenti. Il sud Italia ha sempre avuto ben chiara l’importanza dell’acqua e ne ha fatto usi a dir poco fantasiosi: ha guarito i malati, ha scacciato i fantasmi, ha sfidato i santi e altre cosucce del genere …

Santi, Madonne e minacce

La Calabria è una regione particolare, un po’ benedetta e un po’ dimenticata da Dio. Vito Teti, nel suo “Storia dell’acqua”, asserisce: «Alluvioni e frane contribuiscono a fare della Calabria una terra perennemente incompiuta, una terra precaria, in continua riparazione». Sfortunata, dunque, perché tiranneggiata da un destino che sembra sempre remarle contro. L’acqua è una delle variabili più capricciose per la vita di un calabrese: se è troppa e provoca allagamenti, rischia di compromettere i raccolti; se è troppo poca, al contrario, determina siccità e aridità del terreno. Nessun uomo è in grado di controllare il ciclo dell’acqua, ma ogni uomo crede fermamente che santi e madonne possano farlo: è a questo punto che la Calabria diventa fortunata, perché i calabresi sanno essere molto persuasivi.

Ad esempio, si racconta che nella Calabria vibonese, quando non pioveva, la statua del Santo patrono del paese fosse portata in processione fino alla riva del mare; una volta lì, veniva meticolosamente spogliata dai paramenti, sistemata sulla spiaggia e coperta di insulti fino a che non cadevano le prime goccioline di pioggia dal cielo. Vincenzo Dorsa testimonia inoltre che, nel tratto di costa compreso tra Riace e Bova, il Santo che non faceva piovere era minacciato di un bagno punitivo in acqua fredda e che, tra imprecazioni e preghiere, alla fine il bagno lo facevano anche i fedeli!

Le leggende calabresi brulicano di questi discorsetti con i santi, resi necessari dall’incostanza delle piogge e dai capricci occasionali del clima. Non bisogna stupirsi se, per innescare questo discreto sistema di controllo sulla volontà del Santo di turno, gran parte dei paesi della costa calabra ha al proprio attivo un patrono di marinai e pescatori. Uno dei culti più antichi della regione, infatti, è quello legato a San Francesco, protettore dei marittimi; un altro culto molto famoso, accompagnato da un rito caratteristico, è quello della Madonna di Portosalvo, celebrato a Siderno l’8 di settembre con una sfilata di barche a capo della quale è posta la statua di Maria. Inoltre non bisogna dimenticare San Giovanni, che divenne il patrono dell’omonimo paese di San Giovanni in Fiore perché, in un momento di grave siccità, tracciò col suo bastone un solco da cui immediatamente sgorgò acqua cristallina.

Anche San Bruno di Colonia, il celebre patrono di Serra, provocò lo scorrimento dell’acqua in zone desertiche.

Statua del santo

Quando giunse in Calabria e si stabilì nel noto eremo, divenne famoso perché guariva gli spirdàti o spiritati, cioè le persone che manifestavano sintomi di squilibrio mentale, immergendoli nell’acqua. Secondo la tradizione, gli spirdàti erano posseduti dalle anime dei trapassati per morte violenta che tornavano a disturbare i vivi: grazie all’abluzione, i corpi erano purificati e i pazzi guarivano dalla malattia.

Ma la follia non era l’unica infermità cui l’acqua poteva porre rimedio: tra le altre, c’era la sterilità di uomini e donne. Persino nell’antica Grecia gli sposi e le spose, prima del matrimonio, venivano immersi nelle fonti e nelle sorgenti, che avevano il potere di accrescere la fecondità.

Fiumi calabresi: le origini leggendarie

La presenza di un Santo cristiano vicino a un corso d’acqua può indicare la più antica esistenza di un culto precristiano. Ninfe, satiri, maghi, ma soprattutto divinità oracolari trovavano spesso la loro dimora nei pressi di una sorgente o di un lago. Benché gli dei fluviali fossero minori e legati al mondo contadino, moltissime sono le leggende che li riguardano; alcune di queste sono legate ai fiumi più importanti della Calabria e sono arrivate fino a noi grazie alla testimonianza dei grandi geografi e poeti del passato.

Del Crati, per esempio, si diceva che cambiasse il colore del mantello dei cavalli in oro brunito, al contrario del vicino Sybaris, che invece lo rendeva scuro. Dell’acqua del Crati si diceva anche che facesse diventare biondi o bianchi i capelli degli uomini che vi si bagnavano e che guarisse dalle malattie. Una leggenda del II secolo d.C. tramandataci da Claudio Eliano spiega l’origine del suo nome, che deriverebbe dal nome di un pastore sibarita, Krathis, appunto. La leggenda vuole che il pastore si fosse innamorato della più bella capra del suo gregge e che un ariete geloso lo avesse ucciso mentre dormiva; allora il suo corpo fu sepolto nei dintorni e gli abitanti diedero il nome di Krathis al corso d’acqua presso il quale si svolse la vicenda. La leggenda narra ancora che la capra amata, dopo qualche tempo, partorì un bambino dalle gambe caprine che, ritenuto una satiro, fu adorato come un dio delle foreste e delle valli.

Anche per il Neto ci è stato tramandato un racconto che ne spiega il nome: il fiume calabrese (il secondo più lungo della regione dopo il Crati) si chiama così per l’unione delle due parole greche “naus aithein”, letteralmente “bruciare le navi”. La storia che c’è dietro questo nome è molto curiosa e risale ai tempi dell’Iliade: si dice infatti che le donne troiane, fatte schiave dai greci di ritorno in patria dopo la fine della guerra, fossero livide di rabbia e stanche di peregrinare per mare; così, una volta approdate nei pressi di Crotone, paghe della terra in cui si trovavano, diedero fuoco alle navi e iniziarono la colonizzazione della costa.

Magia che cura … la licantropia!

Nonostante la licantropia sia legata a saghe moderne e a film interpretati da bellissimi attori, la paura dei lupi mannari era reale e molto diffusa anche in Calabria. I licantropi erano uomini – mai donne! – e venivano riconosciuti da certe caratteristiche inequivocabili: erano taciturni, malinconici, avevano gli occhi incavati e, nella maggior parte dei casi, facevano i contadini. Sembra che nelle notti di luna piena chi volesse evitare la dolorosa trasformazione dovesse gettarsi in un fiume o in un torrente. È semplice intuire perché: i lupi non hanno un buon rapporto con l’acqua e il contatto con gli umori della fonte ritardava la metamorfosi.

L’ultimo (e più incredibile) uso dell’acqua

Acqua che bevi … lingua che parli! Certamente è una favoletta, ma ai tempi dei nostri nonni c’era chi sosteneva che bere acqua da una certa fonte potesse influenzare il tipo di dialetto che si parlava. Nonostante il rispetto dovuto alle generazioni passate, noi non crediamo che bere un sorso dalla sorgente dello Snov possa farci parlare russo; tuttavia, nel dubbio, state attenti all’acqua che mandate giù!