Mimmo Candito, il maestro

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Mimmo Càndito, giornalista e scrittore, nato a Reggio Calabria, per il suo coraggio veniva chiamato “Il maestro”. Uomo straordinario, è morto di tumore ai polmoni, nel 2018, contratto sui campi di battaglia in giro per il mondo, a contatto con l’uranio impoverito. Ha combattuto, per più di un decennio, contro un nemico di cui conosceva la ferocia e la tenacia, sempre con l’idea di sfidare la morte come aveva fatto per tutta la vita.

I colleghi inviati di guerra che lo conoscevano bene per il suo coraggio lo chiamavano “il maestro”.

Mimmo Càndito, uomo straordinario, è morto di tumore ai polmoni, nel 2018, contratto sui campi di battaglia in giro per il mondo, a contatto con l’uranio impoverito. Ha combattuto per più di un decennio contro un nemico di cui conosceva la ferocia e la tenacia, sempre con l’idea di sfidare la morte come aveva fatto per tutta la vita, sempre vicino a quella linea invisibile che ogni bravo giornalista deve avvicinare per avere una buona storia da raccontare.

Il suo essere “Maestro” in mezzo al tuono dei cannoni lo aveva anche dimostrato seduto nella cattedra di teoria e tecnica del linguaggio giornalistico, all’università di Torino, davanti a tanti giovani ai quali cercava di insegnare a praticare il giornalismo con la schiena sempre diritta.

Quando su indicazione di Mario Calabresi, allora direttore della Stampa, scrisse un articolo “Io,inviato di guerra sul fronte del cancro” ebbe in poche ore oltre 40 mila messaggi di risposta.

Corrispondente di guerra in Iraq, Medio Oriente, Asia Africa e Sud America era stato in Afghanistan dove aveva visto morire Maria Grazia Cutuli. Scalpitava sempre davanti all’arroganza cieca degli uffici stampa militare che volevano impedirgli di vedere e di scrivere la verità. Voleva scrivere della realtà e non della sua riproduzione virtuale.

Era stato alle olimpiadi del 1960, tedoforo nella sua Reggio Calabria, dove era nato, campione di sciabola e di pallacanestro; era arrivato a Genova vincitore di un concorso per l’ufficio stampa comunale. Quando all’orale si dichiarò socialista l’assessore democristiano Badano lo trasferì agli uffici demografici. Approdò alla redazione del Lavoro incoraggiato dal mitico Tullio Cicciarelli, uno dei maggiori critici cinematografici italiani. Il direttore era il grande Sandro Pertini. Un quotidiano fondato nel 1903 da una colletta dei lavoratori del porto della città dove nel 1892 era stato fondato il Partito Socialista Italiano. Chi arrivava a Genova per il quarto centenario della scoperta dell’America avrebbe avuto uno sconto sul biglietto del treno. Una testata che è stata scuola di coraggio e di libertà. I giornalisti liberi di scrivere ogni articolo con la massima attenzione alla verità, senza temere pressioni politiche da nessuna parte. Incredibile: una redazione di giornalisti liberi.

Mimmo confessava di lavorare in redazione fino a tarda notte. Talvolta in ufficio si chiudeva in bagno per consumare un pisolino. Era un ciclone. Organizzò una pagina per i giovani, intervistò uno sconosciuto Allen Ginsberg con i buoni uffici di Fernanda Pivano, l’amica di Cesare Pavese e di  Hemingway, raccoglieva in casa sua in via Paleocapa  rappresentanti genovesi della “beat generation” per spiegare chi erano i “cappelloni”, del ‘68  e della sua forza innovativa, tra i pochi, aveva capito presto disagi e contrasti.

Critico cinematografico colto e severo non usava scorciatoie: se il film era brutto, la ghigliottina critica pronta. La redazione illuminata dalla sagacia di Sandro Pertini e da una tradizione di libertà, non conosceva compromessi con il potere. Ogni giornalista rispondeva alla propria coscienza e al rapporto con i lettori. Mimmo aveva un riferimento etico:” La vita è un progetto di conoscenza, perché la vita guarda la realtà solo con il desiderio di capire”. Volò in giro per il mondo assunto dalla “Stampa”. Sulla spiaggia di Varazze nelle estati che lì trascorreva, mentre con cautela entrava nell’acqua limpida, gli piaceva sussurrare: “La forza che abbiamo dentro di noi è una risorsa straordinaria per il contrasto alla minaccia potente della morte “. Voleva difendere con la sua scrittura la dignità umana e farsi nemico della brutalità della violenza. Si commuoveva all’idea che la sua compagna Marinella Venegoni andasse nella chiesa di Saint Patrick, a Miami, a pregare per lui, mentre i medici USA cercavano di ritardare il fatale appuntamento. Ha lasciato con la sua audacia il mondo migliore di come l’aveva trovato. Non sarà dimenticato facilmente. Di lui sono stati scritti elogi straordinari e poetici. Un collega lo fotografò con una lapidaria suggestione etica “Mimmo non conosceva l’invidia”. Oggi, ad apertura di qualunque quotidiano la sua assenza è forte e lancinante. Impossibile non volergli bene.

Matteo Lo Presti