Mimmo Zappia è una “vittima di mafia”. L’attesa lunga 34 anni

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Nei paesi della Locride le strade sembrano un grande pettine. Dalla Statale 106 che costeggia il mare, si diramano perpendicolari, tutte le vie che portano verso l’entroterra, I piccoli borghi spesso arroccati su speroni aspromontani o dentro valli attraversate da fiumare. Sono bianche d’estate, asciutte come le strade, turbinose e inquiete d’inverno, cariche di acqua, neve sciolta e sassi che rotolano fino al mare. Chissà come doveva essere il tempo quel giorno. Era il 2 ottobre e spesso in quel periodo le mareggiate e gli acquazzoni si presentano in queste estreme zone del Sud.

L’anno era il 1987, trentaquattro anni fa, quando Domenico Zappia, Mimmo per tutti I suoi amici e familiari, tornava dalla scuola che amava tanto. Studiava per diventare un bravo geometra ed era uno di quei ragazzi che avevano l’attitudine naturale allo studio, alla curiosità, alla consapevolezza che per realizzarsi nella vita, l’impegno e la determinazione erano le principali forze a cui aggrapparsi, in un territorio povero e desolato. Abitava a Staiti, un bellissimo borgo nei pressi di Brancaleone, terra di ascetismo basiliano, vestigia bizantine, antiche tradizioni. Da questo paesino il ragazzo scendeva alla marina per prendere il treno, tutti I giorni, e raggiungere Bova dove c’era la sua scuola. Perché questo racconto che può sembrare comune a quello di tanti ragazzi, e invece non lo è? Sarà presto detto.

Le corriere che partivano da Staiti e altri paesini, dalla collina fino alla stazione ferroviaria in marina, erano quotidiane e abbastanza frequenti. Quando questa non c’era per motivi di guasti o si perdeva per un ritardo, c’era sempre chi saliva o scendeva, prestando sempre un aiuto e dando un passaggio a chi doveva salire o scendere. Succede ancora, un po’ meno ma succede.

Quel giorno in cui Mimmo, figlio di Gaetano, un amministrativo del comune di Staiti e di Concetta, una avellinese crocerossina e attivista nell’Azione Cattolica, andò come sempre a scuola, non fu la corriera a mancare ma il “suo” treno quotidiano. C’era uno sciopero in corso, I ferrovieri avevano incrociato le braccia.

I treni della Locride sono particolari. Anche quando parti per lavoro o per studio, ti sembra di essere in vacanza, perché il treno costeggia la spiaggia e il mare, come in un viaggio vacanza, dove un paesaggio bellissimo ti accompagna per tutto il tragitto, da mattina a sera, e pure di notte. Per dire che ogni cosa in questo territorio presenta qualcosa di bello così come di oscuro.

Quel 2 ottobre del 1987, era un giorno strano perché si mossero in sincronia due persone che non avrebbero dovuto mai incontrarsi, Mimmo e l’uomo che volle dargli il passaggio, Antonio Stelitano, uno che si era imparentato con la famiglia di un boss dell’allora Faida di Motticella che fece circa 60 morti. Ma questa è un’altra storia. Mimmo Zappia, aveva 18 anni ed era il più bravo della scuola, le sue pagelle non conoscevano voti bassi ed era anche un bravissimo figlio che amava I genitori e ne seguiva I loro insegnamenti. Un ragazzo modello. Quel giorno in cui I treni si fermarono e Mimmo salì su quella macchina, il suo destino fu segnato perché nei pressi di Brancaleone, nella frazione Galati, un commando armatissimo, sferrò un attacco feroce di lupara e mentre il conducente morì sul colpo, il ragazzo agonizzò cinque giorni all’ospedale per poi  morire. Ecco perché questa è una storia diversa. Perché in questi luoghi della Locride, hanno ucciso anche persone perbene e innocenti.

Sono passati 34 anni da allora, la sua amata madre Concetta, ora ultraottantenne consunta dal dolore e dall’attesa, non ha fatto altro che lottare per rendere giustizia e rispetto a quel figlio da sempre proclamato innocente che morì senza capire nulla, senza sapere perché, dentro una storia ed una macchina che non erano sue. Il  padre, morto solo tre mesi prima di suo figlio, aveva lasciato tutto il peso di quel dolore a questa madre forte e determinata. In tutti I decenni trascorsi, la figura di Mimmo è stata quasi dimenticata, come uno dei tanti fatti di cronaca nera.

La lotta e l’urlo di dolore di Concetta, hanno avuto però, anche se molto tardi, il giusto riconoscimento.

Vittoria Camobreco

Leggi l’articolo completo scaricando Riviera n. 29 del 18 Luglio.