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YMCA Siderno: Noi c’eravamo

Raccogliamo questo viaggio nel passato della nostra amica e lo pubblichiamo per aprire anche in voi quei cassetti …

di Teresa Ferraro

Sono passati quarant’anni da quando indossavo la maglia dell’YMCA Siderno Basket femminile.
Quarant’anni sono tanti. Eppure basta passare davanti a quei campi, vedere una palla che rimbalza, ascoltare le urla di un allenamento, per sentire ancora quel richiamo. Per un attimo torno ad avere tredici anni. Mi sembra quasi di poter entrare in campo, correre, ridere con le mie compagne. Poi il tempo riprende il suo posto e resta una stretta al cuore. Qualche giorno fa una mia ex compagna di squadra, oggi soprattutto un’amica, è entrata nei locali dell’YMCA. Ha guardato le pareti, ha osservato le fotografie: immagini di squadre, tornei, ragazzi e ragazze di ieri e di oggi. Tantissime fotografie.

Ma di noi, nemmeno una.

Eppure noi c’eravamo.

C’è stato un tempo in cui l’YMCA aveva una squadra femminile di basket di cui andare fiera. Erano i primi anni Ottanta. Noi ci allenavamo con entusiasmo, sacrificio e una passione che riempiva le giornate. I nostri allenatori sono stati Luciano Pedullà, Gaetano Lodà ed Ennio Misuraca. Figure che hanno creduto in noi, che ci hanno insegnato molto più del basket. E accanto a loro c’era un presidente attento e generoso, Angelo Materazzi, che ha sostenuto quel progetto quando il basket femminile non era certo una priorità.

C’erano Claudia, Elsa, Giovanna, Giusy, Nadia, Sandra, Rosaria, Rosamaria, Letizia, Maria, Stefania, Teresa… e tutte le altre ragazze che hanno condiviso quegli anni straordinari. Ognuna con il proprio carattere, i propri sogni, le proprie paure. Unite da una maglia.

Una maglia fucsia.

Quel fucsia che diventava quasi una gag durante le trasferte. Ogni volta, al tavolo del referto, qualcuno chiedeva: “Ma come si scrive fucsia?”. E noi sorridevamo. Era il nostro piccolo rito prima della partita.

Dietro quelle partite c’erano anche tante rinunce.
Per me il basket significò mettere da parte il pianoforte. Prima trascurarlo, poi lasciarlo del tutto. Non è stato un sacrificio solo mio. Ognuna di noi ha rinunciato a qualcosa: un pomeriggio di studio, un compito fatto in fretta, qualche interrogazione affrontata impreparata, un’uscita con gli amici. Tutto per arrivare puntuali all’allenamento.

Perché stare insieme valeva tutto.

Non eravamo una squadra imbattibile. Anzi, le sconfitte sono state tante. Ma ci sono state anche vittorie bellissime, di quelle che ti fanno sentire invincibile almeno fino al viaggio di ritorno.

E che dire delle trasferte?

Rizziconi, Polistena, Gioia Tauro, Marina di Gioiosa Ionica … chilometri percorsi su un pulmino che definire “scassato” è quasi un complimento. La radio funzionava quando ne aveva voglia e allora ci pensava Lucio Battisti a tenerci compagnia… o meglio, ci pensavamo noi. Cantavamo a squarciagola perché spesso la musica usciva solo dalle nostre voci.
Quelle strade sono state il teatro di infinite risate, confidenze, scherzi e sogni.

E poi le amicizie nate con le avversarie, gli arbitri che ricordiamo ancora oggi come persone prima ancora che direttori di gara. Come l’arbitro Stritof, uno di quei volti che il tempo non è riuscito a cancellare.

Avevamo tra i tredici e i diciassette anni.

L’età in cui si cresce senza accorgersene.

L’età in cui una squadra diventa una seconda famiglia.

Forse la memoria, a volte, dimentica. Le fotografie possono sparire dalle pareti. I nomi possono essere sostituiti da altri, come è giusto che sia, perché ogni generazione scrive la propria storia.

Ma una società sportiva non vive soltanto del presente. Vive anche delle persone che hanno contribuito a costruirla.

Noi abbiamo fatto parte di quella storia.

E anche se il tempo sembra averci cancellate da una parete, non potrà mai cancellare quello che quegli anni hanno lasciato dentro di noi.

Perché il basket non è stato soltanto uno sport.
È stato un pezzo della nostra vita.
E quella vita merita di essere ricordata.

Perché le ragazze che oggi indossano quella maglia sappiano che, molti anni prima di loro, altre ragazze hanno corso sullo stesso campo, hanno sognato gli stessi sogni, hanno pianto per una sconfitta e festeggiato una vittoria. Proprio come loro oggi.

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