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mercoledì, Febbraio 28, 2024
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Notte di Capodanno, Bovalino

Mario Alberti commenta gli incresciosi fatti di Bovalino.

Mario Alberti

Notte di capodanno a Bovalino, alla stazione; uno dei non luoghi di Marc Augé. I fatti sono brevi e indegni; la persona dorme sulla panchina della stazione ed è visibile dai binari e dal treno. Un ragazzo si avvicina mentre altri due, a distanza, stanno a guardare; il ragazzo più “coraggioso” svuota una bottiglia di acqua fredda sulla persona addormentata. Immagino che dopo siano fuggiti ridendo, tronfi dell’impresa compiuta. Si è scatenata indignazione, i giovani sono stati identificati e denunciati, la persona è stata accolta; una comunità si è ribellata, messa di fronte ad un gesto oggettivamente deprecabile, indegno. Fatti che avvengono da sempre e vedono vittime le persone più fragili. Chi vive ai margini e invece di incontrare il poeta russo Osip Mandelstam, che affermava appunto che nei margini si trovano i poemi, incontra due/tre stupidotti che fanno i gradassi lanciando l’acqua e nascondendo la mano. Penso, istintivamente, quante volte ho visto ragazzi in odore di bullismo, sui treni, nelle scuole, per strada. Penso quante volte ho parlato loro e quante volte avrei potuto e non l’ho fatto. Avrei dovuto farlo.
Ecco perché vado da anni nelle scuole a raccontare di persone escluse, cercando di far trovare ai ragazzi, in quelle storie, la bellezza. Ricordo come ieri i ragazzi di un liceo mettere in scena la storia del mio omonimo morto di overdose, lo hanno resuscitato, per un paio di ore, dandogli dignità; che non è mai troppa. Ricordo come ieri le cose perché accadono anche oggi; anche oggi incontro giovani che rimangono commossi dai miei racconti, e che ne raccontano, a loro volta, altri, che vedono protagonisti persone come quella di Bovalino. E che significa tutto ciò? Abbiamo due vie da prendere; il giudizio sic et simpliciter, sommario e lapidario. Che a nulla porterà. Oppure l’impegno di ognuno di noi verso le giovani generazioni; impegno di coerenza e narrazione. E se scuola e famiglia sono le formalmente deputate a educare magari senza i soliti inopportuni rimpalli, tutti noi non possiamo tirarci indietro; ognuno come può e come è. Parliamo ai giovani senza remore, e raccontiamo della bellezza che c’è negli orli della vita. La poesia dei folli e degli esclusi; parliamo del dovere del rispetto verso di loro, quindi verso noi stessi. Ammettiamo, non lo facciamo perché abbiamo paura che i giovani ci ridano in faccia, forse potrebbe accadere; ma se soltanto uno, di fronte alla possibilità di commettere un gesto di bullismo, si fermasse un attimo a pensare, cambiando idea, allora abbiamo vinto. Abbiamo vinto tutti, il ragazzo che non si è macchiato, la vittima che non è diventata vittima, e anche chi come me crede nelle “buone storie, e nei santi peccatori”.

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