mercoledì, Febbraio 18, 2026
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Perché ho firmato: il 22 marzo battaglia in difesa della Costituzione

di Galileo Violini

Ho firmato la richiesta “genuina” di referendum, quella proposta da chi chiede di respingere i cambiamenti costituzionali relativi alla giustizia. “Genuina” perché l’altra, quella che punta ad approvarli, lungi dal riflettere la volontà della maggioranza di essere confortata da un voto popolare, appare piuttosto come un escamotage per accelerare il voto su una materia delicatissima.

Sono stato il firmatario numero 442.068. Firmare non è stato facile: accesso negato più volte. Per riuscirci ho dovuto copiare manualmente il link. La ragione è beneaugurante: probabilmente l’elevato afflusso di firme. Quattro ore dopo, infatti, si era già arrivati a 454.955. La soglia, dunque, non costituisce un problema e, una volta che la Cassazione lo giudicherà ammissibile, spetterà alla Corte costituzionale sciogliere il nodo di quale quesito proporre.

Non è solo un problema tecnico-giuridico. Il principio di proporre referendum che implicitamente appoggiano il governo è sospetto. È vero che può andare male, Pinochet 1988 docet, ma la conferma del consenso non può prevalere sul diritto al dissenso.

Inoltre, le implicazioni politiche sono diverse. Nel primo caso, una sconfitta del governo impone che, in una democrazia sana, si vada a elezioni; nel secondo no.

In sé, la materia non è affascinante. I passaggi tra l’uno e l’altro settore della magistratura riguardano lo 0,002%. L’idea che il sorteggio dei membri togati dei nuovi Consigli superiori possa ridurre significativamente il peso delle correnti cozza contro principi elementari di statistica, con il discutibile effetto collaterale di deresponsabilizzare i sorteggiati. Negli anni Settanta il sorteggio fu usato per un megaconcorso universitario e l’effetto fu esattamente questo.

Ma se sorteggio deve essere, perché non sorteggiare anche i membri eletti dal Parlamento, la cui designazione ha spesso dato luogo in passato a impasse prolungate — anche venti votazioni — a causa della maggioranza qualificata richiesta?

La povertà delle motivazioni alla base della riforma è dimostrata anche dal ricorso a testimonianze di chi non può chiarire la propria posizione, o a una lettura strumentale della storia della materia: si rimprovera Gratteri per aver cambiato idea sul sorteggio, ma si assolve Nordio, la cui maturità gli fa oggi apprezzare la separazione delle carriere, respinta trent’anni fa.

Problemi di questo genere non sarebbero bastati, da soli, a spingermi a firmare con la determinazione e la convinzione con cui l’ho fatto. Ma questa riforma è una prova generale, il grimaldello con cui si comincia a smantellare l’impianto costituzionale.

Non che la Presidente del Consiglio mostri una particolare familiarità con la Costituzione, che chissà quante volte avrà sentito evocare, a Colle Oppio, come “quella dei comunisti”, di una Repubblica nata il 25 aprile e definita in una sguaiata canzone con epiteti da bettola.

Crede che la Costituzione dica cose che non dice, come quando l’Università di Bologna si rifiutò di offrire all’Accademia di Modena un corso di filosofia e si scandalizzò: «È incostituzionale». Non lo era: era una decisione rientrante nell’autonomia universitaria garantita dall’articolo 33 della Costituzione.

Non vede come la Costituzione affermi principi che lei ritiene flessibili. Così, quando parla di diritto internazionale, evita di ricordare la lettera dell’articolo 10, che fa riferimento a “norme generalmente riconosciute” dello stesso. Pur non arrivando agli estremi invocati dal ministro degli Esteri, ritiene che ciò legittimi operazioni militari “straordinarie”, come quella in Venezuela — absit iniuria verbis, ma il presidente Trump le ha definite proprio così, e ai posteri l’ardua sentenza riguardo al confronto tra “speciale” e “straordinario”.

Se passerà questo cambiamento del testo costituzionale, sappiamo già che il prossimo passo sarà il premierato, accompagnato da una legge ordinaria elettorale che, in nome di un principio discutibile — secondo cui chi vince le elezioni dovrebbe poter governare indisturbato per cinque anni, e se poi la realtà si discosta dai programmi annunciati, pazienza — dovrebbe prevedere un premio di maggioranza tale da blindare il potere. Secondo alcune ipotesi, questo premio potrebbe persino consentire di raggiungere la maggioranza qualificata necessaria per eleggere tutti i membri laici del CSM, evitando quelle impasse che ricordavamo, che non sono un incidente, ma una caratteristica voluta del sistema per rafforzare la legittimazione istituzionale del CSM e obbligare al compromesso, impedendo che una sola maggioranza “prenda tutto”.

Ed è esattamente questo il punto che entra in tensione con l’idea — oggi ripetuta come un mantra — secondo cui chi vince le elezioni dovrebbe governare senza intralci.

Se poi il premio garantirà proprio il 60%, si sarà molto vicini alla messa al riparo dal referendum confermativo di ulteriori modifiche costituzionali.

Il materiale per simili modifiche abbonda. La vocazione a limitare diritti non negoziabili — libertà di associazione, libertà individuali, uguaglianza dei cittadini, tutela dei non cittadini — è diffusa nell’attuale maggioranza. Il problema non è stabilire se si tratti o meno di fascismo. Il problema è che la Costituzione è in pericolo e deve essere difesa.

La prima battaglia si combatterà il 22 marzo, ma la guerra in difesa della Costituzione comincia oggi e ci accompagnerà fino alle prossime elezioni. Facciamo nostro lo slogan del ’68: Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

 

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