Perché i diritti degli altri vi fanno paura? È tempo di cambiare

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@Adnkrons

Il prossimo 13 luglio presso il Senato della Repubblica, dovrebbe finalmente essere discusso il Disegno di Legge per la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, meglio noto come DDL Zan.


Un appuntamento rimandato per mesi, tra fake news e tecnicismi improponibili. Questo a riprova di quanta difficoltà riscontrino i nostri politici nell’affrontare certe tematiche di natura sociale; basti pensare che l’approvazione alla Camera dei Deputati è avvenuta il 4 novembre scorso, ormai 8 mesi fa.

Procrastinazione a parte, si registra l’ennesimo tentativo di alcuni partiti (come Lega e Forza Italia) di stravolgere il testo originale per renderlo meno “indigesto” ai movimenti che si oppongono ai Diritti della Comunità LGBTI+.
Il filo conduttore delle contestazioni è sempre il medesimo: legge liberticida.

La Chiesa Cattolica, che fino a qualche settimana fa si limitava a servirsi dei propri sacerdoti disseminati sul territorio nazionale per diffondere la propria becera propaganda, recentissimamente – forse intimorita dagli ultimissimi sviluppi che hanno visto milioni di singole/i cittadine/i, associazioni e anche VIP schierarsi apertamente a favore del DDL Zan – ha provato a mettere alle strette lo Stato Italiano rivendicando quanto sarebbe riportato sugli accordi bilaterali (Concordato) del 1984. Tentativo fallito, vista anche la pronta risposta del Presidente del Consiglio Draghi che ha rammentato l’assoluta laicità dello Stato Italiano.
Fra tutti questi attori politici e non, che con forza sostengono il proprio ‘no’ al testo in questione, l’impressione è che nessuno di loro abbia letto ciò che è ampiamente palesato nel DDL.

Perché il DDL Zan è necessario

La Legge Mancino approvata nell’ormai lontano 1993 non può bastare a tutelare tutti i casi di violenza che si reiterano ogni giorno nel nostro Paese; serve uno strumento concreto per fronteggiare problematiche reali legate alle più disparate forme di discriminazione, e urge dar loro un nome anche e soprattutto sotto il piano giuridico: nelle aule dei tribunali è necessario introdurre il concetto di omobitransfobia.
Le statistiche dimostrano che dopo lo scoppio della situazione pandemica sono aumentate le richieste di aiuto da parte di persone LGBTI+ e donne a causa di soprusi e vessazioni tra le mura domestiche.

Il Disegno di Legge Zan è solo l’inizio di quella che dovrebbe essere una vera e propria rivoluzione culturale che dovrebbe trovare la propria manifestazione in primis nelle università e nelle scuole, ma ci si aspetta un lavoro costante in qualsiasi luogo di aggregazione.

Maggiore attenzione negli uffici pubblici, meno tolleranza verso datori di lavoro e/o colleghi che esercitano attività di mobbing, assicurare servizi sanitari di qualità alle donne che scelgono liberamente di ricorrere all’aborto o verso le persone che esercitano il proprio diritto di effettuare il percorso di transizione.

Le parole sono importanti

Una rivoluzione che non può non passare anche dal linguaggio utilizzato, con l’adozione di terminologie più appropriate; e non si tratta di ostinazione su ciò che viene definito “politicamente corretto”: semplicemente è tempo che si utilizzi il ventaglio di possibilità che la nostra lingua offre per l’abbattimento di non più perdonabili luoghi comuni.

Il Decreto Zan non è solo per le persone LGBTI+, si occupa anche della discriminazione delle persone diversamente agibili. Le persone con disabilità hanno diritto a una vita indipendente e dignitosa, anche sostenute da finanziamenti di servizi assistenziali. La società tutta deve imparare cosa significhi vera integrazione, ponendo fine a sentimenti di pseudo compassione che di certo non coadiuvano il progresso culturale. La persona con disabilità non dev’essere ammirata a tutti i costi, e la sua storia non deve subire strumentalizzazioni da parte dei media.

È tempo di cambiare. Indietro non si torna.

Bruno Giordano