Presunzione di innocenza e libertà di stampa

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Il Decreto legislativo approvato qualche giorno fa dal governo in via definitiva sui rapporti Procura della Repubblica-Media ha acceso, com’era prevedibile, una forte discussione. Questo Decreto ha avuto il via libera dal Parlamento e dal Csm e non per volontà dei giornalisti, che in moltissimi casi sono lavoratori dipendenti. Ma in Italia, come in altri Paesi occidentali, non è forse un problema l’evidente commistione tra editoria, economia e finanza?

 Il Decreto legislativo approvato qualche giorno fa dal governo in via definitiva – con parere positivo delle Commissioni parlamentari e del Csm (unici contrari i consiglieri Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita) sui rapporti Procura della Repubblica-Media ha acceso, com’era prevedibile, una forte discussione che non riguarda solo le garanzie dell’indagato, ma perché intacca sostanzialmente il sistema di informazione del nostro Paese.

Bavaglio per l’informazione su indagini e processi, oppure passi in avanti sulla strada del garantismo e della privacy?

Da giornalista, lo dico subito, il D.lgs. licenziato, che recepisce la direttiva Ue 343/2016, impone pesanti restrizioni alla comunicazione delle autorità giudiziarie poiché affida in capo al Procuratore della Repubblica “i rapporti con gli organi di informazione esclusivamente tramite comunicati stampa ufficiali o nei casi di particolare rilevanza pubblica, tramite conferenza stampa”. Teoricamente, oltre i limiti su indicati, altra possibilità per gli organi di informazione di svolgere il proprio lavoro non è data, sempre teoricamente, se non per tramite gli avvocati (qualora gli assistiti ne abbiano interesse pubblico, ovviamente) o per gli ‘spifferi’ del solito ‘maresciallo’.

Il Decreto, inoltre, prevede sanzioni ‘disciplinari e risarcimento danni’ per Pubblici ministeri  e forze dell’ordine che “non possono indicare pubblicamente l’indagato come colpevole”. Ma se su questo secondo profilo può esserci condivisione in linea di principio, perché l’opinione pubblica non sempre percepisce l’effettiva differenza tra indagati, imputati e condannati, resta il fatto che l’impianto del D.lgs. restringe significativamente “la diffusione di informazioni sui procedimenti penali”, consentendola “solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico”. E non basta: le informazioni devono “chiarire la fase in cui il procedimento pende e assicurare, in ogni caso, il diritto della persona sottoposta a indagini e dell’imputato a non essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata”. E anche qui si può essere d’accordo.

Ma il ‘pezzo forte’ introdotto dal Decreto legislativo è nella parte in cui dice che “è fatto divieto di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza” e delega il Procuratore Generale della Corte d’Appello a vigilare, informando con una relazione “almeno annuale” la Corte di Cassazione che potrà costituire – addirittura – base per procedimenti disciplinari. Un quasi ‘avvertimento’ che assomiglia a un chiavistello robusto per chiudere ogni bocca, pena, il fallimento della carriera.

Ed ancora: l’obbligo per l’autorità pubblica, che ritiene fondata la richiesta, di procedere alla rettifica entro 48 ore con le stesse modalità della dichiarazione originaria con il medesimo rilievo e la medesima diffusione avuti dalla dichiarazione, avvisando l’interessato; il diritto dell’indagato/imputato di chiedere al Tribunale che sia pubblicata la rettifica, quando l’autorità pubblica non ha provveduto o lo ha fatto con modalità diverse da quelle prescritte. Non oso immaginare il numero dei ricorsi, e le conseguenti discussioni, che ne verranno fuori.

Infine, per gli imputati detenuti, servirà una ordinanza del giudice, sentite le parti, sulla necessità di applicare le manette nel corso delle udienze, modalità, peraltro, ormai deposta da tempo.

Che dire, dunque? Una ‘rivoluzione’ di non poco conto rispetto a qualche giorno fa. E le conseguenze?

Il primo colpo lo riceveranno certamente quegli organi di informazione per come hanno finora riportato “fatti&misfatti” di potenti e prepotenti, mafiosi e malversatori pubblici, soprattutto le agili testate online locali che, spesso con largo anticipo, danno notizia in tempo reale di delitti e operazioni di polizia giudiziaria  da ogni parte remota del territorio nazionale e che subiranno, alla luce della legislazione novellata, un pesante freno alle loro attività e il pericolo costante di trovarsi in Tribunale per avere violato ‘cornici normative’  la cui ferrignità sembra partorita in taluni paesi ex comunisti o del sud America!

Certamente non sto a nascondere ‘the dark side of the Moon’, la parte buia e nera purtroppo, costituita da un preoccupante numero di sentenze (quelle definite, ma anche i processi iniziati con ipotesi accusatorie di reati di mafia e  poi ‘riqualificati’ in corso di dibattimento su richiesta degli stessi rappresentanti dell’Accusa), buon ultima quella così detta ‘LEONIA’, una delle società partecipate del comune di Reggio Calabria, i cui ‘gestori di fatto’, pluricondannati per 416 bis in primo e secondo grado, dopo avere scontato alcuni anni di detenzione, sono stati restituiti alla libertà da una sentenza ‘senza rinvio’,  della Corte di Cassazione, con conseguenze inaudite per gli arrestati e le loro famiglie, con lo sbigottimento dell’opinione pubblica, disarmata e impossibilitata a capire le ‘capriole’ della Giustizia in questo Paese.

Il ‘principio di non colpevolezza’ statuito con il Decreto legislativo del governo, se da un lato (ma lo verificheremo presto) restituisce un adeguato profilo di privacy alla persona indagata, imputata e in attesa di giudizio dinanzi all’opinione pubblica, dall’altro, per come formulato, riduce oggettivamente le possibilità del giornalismo d’inchiesta e di raccontare dal vivo le udienze processuali.

«L’unica cosa che mi dispiace, ha affermato il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri in una pausa del processo ‘Rinascita-Scott’, è che ho visto la categoria dei giornalisti, i Consigli dell’Ordine dei giornalisti, sia a livello nazionale che a livello regionale, molto timidi nella protesta. Quasi che ai giornalisti vanno bene queste direttive per fare il loro lavoro. Mi ha meravigliato non poco questo atteggiamento timido dei rappresentanti dei giornalisti».
Un giudizio preoccupato ma anche ingeneroso quello del Procuratore Gratteri, ma è pur vero che questo Decreto Legislativo varato dal Governo ha avuto il via libera dal Parlamento e dal Csm e non per volontà dei giornalisti, che in moltissimi casi sono lavoratori dipendenti. Ma in Italia, come in altri Paesi occidentali, non è forse un problema l’evidente commistione tra editoria, economia e finanza?

Filippo Diano