Comunicato stampa del movimento Siderno 2030
L’assoluzione dell’ex sindaco di Siderno, già senatore e assessore regionale Pietro
Fuda dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa chiude una vicenda
giudiziaria che ha attraversato anni di cronaca, dibattiti e inevitabili ripercussioni sulla vita pubblica.
La sentenza appartiene ai tribunali e va rispettata, così come va rispettato il principio costituzionale della
presunzione di innocenza fino a una decisione definitiva. Ma accanto al piano giudiziario esiste quello
politico, sociale e umano, sul quale è inevitabile aprire una riflessione.
Perché ogni volta che un procedimento di enorme impatto mediatico si conclude con un’assoluzione, resta
una domanda che riguarda non soltanto l’imputato, ma l’intera collettività: chi paga il prezzo degli anni
trascorsi?
Lo paga la persona coinvolta, certamente. Ma lo paga anche una città.
Siderno è una comunità che da decenni vive sotto i riflettori quando si parla di criminalità organizzata. Ogni
indagine che coinvolge amministratori o figure istituzionali finisce inevitabilmente per riflettersi
sull’immagine del territorio, alimentando diffidenza, frenando investimenti e consolidando stereotipi
difficili da cancellare.
Quando poi il procedimento si conclude con un’assoluzione, il danno all’immagine, spesso, è già stato
prodotto.
La giustizia deve fare il suo corso, nessuno mette in discussione il dovere dello Stato di indagare ogni volta
che emergano elementi ritenuti meritevoli di approfondimento. Sarebbe altrettanto grave il contrario.
Tuttavia, è legittimo interrogarsi sull’efficienza di un sistema che troppo frequentemente arriva a una
conclusione soltanto dopo lunghi anni, quando gli effetti politici, istituzionali e personali sono ormai
irreversibili.
Il punto non è criticare l’azione della magistratura in quanto tale. Il punto è chiedersi se il sistema giustizia
riesca sempre a garantire, insieme alla necessaria repressione dei fenomeni mafiosi, anche tempi
ragionevoli e un equilibrio tra l’esigenza investigativa e i diritti delle persone coinvolte.
Perché una comunità non può vivere per anni sospesa tra accuse, processi e sentenze che arrivano quando
ormai intere stagioni politiche sono finite.
La vicenda di Pietro Fuda riporta al centro un tema che riguarda tutto il Paese: quello degli effetti delle
inchieste sulle istituzioni locali e sulla fiducia dei cittadini.
Ogni assoluzione non cancella automaticamente ciò che è accaduto negli anni precedenti. Non restituisce
le opportunità perdute, non ricostruisce la reputazione di una persona o di una città con la stessa velocità
con cui questa può essere compromessa.
Ed è proprio questo il nodo sul quale la politica e il legislatore dovrebbero interrogarsi.
Uno Stato forte è quello che combatte con determinazione la criminalità organizzata, ma è anche quello
che riesce a farlo evitando che i tempi della giustizia diventino essi stessi una forma di pena anticipata.
Perché la lotta alle mafie è un valore irrinunciabile. Ma lo è altrettanto la tutela dei diritti e della dignità
delle persone.
Quando un processo termina con un’assoluzione dopo molti anni, non basta limitarsi a registrare l’esito
giudiziario. Occorre chiedersi se il sistema abbia funzionato nel modo migliore possibile.
E, soprattutto, occorre ricordare che insieme agli imputati,spesso, a pagare il conto sono anche le comunità
che quelle vicende le vivono ogni giorno, tra sfiducia, isolamento e un’immagine pubblica che fatica a
liberarsi dal peso delle cronache giudiziarie.
La giustizia non deve soltanto essere giusta. Deve anche riuscire a esserlo in tempi tali da non trasformare
l’attesa della verità in un danno permanente per le persone e per i territori.



