Quasimodo: da Reggio Calabria al Nobel per la letteratura

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Salvatore Quasimodo, nel 1926, viene assunto come geometra al Regio Genio Civile di Reggio Calabria. In questa città, conosce il grande Pugliatti, giurista e umanista versato in molte discipline, che lo incoraggia a continuare a coltivare la sua vocazione poetica. Così, nel 1959, gli viene conferito il Nobel per la letteratura con questa motivazione: “Per la sua poetica lirica che con ardente classicità esprime il dolore del mondo contemporaneo”.

Il Novecento italiano annovera grandi letterati e poeti; uno dei più famosi è Salvatore Quasimodo, nato a Modica (Ragusa) e cresciuto a Roccalumera (Messina), dove il padre era capostazione; a causa del terremoto catastrofico del 1908 la famiglia Quasimodo si trasferisce a Messina, ove il padre ha l’incarico di riorganizzare il traffico ferroviario. Nella città dello Stretto il giovane  Quasimodo frequenta le scuole tecniche e consegue il diploma di geometra,  alloggiando in una carrozza ferroviaria d’un treno merci. Pubblica le prime poesie su giornaletti locali e nel 1919, conseguito il diploma, si scrive nella facoltà di ingegneria a Roma, dove frequenta anche i corsi di latino e greco. Le difficoltà economiche lo costringono a cercarsi un lavoro che lo distrae dagli studi.  Nel 1926  viene assunto come geometra al Regio Genio Civile di Reggio Calabria. Finiscono così le ristrettezze economiche, ma si allontana  dai suoi interessi culturali. A Reggio conosce  il grande Pugliatti, giurista e umanista versato in molte discipline, che lo incoraggia  a continuare a coltivare la sua vocazione poetica. Durante il soggiorno reggino,  per ragioni di lavoro, percorre, in pulman e in treno, la provincia da Nord a Sud; durante uno di questi viaggi sulla linea Ionica, dove dirige dei lavori per la costruzione della strada rotabile Pazzano- Bivongi, conosce occasionalmente la giovane poetessa Ada Saffo Sapere di Pazzano, appartenente ad una famiglia agiata, la cui casa è frequentata dal fior fiore della cultura calabrese del tempo. Scrive Tarcisio Taverniti, uomo di cultura ed autore d’un dizionario della lingua dialettale: “L’incontro tra la Saffo e Quasimodo fu del tutto occasionale. Una mattina la maestra Sapere prese la corriera “La Rapida“ che collegava i paesi interni con lo scalo ferroviario di Monasterace – Stilo per recarsi a Reggio per il disbrigo d’una pratica presso il Provveditorato agli studi. Sulla stessa corriera salì un giovane snello di natura, il quale prese posto accanto a lei; Io sconosciuto si mise a ridere, nel leggere sul retro dello schienale del sedile “ La Rapida…lumaca “. Anche la Sapere rise assieme allo sconosciuto. “L’ironia del bontempone autore dello scritto, racchiude in sé il mistero della vita“- esclamò il giovane. Ed egli fece una lunga dissertazione filosofica sullo scritto. Questa frase, proseguì il giovane, mette in evidenza la “coincidentia oppositorum“, poiché rapida – lumaca hanno in comune il moto, così come la notte ed il giorno hanno in comune il tempo, la lumaca non sarà mai rapida, né la notte sarà mai giorno ”. Il giovane sconosciuto era Salvatore Quasimodo. La Saffo tirò dalla borsa la rivista “Roma Letteraria“  e fece vedere le poesie da lei composte; Quasimodo lesse con attenzione e disse: “Signora complimenti, lei compone versi meravigliosi! Anch’io scrivo poesie, e se lei vuole, desidererei  fargliele leggere per avere il suo giudizio”. Tra i due poeti nacque una corrispondenza epistolare che durò a lungo. In data 5 giugno 1930, Quasimodo scrive alla Sapere: “Mi dispiace che non possa fare nulla per l’articolo mandato al Corriere della Calabria, perché non conosco nessuno al giornale; sulla poesia parleremo al nostro prossimo incontro”. In una lettera datata 27 gennaio 1931 ,Quasimodo scrive ancora: “Gentile Signora, ho avuto le copie della Rivista Letteraria con il seguito di Abelardo ed Eloisa (la Sapere aveva scritto un commento critico sulla storia dei due amanti immortalati da Alexsandre Pope) e non ho che ripeterle il mio consenso; non solo, ma la convinzione che il suo studio  sia quanto di più  seria abbia pubblicato quella rivista. Mi scrivo, carissima amica, e si abbia, assieme a suo padre, i miei più cordiali saluti. Suo Quasimodo.” Quando il poeta si trovava a Pazzano, per motivi di lavoro, frequentava casa Sapere (l’attuale casa di Tarcisio Taverniti). La Sapere compone poesie seguendo la tradizione classicheggiante e  dannunziana, e, come Croce, non apprezza il movimento ermetico, presente specialmente nella prima fase della poesia di Quasimodo. La poetessa pensa che la poesia deve suscitare emozioni immediate. Se il lettore, invece,  deve scrutare l’intimo pensiero del poeta, l’attimo emotivo si dilegua e la freschezza della poesia appassisce. La Sapere seguì il proprio destino in Calabria prima, ed in tanti altri paesi europei ed il Brasile dopo. La maggior parte della produzione poetica e letteraria della Sapere giace ancora inedita. Quasimodo si trasferì prima a Genova dove conobbe Sbarbaro, poi a Cagliari. I due poeti si persero di vista. Abbiamo detto che durante il soggiorno reggino Quasimodo continua a coltivare la poesia, così nel 1930 lo troviamo a Firenze, allora centro culturale importante per la presenza di riviste letterarie che rispecchiano la cultura del tempo. Nella città dell’Arno vive suo cognato Elio Vittorini, critico letterario allora molto influente e, proprio a Firenze, sulla rivista Solaria pubblica “Acqua e Terre”, la sua prima raccolta poetica nella quale rivela  il suo attaccamento alla Sicilia, vista come rifugio, come terra quasi mitica, un Eden che attenua il suo dolore esistenziale, ed il sentimento della morte e del dolore trovano tregua contemplando le meraviglie della natura; la più nota di queste liriche è Vento a Tindari. Da Cagliari arriva, finalmente a Milano dove lavora prima come segretario di Zavattini al giornale, e poi ottiene la cattedra di letteratura italiana, per chiara fama, al Conservatorio musicale. Milano e la Lombardia accolgono il poeta e diventano una sua seconda patria; mentre insegna compone  le poesie più belle e più note, come “ Ed è subito sera” e “Alle fronde dei salici “. La poesia degli ermetici più che porre attenzione al mondo esterno, alla cosiddetta realtà, è di tipo intimistico; il poeta indaga il proprio io profondo ed avverte un senso di solitudine, di dolore e  di morte. Ma non si tratta d’una poesia soggettivistica, perché i sentimenti che il poeta descrive sono presenti nell’animo di ogni uomo, e quindi sono universali. La seconda guerra mondiale, l’occupazione tedesca, la lotta per la Resistenza poi hanno portato distruzione e morte. Il poeta non può restare insensibile e si apre al mondo; in questa fase la componente quasi metafisica, presente in tante sue liriche, viene meno e guarda il mondo esterno così come appare. Traduce i lirici greci dell’età arcaica, non in maniera letterale, ma trasferendo nel mondo d’oggi l’afflato lirico che destavano nella loro epoca. Nel 1959, per lui poeta e traduttore originale della lirica greca arriva il Nobel che in molti desta scandalo: un geometra insignito della massima onorificenza letteraria! Può capitare di pensarlo a chi non ha letto Quasimodo con serenità, ed attenzione. Eppure, la pergamena contiene la motivazione del premio che rispecchia la sua personalità poetica ed umana: “Per la  sua poetica lirica che con ardente classicità esprime il dolore del mondo contemporaneo”.

Bruno Chinè