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Quattro gambe per un’idea

Bruno Gemelli ci parla dello storico calabrese Michele Drosi, dei suoi pensieri, della carriera e del contributo fornito attraverso i suoi saggi

Il quarto numero della rivista “Civiltà socialista” (febbraio 2024, 200 pagine) – rivista politica diretta da Fabrizio Cicchitto – ha ospitato un contributo dello storico calabrese Michele Drosi che è andato a ripescare il pensiero di Thomas Piketty, economista francese, professore di economia presso la École des hautes études en sciences sociales, presidente associato presso la Ecole d’économie de Paris – Paris School of Economics. Un pensiero originale che non è sfuggito a Drosi, impegnato in tutto il ventaglio del riformismo-gradualismo di origine socialista. Infatti Drosi, dirigente regionale del Partito democratico, rappresenta la continuità tra le origini socialiste di Turati e Nenni e le evoluzioni craxiane dell’ultimo, tragico, periodo.

Piketty s’è guadagnato la sua fetta di notorietà diventando famoso per i suoi studi sulle disuguaglianze economiche e dello sviluppo delle nazioni; infatti ha fondato e coordinato il World Inequality Database. È autore di 18 opere, la più notevole delle quali è “Il capitale nel 21º secolo” (2013), venduta in più di 2,5 milioni di copie in tutto il mondo e adattata in un documentario, così come il suo seguito “Capitale e ideologia” (2019).

 

Per tornare al commento di Drosi sulla rivista di Cicchitto, nell’incipit del suo pezzo esordisce: «Thomas Piketty nel suo nuovo libro “Capitale e Ideologie” (La nave di Teseo, 2020) sostiene che bisogna andare oltre il dogma della proprietà privata e del libero scambio e bisogna dare più potere ai lavoratori nelle imprese. Solo così ci sarà una società più ricca e più eguale. Per fare tutto ciò è necessario superare il capitalismo, guardando al ventesimo secolo e chiedendosi quali sono le idee che hanno funzionato meglio, quelle che hanno fatto crescere la ricchezza e hanno ridotto le disuguaglianze, che secondo Piketty sono tre: la giustizia educativa, più diritti ai lavoratori e la progressività fiscale per redistribuire ricchezza e benessere».

 

Da qui, continua Drosi, «la giustizia educativa è il fattore principale con cui si può ridurre l’ingiustizia sociale e aumentare la produttività economica, nel senso che chi oggi frequenta le università, dovrebbe pretendere una formazione migliore, adeguata ai suoi bisogni, mentre spesso questo non accade. Per quel che riguarda l’esigenza di garantire più diritti ai lavoratori e una maggiore progressività fiscale, è necessario andare oltre alle relazioni di pura proprietà privata. Nel secondo dopoguerra c’erano Paesi come la Svezia e la Germania, nei quali i lavoratori e le loro rappresentanze avevano più del 50% dei voti nei consigli di amministrazione di alcune grandi imprese, indipendentemente dalle quote che possedevano. E in più, detenevano pure il 10% o il 20% delle azioni dell’impresa. Questo, rileva Piketty, è un altro modo di intendere la proprietà, che è già esistito, e che ha mostrato ottimi risultati nella pianificazione delle strategie a lungo termine delle imprese. Insomma, per avere più prosperità economica c’è bisogno di una economia più inclusiva.

 

Questa, per Piketty, è la via giusta per superare il capitalismo. E nel suo libro propone “un nuovo socialismo partecipativo”, che si basa sulla decentralizzazione e sulla distribuzione della proprietà e del potere decisionale. E, quindi, una società scalabile attraverso la formazione, nella quale tutti partecipano alle decisioni e nella quale le rendite di posizione come le ereditate finanziano beni pubblici attraverso alla progressiva redistribuzione fiscale. È questo, in buona sostanza, un socialismo che si fonda su una proprietà di grandezza relativa, conclude Piketty, un nuovo socialismo, che magari a molti non piace come definizione, ma che è l’unica via disponibile per poter parlare di superamento del capitalismo».

 

Per molti il socialismo italiano è finito con Nenni, De Martino e Lombardi. Poi è arrivato Craxi. Tutta un’altra storia, ma, per Michele Drosi, il filo rosso continua. Anche perché, quando nacque la rivista (novembre 2022), in una masseria del leccese, il direttore ne spiegò il titolo: «È provocatorio, perché evoca in primo luogo l’aggettivo socialista in una situazione in cui il Partito socialista è stato eliminato con un’operazione eversiva nel ’92/’94».

 

Le difficoltà attuali e storiche del Pd (che è nato nel 2007) risiedono, forse, nel fatto che è nato con due gambe, quella comunista e quella democristiana; le sono mancate quella socialista e quella laico-liberale.

 

Nel suo saggio Drosi dimostra di avere quattro gambe.

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