Ricordo di Mario La Cava

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Il 16 novembre è stato Il trentatreesimo anniversario della morte dello scrittore Mario La Cava, uno scrittore non facilmente etichettabile. Osservatore acuto, la sua scrittura apparentemente semplice è in realtà profonda ed essenziale. I temi gravitano attorno all’osservazione della realtà che circonda l’autore in una Calabria (quella degli anni Cinquanta) ancora semifeudale che naviga nell’ignoranza, nel pregiudizio e nell’immobilismo sociale.

 Il 16 novembre è stato Il trentatreesimo anniversario della morte dello scrittore Mario La Cava. Fu uno dei maggiori scrittori nostri, anche se, pur riconosciuto tale dai maggiori critici dell’epoca, non ebbe la meritata diffusione in ambito nazionale. Viene al mondo in una famiglia piccolo borghese, di un piccolo paese di pescatori, Bovalino. Nasce pochi mesi prima del terribile terremoto del dicembre 1908 e sette anni prima dello scoppio della grande guerra. Suo zio Francesco La Cava è un grande clinico della capitale, medico personale di molti personaggi importanti dell’epoca tra cui Ernesto Buonaiuti teologo e storico del cristianesimo, esponente di primo piano del modernismo italiano. L’incontro di La Cava con questo grande personaggio della cultura lo incoraggia a tentare di realizzare il suo sogno: intraprendere la difficile carriera di narratore; ma ciò non convince i genitori, i quali vogliono che il loro unico figlio diventi medico. Ma ormai Mario ha fatto la sua scelta e, pur conseguendo la laurea in legge, continua a coltivare il sogno di diventare scrittore. A 24 anni, nel 1932, ha già pronta un’opera: un romanzo breve dal titolo Il matrimonio di Caterina, in cui affiora la sua tendenza a trattare il mondo emozionale della provincia e la sua predilezione per le persone semplici e umili. Il racconto avrà un destino incredibile: respinto per anni da vari editori, verrà pubblicato dopo quarantacinque anni, nel 1977; da esso il regista Luigi Comencini ha addirittura tratto un film.

Nel 1939 Le Monnier pubblica Caratteri, da molti ritenuto il suo capolavoro: brevi, a volte lapidari, ritratti da cui risulta la rappresentazione di un’umanità con i suoi difetti, le sue manie, le sue passioni, le sue cattiverie, i suoi pregiudizi, ma a volte anche la sua pietà. Questo genere letterario nuovo, ancorché praticato anche nell’antichità greca da Teofrasto e in Francia nel secolo XVII da Jean de La Bruyère, quasi sconosciuto in Italia se non per qualche tentativo operato da scrittori non di primissimo piano, come Idelfonso Nieri (che peraltro ci ha lasciato una elegante traduzione dei Caratteri morali del filosofo e naturalista Teofrasto di Ereso discepolo prediletto di Aristotele), gli valse il riconoscimento di uno dei più importanti editori dell’epoca, appunto, Le Monnier. Le memorie del vecchio maresciallo e Colloquio con Antonuzza sono opere di una freschezza e di un’originalità sorprendenti. In esse La Cava, oltre ai profili umani dei due protagonisti – la bambina saggia e il novantenne maresciallo, dai cui ricordi emerge il mondo ottocentesco paesano -, risaltano anche gli intrighi, le lotte tra famiglie abbienti, la miseria del volgo, le malignità, ma anche la saggezza atavica di un popolo anche se ignorante.

La critica cominciò, finalmente, ad apprezzare le doti di indagatore psicologico, la fine vena ironica e il substrato classico della sua cultura. Mimì Cafiero (1959), è la storia di un uomo zotico, violento ed egoista che si conclude in tragedia; Vita di Stefano (1962) narra l’esistenza travagliata di un giovane antifascista che, per via di questa posizione politica non riesce a trovare lavoro: trovatolo infine nelle ferrovie, sposa il suo amore Clelia, ma lo attende la tragedia: muore in un incidente stradale. La ragazza del vicolo scuro è forse il suo romanzo più bello, anche se la protagonista non colleziona altro che sconfitte, fallimenti e sopraffazioni: da bambina quando la vecchia maestra la strappa quasi alla famiglia per ridurla a serva e sottoporla a continue umiliazioni, fino all’abbandono atroce e crudele del giovane fidanzato. I fatti di Casignana è un saggio – romanzo dove racconta fatti realmente accaduti poco tempo prima l’avvento del fascismo: la rivolta di contadini contro il latifondista, finita in tragedia. La Cava scrive anche libri di racconti, tra cui Viaggio in Egitto ed altre storie di emigranti, dove tratta il problema drammatico dell’emigrazione calabrese nel mondo, a cominciare dall’emigrazione in Egitto per la costruzione del Canale di Suez. Viaggio in Israele è un racconto – reportage sul processo Eichmann, in cui oltre al giornalista affiora il narratore, con racconti sulla vita e sulla gente della giovane nazione. L’ultimo romanzo dell’autore, Una stagione a Siena esce dall’ orbita paesana ed e basato sulla vita di Mario, studente a Siena e sulla vita studentesca nella città toscana sotto il fascismo. La Cava ha scritto anche opere teatrali di buon livello. Scrittore completo dunque. 

Anche in La Cava come in altri scrittori calabresi, Padula, Alvaro ecc., la figura della donna è essenziale. Le donne in La Cava sono umili, sottomesse come Caterina, Elena e Carmela; il loro unico obiettivo è il matrimonio, per il quale spesso rinunciano all’amore, altrimenti si rischia di rimanere sole, zitelle e quel che è peggio essere perseguitate dalla gente. La Cava è uno scrittore non facilmente etichettabile, tuttavia molto vicino al neorealismo (etico); osservatore acuto, la sua scrittura apparentemente semplice è in realtà profonda ed essenziale. I temi gravitano attorno all’osservazione della realtà che circonda l’autore in una Calabria (quella degli anni Cinquanta) ancora semifeudale che naviga nell’ignoranza, nel pregiudizio e nell’immobilismo sociale.   

Fortunato Nocera