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Riflessioni dopo il ciclone

Pubblichiamo questa riflessione del professore Vincenzo Naymo, perché serve secondo noi una discussione ampia dopo quello che è successo il 21 gennaio dopo il passaggio del ciclone Harry.

Di Vincenzo Naymo (21/1/2026)

In questa ore, giustamente, molti si disperano per i tanti lungomari seriamente danneggiati o distrutti lungo la costa jonica calabrese e quella siciliana dalle mareggiate del cosiddetto ciclone Harry. Come al solito, con la memoria cortissima degli uomini, si attribuisce la colpa a fattori naturali legati ad una variazione del clima, magari indotta dall’uomo. Ci si dimentica del tutto che nel corso dei secoli, e soprattutto dei millenni, le linee di costa di qualsiasi regione, Calabria compresa, non sono mai state fisse, stabili, ma sono arretrate e avanzate anche di centinaia di metri. Ci sono documenti ed evidenze archeologiche che lo dimostrano. Però non basta la vita di un uomo e neppure quelle dei propri genitori e dei nonni per prendere atto di questa realtà. Tuttavia, basterebbe consultare un po’ di fonti storiche per avere una visione meno miope della realtà e per essere meno banali rispetto a quanti, in queste ore, si riordinano le idee attribuendo la causa di tutto al cambiamento climatico che va tanto si moda oggi. Sul finire dell’Ottocento, dopo circa 1300 anni di spopolamento (per ragioni ben note che qui non è il caso di ricordare), i calabresi (e non solo loro) sono tornati a vivere in larga misura sul mare, edificando quelle “marine” dei centri interni, a cui hanno dato spesso lo stesso nome della cittadina progenitrice dove avevano vissuto per secoli al sicuro da mareggiate. Hanno costruito provvidenziali ferrovie e strade costiere a distanza relativamente breve dal mare ma, comunque, a distanza tale da garantire un minimo di rispetto per la costa e dunque per il mare e di conseguenza anche un minimo di sicurezza per le proprie infrastrutture e i loro abitati. Poi sono arrivati gli anni ’60 e ’70 del Novecento epoca in cui le coste sono state selvaggiamente cementificate con vergognose speculazioni edilizie. È arrivata la moda (non voglio dire la fissazione) dei lungomari, cosa non sbagliata in linea di principio, ma che, purtroppo, sono stati edificati, troppo a ridosso delle spiagge, in qualche caso rubando metri di spiaggia al mare. Non paghi di questa follia, in alcuni centri si è pensato bene di costruire sui lungomari numerosi palazzoni, enormi e orripilanti, (affittati in in estate talvolta a prezzi esorbitanti) che, oltre a deturpare gli stessi lungomari, rappresentano tutt’ora una sorta di bomba ad orologeria. Ogni tanto, però, il mare, ci piaccia o meno, si riprende in parte quello che gli spetta infischiandonese di muraglioni in cemento armato, di barriere posticce e permanenti, distruggendo inferriate, pavimentazioni, panchine, lampioni, manti stradali e persino monumenti. Ogni volta che accade, però, dopo un po’ gli uomini, dimenticando la lezione, rimettono le cose a posto spendendo capitali enormi ma perpetuando gli errori di sempre. Qualche mese fa ho sentito gioire tanta gente perché è stata finanziata la costruzione di un ennesimo ponte sul fiume Novito (ce ne sono almeno 4 più all’interno per strade e ferrovie), ponte che unirà i lungomari di Siderno e di Locri. Mi sono detto: in un territorio in cui mancano infrastrutture fondamentali, si trovano i fondi per un’opera assolutamente inutile e, tra l’altro, a rischio di essere continuamente danneggiata dal mare. Mi pare che i fatti di questi giorni confermino l’inutilità di tutto ciò ma, soprattutto, confermano la nostra assoluta cecità. Lungi da me qualsiasi intento polemico, mi permetto di scrivere semplicemente che oggi tutti quanti, anziché lamentarci della natura, dovremmo solamente tacere, stare almeno zitti di fronte a tutto questo. Tuttavia so già che questo non accadrà.

foto di: gfp_72

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