Salvatore Zito: un pittore mediterraneo

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Salvatore Zito, pittore di formazione classica dalla tecnica spettacolare, esprime che cosa intende per pittura: “Per me, dipingere è lo specchio implacabile dello stato d’animo, sospeso tra auto-terapia, citazione, riflessione ed istinto. È strumento per accedere alla Bellezza, per migliorare e migliorarsi in un percorso di auto-analisi, che non indulge a facili soluzioni.”

“Salvatore Zito vive e lavora a Torino. Si è diplomato in pittura all’Accademia Albertina di Belle Arti, dove è stato titolare della cattedra di Decorazione. Pittore di formazione classica dalla tecnica spettacolare, applica questa sua peculiarità a tutte le esperienze artistiche che si trova ad attraversare.

Zito lavora per cicli: le Ferrari, la Coca-cola, le angurie, le maree, le nature morte, Spiderman e gli stick hanno via via popolato le sue opere, affrontati in modo sempre nuovo: ora con irruente passionalità, ora con citazioni colte, ora con una gestualità e un’espressività laceranti sorrette da una cromaticità ricca e intensa.

Apprezzato per la forza e l’ironia, per la lucida e raffinata interpretazione del reale, Zito si confronta anche con impegnativi temi a sfondo sociale per la campagna informativa sull’Aids per la Città di Torino, il Gruppo Abele, e la LILA, sul tema della siccità per il Catalogo Trevi Flash Art Museum e sulla fame nel mondo per il Sermig di Torino.”

Artista dal declamato e dichiarato amore per la Calabria, i suoi profumi e i suoi colori, abbiamo provato a rivolgergli alcune domande.

Lei è un pittore di successo?

Di successo direi no, bravo sì. Mi auguro, perché attraverso la bravura mi sento libero di esprimere quello che sento.

Ci vuole raccontare in sintesi la sua carriera?

Sono nato a Rocca di Neto in Calabria e sono partito per approdare a Torino negli anni settanta a dieci anni.

Avevo già la passione per la pittura, a Torino ho avuto la possibilità di dedicarmi a un ambiente legato all’artigianato, al restauro di mobili policromi, una città ricca come Torino mi offrì la possibilità di dedicarmi agli studi per approfondire il linguaggio della pittura, poi gli studi si indirizzarono verso un piano classico, prima il liceo artistico poi la frequentazione dell’accademia di belle arti e la docenza in Decorazione

Qualche curiosità che ricorda?

Come ho detto prima, sono nato a Rocca di Neto ma sono stato battezzato a Crotone perché il prete di allora si rifiutò di farlo perché il sindaco di allora era comunista e mio padre lo aveva appoggiato nelle elezioni. Mio padre reagì con schietta ironia, tranquillizzando il parroco.

Parla ancora il dialetto calabrese?

Il dialetto lo parlo ancora. Mi piace gustare la nostra lingua, adoravo parlare con mia madre, che è mancata recentemente, perché alcune espressioni dialettali rendono come non potrebbe fare la lingua italiana.

Ha mai vissuto episodi di razzismo?

Negli anni ottanta, quando ho aperto il mio primo studio, ho dovuto ricorrere a un espediente, mentire sulle mie origini perché altrimenti non mi avrebbero affittato il locale. Cerano ancora cartelli sgradevoli sugli annunci immobiliari.

Cosa si porta dietro la sua cultura di origine?

 La regione dove sono nato per quanto mi riguarda mi ispira la classicità e il lavoro sulla bellezza, la bellezza primaverile, e non solo, in Calabria, è inarrivabile, i profumi, basterebbe già questo per un creativo.

Lei ha vissuto episodi che riportano aspetti e luoghi comuni sulla nostra regione?

Purtroppo alcune cose sono reali, come l’ottusità, a volte rincresce volerlo dire una sorta di ottusità da parte di chi continua a voler vedere in senso unidirezionale, manifestando una mancanza di volontà di cambiare, non solo nel campo delle arti figurative.

La sua origine ha pesato in maniera positiva o negativa dato che è vissuto in altro luogo?

 Non riesco a definire una scelta, perché io mi definisco internazionale cittadino del mondo. Dato che mi porto dietro un bagaglio culturale del bacino mediterraneo mi sento più forte. Tutto quello che ho vissuto in Calabria, quel poco degli anni sessanta in me si è tramutato in ricchezza. Trovarmi di fronte ai resti del passato, ad esempio, di fronte alla bellezza classica greca o entrare in una chiesa bizantina, mi ha formato in maniera solida. Anche ora, quando torno in Calabria.

Quali possono essere i problemi di un giovane creativo che vuole fare carriera nel campo della pittura in Calabria?

Sono problemi che riguardano tutto, sono materie vocazionali, il problema è avere qualcosa da dire e trovare i modi per dirlo. In Calabria si produce poco ma bisogna saper esplorare il territorio, impegnarsi a cercare delle realtà che una volta non esistevano.

Lei avrebbe avuto le stesse opportunità lavorando in Calabria?

E’ difficile dirlo. Il nostro è un mestiere difficilissimo, forse in Calabria il mio percorso artistico sarebbe stato diverso, comunque in cima all’Aspromonte sarebbe stato lo stesso. Bisogna avere qualcosa dire, questo è il punto-

Ci vuole raccontare qualche episodio che la riconduce alla sua origine calabrese?

Mi porto appresso l’amore per i colori, una tavolozza credo ricca solare tipicamente mediterranea, nella mia pittura compaiono dei soggetti che a livello inconscio emergono nella mia ricerca legati alla terra natia.

Sotto l’aspetto personale, penso che il calore umano dei calabresi sia raro, il senso dell’accoglienza e la giusta dose di ironia una autoironia solare., che credo sia unica al mondo.

Giuseppe Fiorenza