HomeApprofondimentiSiderno e la fabbrica del racconto: quando l’informazione supera i fatti

Siderno e la fabbrica del racconto: quando l’informazione supera i fatti

Nei giorni scorsi a Siderno, principale centro della Locride, sette presunti appartenenti a contesti mafiosi sono stati posti in stato di fermo nell’ambito di un’indagine che, secondo l’accusa, punterebbe a sventare un tentativo di ristrutturazione dell’organizzazione apicale di una delle cosche storicamente più forti del territorio, quella dei Commisso. Un’operazione importante, certo, ma che – per dinamica e collocazione – avrebbe probabilmente trovato spazio, in un sistema informativo equilibrato, nelle pagine interne dei giornali locali o, al massimo, nelle cronache giudiziarie regionali.

E invece no. La notizia si impone rapidamente sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e nel circuito dei principali telegiornali. Il motivo non è tanto l’operazione in sé, né il fatto che il GIP di Locri non abbia convalidato il fermo, pur se è stata mantenuta la custodia in carcere per il ravvisato pericolo di fuga. Il vero detonatore mediatico è un altro: nelle intercettazioni compare il nome di Nicola Gratteri.

Nicola Gratteri

È sufficiente questo per trasformare un’inchiesta territoriale in un caso nazionale. Eppure, a leggere con attenzione i contenuti delle conversazioni intercettate, emerge un dato assai meno clamoroso e, per certi versi, persino paradossale. Gli interlocutori, parlando del magistrato, partono da un elemento che ritengono evidente: la sua costante presenza televisiva. E arrivano a una conclusione che appare più legata alla percezione mediatica che a una valutazione operativa: sarebbe “peggio” di Falcone e Borsellino, proprio perché sempre in TV.

Un giudizio che, al netto della sua gravità simbolica, non segnala affatto la centralità investigativa del magistrato nella loro agenda criminale. Anzi, suggerisce qualcosa di diverso: la sua figura viene evocata come personaggio pubblico, non come minaccia concreta.

Ma c’è un altro passaggio delle intercettazioni, ben più significativo, che gran parte del circuito informativo nazionale sembra aver ignorato o relegato ai margini. Frank Albanese, indicato come possibile figura di raccordo tra le consorterie calabresi, quelle canadesi e statunitensi, e ritenuto in linea ereditaria vicino alla tradizione criminale riconducibile a Ntony Macrì, a un certo punto della conversazione domanda, a proposito di Gratteri: “Ma vive?”. L’interlocutore risponde: “Certo, vive qui… a Gerace”, spiegando poi che si tratta di un paese vicino a Siderno.

Un dettaglio che, in un Paese normale, avrebbe potuto essere letto in modo diverso: non come conferma di un’ossessione criminale verso il magistrato, ma come indizio di una sostanziale distanza operativa. Se chi, secondo l’ipotesi accusatoria, potrebbe ambire a ruoli di vertice in un’organizzazione di respiro internazionale ignora perfino se il procuratore sia vivo o morto, forse il problema – dal loro punto di vista – non è quello che il racconto mediatico suggerisce.

Le persone intercettate non parlano di lui come di un pericolo imminente per i loro traffici o i loro assetti, ma piuttosto come di un volto televisivo. E ciò riguarda, va sottolineato, ambienti che si muoverebbero nell’orbita della ’ndrangheta della Locride, una delle aree storicamente più radicate e sofisticate dell’organizzazione.

Ed è qui che si innesta il corto circuito mediatico. La macchina della narrazione – quella che semplifica, amplifica, personalizza – entra in funzione con una potenza che ricorda, per dinamica, una vera e propria “fabbrica del racconto”. Un dispositivo capace di selezionare frammenti, enfatizzare nomi, costruire trame suggestive e, soprattutto, orientare l’opinione pubblica verso una lettura precostituita dei fatti.

Il contesto politico non è irrilevante. Siamo in una fase segnata dal dibattito referendario, e la figura del magistrato calabrese è indicata come uno dei principali front runner del fronte del No. In questo scenario, ogni citazione, ogni intercettazione, ogni riferimento diventa materiale utile a una narrazione che travalica la cronaca giudiziaria per sconfinare nel terreno della contesa simbolica e politica.

Si apre così quello che potremmo definire il teatro dell’assurdo: un teatro in cui le notizie vengono riorganizzate secondo copione e il dettaglio marginale diventa titolo, mentre l’elemento sostanziale scompare. Un teatro che chiede anche le sue vittime collaterali, come nel caso di uno stimato assessore del Comune di Siderno, dimessosi a causa di un clima di pressione mediatica che appare sproporzionato rispetto ai fatti contestati.

In questo scenario si generano eroi e capri espiatori con sorprendente rapidità, mentre il sistema dell’informazione rischia di smarrire la sua funzione primaria: distinguere il vero dal falso. La cronaca giudiziaria diventa spettacolo, la complessità si riduce a slogan, il contesto scompare dietro la personalizzazione del racconto.

E così ognuno finisce per recitare la propria parte. La criminalità organizzata, i suoi equilibri, le sue strategie globali, resta sullo sfondo, mentre in primo piano domina la costruzione simbolica del personaggio e del conflitto.

In definitiva, il caso Siderno racconta meno della forza di una cosca e molto di più del funzionamento del nostro ecosistema informativo. Un sistema in cui, troppo spesso, non si informa per capire, ma si narra una realtà inesistente. E in cui la verità, anziché essere cercata nei fatti, viene piegata alle esigenze di una sceneggiatura già scritta. Insomma, più che informazione, recitazione a soggetto.

 

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