È proprio da una serata d’estate, su un terrazzo affacciato sul quartiere Sbarre, che ha preso forma una riflessione sul futuro del lungomare di Siderno e sul significato più profondo della rigenerazione urbana.
A discuterne sono stati l’architetto Loredana Musolino, Antonella Avellis entrambe di Area Moderata, Ercole Macrì dell’ Associazione Blu Sbarre: tre cittadini accomunati dall’amore per Siderno e dall’attenzione con cui, da anni, osservano e analizzano le trasformazioni della città.
Da questo confronto è emersa una convinzione condivisa: il lungomare non può essere il risultato di interventi isolati o di opere prive di una visione d’insieme. Ha bisogno di un progetto capace di guardare al futuro, fondato sulla qualità urbana, sulla sostenibilità, sul paesaggio e sulla partecipazione della comunità.
Per questo abbiamo scelto di pubblicare questa riflessione sul litorale prospiciente il quartiere Sbarre. Non come punto di arrivo, ma come contributo a un dibattito che riteniamo necessario. Siderno merita un confronto serio, competente e aperto, capace di coinvolgere cittadini, professionisti, associazioni e istituzioni nella costruzione di una visione condivisa del proprio waterfront.
Perché il futuro del lungomare riguarda il futuro della città.
𝗥𝗶𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗦𝗶𝗱𝗲𝗿𝗻𝗼: 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝘂𝗿𝗮
La rigenerazione urbana non si misura dal numero delle opere realizzate, ma dalla qualità della visione che le unisce.
Il lungomare di Siderno continua a rappresentare il simbolo di una progettazione frammentata: interventi scollegati, cantieri incompiuti e assenza di un vero Master Plan capace di integrare ambiente, mobilità, turismo e paesaggio in un’unica strategia di sviluppo.
Emblematico è il caso della pista ciclabile del lungomare di Siderno. Un’infrastruttura che esisteva già, riconoscibile e dedicata alla mobilità dolce, ma che nel tempo è stata progressivamente privata della propria funzione. L’utilizzo indiscriminato da parte di mezzi di ogni tipo, l’assenza di controlli e la tolleranza del transito e della sosta delle automobili hanno cancellato oggi nei fatti la sua identità.
La pista ciclabile del lungomare non è stata eliminata, ma progressivamente svuotata della propria funzione dall’assenza di controlli, dall’uso improprio da parte delle automobili e dalla mancanza di una gestione capace di tutelarne l’identità.
Una pista ciclabile non scompare soltanto quando viene demolita. Scompare anche quando l’amministrazione rinuncia a difenderne la funzione. È il fallimento della cura prima ancora che della progettazione
Questo dimostra come il vero problema non sia costruire continuamente nuove infrastrutture, ma saper amministrare e preservare quelle esistenti. Prima di presentare nuove opere come simbolo del cambiamento, sarebbe opportuno spiegare ai cittadini perché un’infrastruttura già realizzata sia stata progressivamente abbandonata fino a perdere la propria funzione originaria.
Educare alla bellezza significa educare alla responsabilità. Significa progettare spazi pubblici che insegnino il rispetto del bene comune, favoriscano l’incontro tra le persone e rafforzino il senso di appartenenza a una comunità.


