Solid: quel diavolo di Scott Lafaro

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La vita di Scott LaFaro, uno dei bassisti più innovativi nella storia del jazz, rivive grazie al libro di Vincenzo Staiano. Non è né una biografia, né un saggio musicologico, ma un ritratto di Scott LaFaro, morto a 25 anni in una calda notte d’estate su una strada vicino a Geneva, a 300 miglia da New York.

 Sono le prime ore di giovedì 6 luglio 1961 di una calda notte d’estate e un giovane giace morto su una strada vicino a Geneva, a 300 miglia da New York, il suo corpo è bruciato e senza possibilità di riconoscimento. Una star della scena jazz americana si è spenta. In pochi istanti, a soli 25 anni, la vita di Scott LaFaro, uno dei bassisti più innovativi nella storia del jazz, è finita.

Iniziano così le recensioni che ho letto in rete su questo bel libro dell’Amico Vincenzo Staiano e che mi hanno stuzzicato la curiosità di leggerlo.

Poi il mio Direttore Pietro Melia, mi ha chiesto una breve recensione, cui non ho saputo sottrarmi, pur pienamente consapevole della mia assoluta ignoranza in materia.

E non potevo sottrarmi, anche, e soprattutto per l’amicizia che mi lega, da una vita, a Vincenzo Staiano, Vici, come io Carletto, compagni di mille scambi culturali e non negli anni della giovinezza.

E devo dire che a Vici sta molto meglio la penna, piuttosto della scolorita maglia dell’idolo Totonno Juliano, nei tentativi di emulazione a centrocampo, per non parlare delle mancate intuizioni a tresette.

E, tutto d’un fiato, la lettura è iniziata, fluida, piacevole, piena di riferimenti storici, che mi hanno aiutato ad entrare in un mondo a me sconosciuto, ed apprezzarne, a pieno, il contenuto e la particolarità.

Concordo con chi ha scritto che “Solid” non è né una biografia, né un saggio musicologico, ma solo uno studio, un ritratto di Scott LaFaro.

Molto interessante è il legame che viene sviluppato con le radici dell’Artista, la storia dei suoi Nonni, emigrati dalla Calabria verso gli Stati Uniti, come tanti, troppi, in quel periodo.

L’evoluzione del cognome, la sua americanizzazione da Lofaro, la passione per la musica trasmessa al figlio Joe, Padre di Scotty e da cui nasce il talento del Nostro.

E via via l’evoluzione della breve, ma intensa, vita, fino al 1959, anno pieno di eventi straordinari, e per Scotty segnato dall’attribuzione del premio Nuova Stella del Jazz, con l’arrivo a New York.

Sembra sia passato un lustro, vista la straordinaria serie di successi ed esperimenti di unioni musicali, ed invece sono pochi maledetti intensi anni, fino alla morte.

Mi è particolarmente piaciuto Scotty nella sua unica intervista concessa nel 1960, quando si caratterizza per uno a cui “non piace guardare indietro, perché l’intero senso del jazz è farlo ora…”

E grazie Scotty per quello che hai fatto e ci hai lasciato.

E grazie a Vincenzo per queste splendide pagine che ci hai regalato, dove la presenza dell’errore o più sottilmente, il sentore della sua possibilità, la sensazione che la strada su cui cammini sta conducendo sull’orlo del baratro, diventa un indicatore adrenalinico di “avventurosità”, di salto nel vuoto, cui sembra essere predisposto tutto il jazz.

È un libro che si lascia leggere, analizzare, che trasmette un senso di ricerca che trascende l’aspetto musicale. È un libro che ci proietta nella dimensione più autentica della musica: noi stessi.

E questo, con richiami storici e contestualizzazione dei fatti, ma soprattutto senza cadere nel “baratro” della banalità.

Carlo Maria Muscolo