Storia maestra di vita? O perseverare nell’errore diabolico?

62

Se la storia insegna, questa volta ha fatto cilecca o forse stiamo semplicemente vivendo un brutto sogno. Ma in fin dei conti forse è meglio per noi credere nella favola bella che un secolo fa illuse e oggi illude.

Surreale la campagna elettorale del centro-sinistra, anche se questa identificazione riconosco possa apparire fuorviante. Ha sottratto alla destra il discorso di Mussolini della dichiarazione di guerra del 1940: “La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti…vincere! E vinceremo”.

Lo assicura Letta dagli occhi di tigre, che invece di 8 milioni di baionette punta su 100000 volontari, lo assicura Calenda, che, tra un congiuntivo imperfetto esortativo e un altro (inorridendo forse qualche toscano di Iv), ci assicura di non sopportare che la destra vinca, lo assicura Renzi forte di un 2.6 % di consensi, lo spera Fratoianni e devono illudersene i minori.

Insipienti, quando hanno permesso l’eutanasia del governo Draghi, senza ricordare con quale legge elettorale si sarebbe votato, discutono ora la strategia per competere nei seggi uninominali. Nel loro mondo immaginario non trova posto il rischio che l’Italia si trovi, il 26 settembre, con un Parlamento che possa cambiare la Costituzione, con la maggioranza qualificata che impedirebbe il referendum previsto dal suo articolo 138.

I veti incrociati si sono moltiplicati. Non è un fatto nuovo. Turati, Prampolini, Gramsci, Nenni, avrebbero dovuto pure insegnare qualcosa ai minileaders di oggi. Gli anni ‘20 della Repubblica di Weimar spianarono la strada al nazismo. Giolitti (mi si perdoni l’accostamento irriguardoso) coltivò speranze analoghe a quelle del Terzo Polo che oggi per due terzi si è unito al PD. Sogni svaniti il 10 giugno e, dopo i mesi dell’Aventino, brusco risveglio il 3 gennaio 1925.

La crisi del primo dopoguerra fu in qualche maniera controllata in Francia, grazie al Front Populaire, dove pure le differenze politiche e ideologiche tra un Thorez e un Blum non erano minori di quelle tra due qualsiansi dei caudillos nostrani.

La discriminante principale è stata la fedeltà a Draghi e alla sua agenda, ammirazione recente per altro, a giudicare dai soli 27 voti che ricevette in totale negli otto scrutini dell’ultima elezione presidenziale. Aver introdotto questa variabile nelle alleanze digeribili ricorda il conto aperto che i fedelissimi mantennero verso i “traditori” del 25 luglio. Conte non sarà fucilato a Verona, ma con lui non si può parlare. Ma non solo di discriminanti politiche si tratta, se Maria Elena Boschi intepreta come dovuto a ripicca personale, per essere stata liquidata dalla Farnesina, il veto che Emma Bonino avrebbe posto su Renzi.

Dell’accordo Letta-Calenda poco da dire. Programma ragionevole, ma che importa? Interessa a chi legge sapere che programma possa io avere nel caso di vincita al superenalotto? Evento più probabile del superamento da parte di un’alleanza che parte dal 28.6% di una coalizione che parte dal 45.7%. Il 13.5% del M5S è infetto. Se si fosse sommato al 28,6? Sogno di una notte di mezza estate.

Eppure, il rapporto della Fondazione Cattaneo è chiaro. Certo, nell’immaginario di Sambigliong-Letta ci si può illudere di recuperare con la dote ai giovani, variante degli 80 euro di renziana memoria. Ma una lettura attenta del rapporto, e una riflessione sui suoi limiti avrebbero dovuto farne dubitare.

Alcune analisi sulla grande stampa lo ricordano, ma sono sommerse da altre di dubbio impatto politico. A chi importa che Giorgia Meloni da lazialissima (la cultura dei superlativi e forse più significativa per qualificarla) sia diventata romanista. Forse ciò sposterà più voti che le migrazioni da destra o 5S verso il Centro e il PD?

Un’ammucchiata senza accordo forte sui programmi non è seria. Si dice. Non lo nego. In realtà non mi entusiasma, ma hic Rhodus hic salta. La legge elettorale è quella che è.
I 5 S e gli altri partiti che si sono respinti a vicenda sarebbero stati indispensabili per evitare un Parlamento come la Camera del 1924.

Oggi è stato siglato l’accordo tra Calenda e Letta. Due scarni punti. In altre elezioni si era visto di meglio. Ma solo un ingenuo si fisserà sul programma. Chapeau a Calenda. Ha strappato la candidatura nel 30 % dei collegi uninominali nonostante il suo apporto alla coalizione sia solamente il 18.2% di quello del PD. Certo poi ci sarà da discutere quali saranno i collegi, ma intanto qualcosa ha ottenuto.

Previti rozzamente dichiarava di non voler fare prigionieri. Meloni non è così ingenua. Tranquillizza chi si preoccupa della nostra collocazione internazionale, con un discorso che ricorda uno dei punti centrali di quello di LUI, del 23 marzo 1919, quando furono fondati i Fasci. Ironicamente, contestualmente respingeva l’idea che l’Italia potesse fare guerre coloniali. Non accadde. Ma l’esercizio del potere non vincola alle dichiarazioni di principio, e ancor meno quando si hanno maggioranze solide in Parlamento.

All’altro lato dell’Atlantico, abbiamo visto quanto è facile condizionare l’interpretazione della Costituzione con una sapiente scelta dei giudici. Tra il 2023 e il 2024 il Parlamento dovrà eleggere quattro giudici costituzionali e anche il quinto di quelli di nomina parlamentare scadrà alla fine della XIX Legislatura.

Nei prossimi decenni i nostri politici non saranno giudicati per la loro fedeltà alla mitica agenda Draghi, ma per la loro incapacità di aver risposto al problema del momento. Non lo vedrò. Per l’immediato mi limito a sperare che il danno non sia di quelli di lunga durata e che nel manipolo degli eletti di FdI non ci sia un nuovo Acerbo.

Quos Deus vult perdere…potranno rinsavire prima del fatidico 22 agosto? Purtroppo, niente lo fa prevedere. Meglio credere nella favola bella che un secolo fa illuse e oggi illude.

Galileo Violini