Totò Delfino: “I cibi della legalità ci hanno tolto gli antichi sapori”

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In ricordo di Totò Delfino, a 14 anni dalla sua morte, publichiamo uno dei suoi articolo più belli scritti per il nostro giornale.

Addio vecchio Aspromonte, con la fiumara che scorreva omertosa sotto il mio balcone . Con Mimi Zappone, si mangiava la capra alla bovisana, cucinata tra braci ardenti in una fossa foderata di felci. Una mangiata di capra ad agosto sull’Aspromonte ancora non era summit mafioso. Con il pittore Enotrio, si andava a Cittanova a mangiare lo stocco da un vecchio oste e le porzioni si pagavano a peso. La scialata era di moda per ricchi e poveri, come momento di aggregazione in una società in continua trasformazione. Da qualche tempo ci hanno tolto persino gli antichi sapori. Se vai sulla Piana di Gioia Tauro dove veniva servita la stroncatura, il cibo delle classi subalterne, il cameriere ti porta la pasta dei “Cento passi” di Don Ciotti e poi l’olio, il vino e le melanzane della Valle del Marro, prodotti strappati allo strapotere mafioso. Addio vecchia spaghettata tra “amici miei” all’insegna delle zingarate a spasso tra i sentieri dell’Aspromonte. Ora sono stati vietati. Vengono indicati da un nuovo fondamentalismo cattolico. Ma questo è niente. Nella Locride, nei ristoranti, ti servono il vino del vescovo in tre versioni, il formaggio pecorino ed i lamponi scampati alla furia della ‘ndrangheta che ha ammorbato le serre. Sono i cibi della legalità”: tale la suprema ironia di Totò Delfino, su questo settimanale, a fronte  dell’ ormai irresistibile ascesa di una forma di produzione  che nemmeno l’ampio cervello di Karl Marx aveva previsto. Ci vogliono le teste con le chieriche per uscire fuori dal modo di produzione capitalista  e fuori dal modo di produzione socialista per entrare nella fase estrema del modo di produzione antimafia. Ci voleva don Ciotti, ci voleva  Libera con i laboratori gastronomici, finanziati  dalla Regione Calabria  e di passaggio nella fautrice  Locri, per mettere  le mafie  in pentola. Siccome queste, però, sono dure a cuocere e spesso non si fanno cuocere secondo le ricette di don Ciotti e di Libera, in pentola, per ora, finiscono  i prodotti  dell’agricoltura  dell’antimafia. Tutti prodotti d’origine controllati: pane, pasta, latte, e burro  per rendere  più liscio  l’accesso  dei cibi: dalla gola allo stomaco. E poi, escluso il venerdì,  polli, sempre più polli  dell’antimafia, cibati e nutriti con granturco coltivato  nella  Libera Terra delle  Cooperative antimafia. Una squisitezza. Peccato, però. I polli dell’antimafia non dovrebbero finire in padella. Dovrebbero avere garantito il diritto alla vita fino al loro ingresso nella carriera di galli. In condizione, perciò, di lanciare il chicchirichì ad ogni sospetto di presenza mafiosa. Che, come è noto, il fiuto dei polli dell’antimafia, che vogliono fare i galletti, e dei polli, divenuti galli, che li hanno sotto le loro ali protettrici, è più certo di quello dei cani-poliziotti. Ne andrebbe della salute della democrazia e del riscatto dell’inferiorità, anche animalesca, dei territori meridionali. Poiché non è detto e non si dica mai che le oche salvarono Roma e i nostri polli servono solo per finire in pentola. Non so se il nostro amico Totò Delfino  sarebbe d’accordo con noi. Penso di sì. Ma, forse, non avrebbe immaginato che dopo della pasta asciutta, della carne di capra,  sarebbe venuta l’ora  dei  polli destinati a friggere inumanamente in nome dell’umana lotta alla mafia. E si sarebbe stupito oltremodo che il vescovo non sia deciso ancora ad ordinare che le ostie siano confezionate con la farina del sacco della cooperativa della Valle del Marro.

Antonio Delfino