Trasformiamo la C di Calabresi in C di cultura: la lettera scarlatta

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Oggi, sembra che ogni Calabrese giri con una lettera scarlatta impressa, non con il ferro ardente, ma con le dicerie sul proprio corpo. Bisogna ribellarsi a questo stato di cose, bisogna cancellare questa idea vergognosa. Nessuno ha mai voluto intraprendere la vera strada che può portare alla salvezza di questo territorio, l’unica strada possibile, la cultura. La realtà è che solo noi possiamo salvarci, usando le armi a nostra disposizione: i nostri autori e i nostri dialetti. Solo formando le coscienze dei nuovi Calabresi, prossimo pensare di costruire una società migliore, una società vera.

Calabria Positiva da questo numero inizia una nuova guerra, armati di libri, (e ne abbiamo vero direttore), di tanta buona volontà e della certezza che la maggior parte dei calabresi è gente onesta, laboriosa e soprattutto colta. Pubblicheremo un classico della nostra letteratura ogni mese. In questo numero pubblichiamo “Venne il giorno della Calabria” di Leonida Repaci e ne prossimi numeri pubblicheremo altri autori. Saremo in prima fila in questa lotta, ospiteremo tutti quelli che vorranno dare un proprio contributo, sposeremo le iniziative degli amministratori che intraprenderanno questa strada, faremo tutto quello che è nelle nostre possibilità per convincere più persone che si può trasformare la narrazione della Calabria, che si può trasformare quella C, che oggi ci segna come il male, in una C che significa Cultura, che significa Rinascita e sviluppo per questa terra, scrivendo veramente la fine della parola ‘Ndrangheta.

Siamo stufi di dover sempre subire, stufi di veder partire i nostri giovani per cercare l’eldorado che alla fine sta nascosto proprio qui, siamo stufi di essere marchiati come Calabresi. Facevo questa riflessione, lunedì sera, dopo aver visto in tv un programma ben fatto, di Nicola Porro, che parlava di interdittive per le aziende e di operazioni con confisca dei patrimoni, due azioni diverse, che provocano però lo stesso danno, cioè numeri da capogiro: circa 30 mila aziende che hanno subito questi provvedimenti, la stragrande maggioranza al Sud e, di queste, solo il 10% circa sono ancora aperte, tutte le altre sono chiuse per sempre. Basta vedere cosa è successo in Sicilia, dove gli uomini dello Stato, che dovevano garantire la legge (noi rimaniamo garantisti) sono stati condannati in secondo grado, tutti guidati dal presidente del tribunale di Palermo, Silvana Saguto, principale imputata. Questa situazione ha portato negli anni una situazione di difficoltà enorme nell’economia meridionale, ed in particolare in quella calabrese, anche di fiducia delle persone verso lo Stato. Molte sono le aziende che ricordo davano lavoro a decine di famiglie che, oggi, sono state chiuse dopo anni di gestione commissariale. Questo hanno significato, in questi anni, le nostre battaglie contro le leggi sugli scioglimenti dei consigli comunai e le interdittive antimafia. Così facendo lo Stato ha bloccato dappertutto le iniziative imprenditoriali e amministrative ingiustamente e ha bloccato lo sviluppo economico, la possibilità di creare lavoro e occupazione.

Una vera ingiustizia, dove addirittura essere Calabresi significa essere mafiosi, così è ormai per moltissimi conterranei che vivono al Nord Italia, oppure all’estero. Questa è una delle ragioni che hanno maggiormente danneggiato la nostra Regione, la percezione dei Calabresi è segnata in modo indelebile come la famosa “Lettera scarlatta” del romanzo di Nathaniel Hawthorne. Oggi, sembra che ogni Calabrese giri con una lettera scarlatta impressa, non con il ferro ardente, ma con le dicerie sul proprio corpo. Bisogna ribellarsi a questo stato di cose, bisogna cancellare questa idea vergognosa, non siamo tutti mafiosi.

Premetto, in via preventiva che vivendo in Calabria conosco bene la bestia della ‘ndrangheta, ho avuto modo di subire le sue malvagità. Anzi, ritengo che negli anni sia stata fatta una lotta importante sul territorio, fatta di operazioni e arresti, per cui molto di quello che vivevamo un tempo quasi non esiste più, non si vede più quella presenza sul territorio che c’era prima.

La verità è che noi cittadini calabresi siamo vittime di una grossa ingiustizia. L’ingiustizia sta nel fatto che noi cittadini, di questi paesi, ci sentiamo normali, tuttavia per gli altri siamo diversi. Si fa poco per combattere la mala pianta, la verità è che non si è mai voluti intervenire fino in fondo. Noi sappiamo, e le inchieste lo certificano, che la nostra zona porta solo il nome, perché l’economia e chi comanda sta sicuramente lontano dalla Calabria.

Ma c’è ancora molto da fare per liberare questa Terra dalla malapianta.

Nessuno ha mai voluto intraprendere la vera strada che può portare alla salvezza di questo territorio, l’unica strada possibile, la cultura. La realtà è che solo noi possiamo salvarci, usando le armi a nostra disposizione: i nostri autori e i nostri dialetti. Solo formando le coscienze dei nuovi Calabresi, prossimo pensare di costruire una società migliore, una società vera. Solo la conoscenza porta alla coscienza e solo questi portano ad un’educazione sociale, di cui c’è urgente bisogno.

Far leggere ai nostri giovani le pagine scritte dai nostri autori può diventare la porta attraverso cui far passare le nuove generazioni. Solo le parole di chi ha sofferto veramente possono dare quel senso di terra, di cui avranno bisogno le nostre generazioni. Quindi, noi lanciamo un progetto di lettura mensile e invitiamo i docenti a portarlo a scuola, affinché i propri alunni possano iniziare a cibarsi di queste narrazioni, perché i nostri ragazzi rappresentano la nostra speranza. Speriamo che le istituzioni accettino di combattere, insieme a noi, questa battaglia che, se vinta, porterà la Calabria ad avere finalmente la descrizione che merita.