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Trump, le urne dei forti e le urne elettorali

Galileo Violini

«A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti», scriveva Ugo Foscolo. Gli anniversari nazionali hanno sempre avuto questa funzione: non solo ricordare il passato, ma utilizzarlo per interrogare il presente e immaginare il futuro. Le grandi ricorrenze sono, in fondo, momenti nei quali una nazione decide come raccontare se stessa, ma sono anche specchi della cultura politica: possono elevare lo sguardo o ridursi a cronaca elettorale.

Per questo i discorsi pronunciati in tali occasioni sono spesso più interessanti delle parate e delle cerimonie. Essi rivelano non soltanto il significato attribuito al passato, ma anche la visione del mondo e del futuro di chi governa.

Ieri Donald Trump ha celebrato i 250 anni della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. Molti sono rimasti colpiti dal vedere una grande ricorrenza nazionale richiamata in riferimento alle elezioni di metà mandato, le cosiddettemidterms, come se perfino un anniversario di tale portata non potesse sottrarsi alla logica del prossimo appuntamento alle urne.

Nel 1971, in occasione delle celebrazioni per i 2.500 anni della monarchia persiana, Mohammad Reza Pahlavi evocò l’antica Persia per inscrivere l’Iran in una lunga traiettoria storica e in un ambizioso progetto di modernizzazione. L’anniversario non era un esercizio di nostalgia, ma un tentativo, collocando il Paese all’interno di una grande narrazione nazionale, di legittimare il progetto di un Iran inteso come grande civiltà destinata a occupare un posto di primo piano nel mondo contemporaneo.

Nel 1989, in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese, François Mitterrand utilizzò la commemorazione per proporre una riflessione che andava ben oltre i confini della Francia. Riaffermò l’universalità dei principi del 1789 e il ruolo della Francia nell’Europa che si stava ridisegnando dopo la Guerra fredda. La Rivoluzione non era evocata come un semplice episodio del passato, ma come una fonte ancora viva di libertà, cittadinanza e diritti.

Dello stesso segno fu, più recentemente, la celebrazione in Uruguay del Bicentenario della Dichiarazione di Indipendenza. È stata richiamata la continuità della propria esperienza democratica e la costruzione di una comunità politica nel lungo periodo.

Pur nelle enormi differenze di contesto, Teheran, Parigi e Montevideo hanno avuto un elemento in comune: l’anniversario è stato utilizzato per elevare lo sguardo al di sopra delle contingenze del presente e interrogare il destino collettivo della nazione. Il passato è stato utilizzato come radice per parlare del futuro. Le celebrazioni potevano essere discusse, persino contestate, ma l’attenzione era rivolta a grandi mete future.

Il discorso di Donald Trump non si inserisce nel filone rappresentato da Mitterrand o dall’Uruguay, ma sembra piuttosto avvicinarsi a un modello che negli ultimi anni aveva già trovato un precedente significativo in Brasile con Jair Bolsonaro: il bicentenario dell’indipendenza del Brasile, celebrato nel 2022 a poche settimane dalle elezioni presidenziali, vide infatti la ricorrenza storica intrecciarsi con la campagna elettorale e con le tensioni del momento politico, fino a essere in parte assorbita dalla dinamica della competizione elettorale e utilizzata per un discorso elettorale nel quale la campagna politica finiva per sovrapporsi alla memoria nazionale.

In modo analogo, il discorso pronunciato da Donald Trump richiama la storia di una grande potenza, ma lo fa attraverso riferimenti alle elezioni di metà mandato, come se persino una grande ricorrenza nazionale non potesse sottrarsi alla forza gravitazionale del calendario elettorale. Il tempo lungo della storia viene così progressivamente assorbito dal tempo breve della competizione politica. Viene allora spontaneo chiedersi se un Paese il cui passato è stato segnato persino da una guerra civile debba davvero concentrare una ricorrenza di tale portata sull’esito delle prossimemidterms.

Il riferimento a Trump e Bolsonaro non è soltanto un episodio contingente, ma segnala un rischio più profondo: la trasformazione della “campagna permanente” in tratto strutturale delle democrazie contemporanee. In un contesto mediatico dominato dall’istantaneità e dalla ricerca continua di consenso, le grandi ricorrenze nazionali finiscono per essere piegate alla logica del ciclo elettorale. Non si tratta più di deviazioni occasionali, ma di un vero e proprio mutamento della cultura politica, in cui la memoria collettiva viene compressa entro l’urgenza del presente e la narrazione nazionale si riduce a strumento di mobilitazione elettorale. Questo fenomeno rischia di impoverire il dibattito pubblico, sottraendo spazio alla riflessione sul lungo periodo e alla costruzione di visioni condivise di futuro.

Naturalmente le commemorazioni hanno sempre avuto una dimensione politica, e sarebbe ingenuo pensare il contrario, ma esiste una differenza sostanziale tra l’utilizzare il passato per proporre una visione della nazione e l’utilizzarlo come sfondo di una campagna permanente, perché nel primo caso l’anniversario invita a riflettere sul destino collettivo, mentre nel secondo rischia di ridursi a un episodio della cronaca politica.

La differenza tra l’uso totalitario della storia e la sua riduzione elettorale è cruciale. I regimi del Novecento, dal fascismo al nazismo, manipolavano il passato per edificare grandi narrazioni ideologiche, progetti di trasformazione sociale e visioni totalizzanti del futuro.

Nel 1937 Mussolini celebrò il bimillenario di Augusto per inscrivere il fascismo nella continuità dell’Impero romano. Era un’operazione di appropriazione simbolica: il regime si presentava come erede della grandezza imperiale, trasformando la memoria antica in strumento di legittimazione politica e culturale. La storia veniva piegata a un progetto totalitario di lungo periodo, con l’ambizione di rifondare la società e di proiettare l’Italia in una dimensione imperiale.

Hitler costruì il mito del Terzo Reich come prosecuzione di una missione storica tedesca, dopo il Sacro Romano Impero e il Secondo Reich guglielmino. Era una narrazione ideologica che mirava a giustificare la rigenerazione nazionale e il dominio mondiale. Diverso, ma analogo nella logica, è il mito della “Terza Roma” evocato dalla tradizione russa e ripreso da Putin: Mosca come erede di Roma e di Bisanzio, custode di una missione storica universale. Qui la storia diventa strumento di legittimazione geopolitica, utilizzata per giustificare l’espansione e la guerra in Ucraina.

In questi casi, la memoria non è ridotta a cronaca elettorale, ma elevata a mito fondativo, capace di orientare il destino collettivo. Sono politicizzazioni pericolose, ma dotate di coerenza interna e di un disegno di lungo periodo.

Oggi assistiamo invece a una forma più sottile: la micro-politicizzazione elettorale, che non mira a costruire grandi ideologie, bensì a piegare la memoria nazionale alle esigenze della prossima scadenza alle urne. In questo slittamento, la storia non viene evocata per plasmare il destino collettivo, ma per alimentare la cronaca politica quotidiana.

Il paradosso contemporaneo è un altro: la politicizzazione della storia non avviene più in nome di grandi disegni ideologici, ancorché da respingere, ma attraverso la sua riduzione al ciclo elettorale permanente e alle preoccupazioni della prossima scadenza alle urne. È una retrocessione culturale che priva gli anniversari della loro funzione originaria: essere ponti tra passato e futuro, rendendoli semplici megafoni per una campagna elettorale.

L’America Latina si prepara a vivere nei prossimi anni altre importanti ricorrenze nazionali. Sarebbe auspicabile che esse diventassero occasioni per discutere di cittadinanza, educazione, scienza, sviluppo, integrazione regionale e capacità di costruire un futuro comune. In una regione ancora segnata da profonde disuguaglianze e da fragilità istituzionali, la memoria delle lotte per l’indipendenza può ancora offrire una preziosa occasione di riflessione sul lungo periodo.

Ci auguriamo che le prossime commemorazioni non ci obblighino ad ascoltare solenni discorsi storici preoccupati per l’esito delle elezioni municipali di minuscoli centri come Yavi, in Argentina, o Camiña e General Lagos, nell’altopiano cileno, o La Chorrera nell’Amazzonia colombiana. Sono comunità di poche centinaia di abitanti; non si preoccupi il lettore se mai le ha sentite nominare. Sarebbe una curiosa sorte per le «urne dei forti» di Foscolo: nate per accendere gli animi alle grandi imprese e ridotte, alla fine, a evocare le urne elettorali di un’elezione nemmeno generale.

Forse è proprio qui la lezione di Foscolo. Le nazioni hanno bisogno di memoria non per fuggire dal presente, ma per sottrarsi alla sua tirannia. Gli anniversari perdono significato se cessano di essere un dialogo tra passato e futuro e si riducono a microfono per la prossima campagna elettorale. Le urne dei forti meritano qualcosa di più delle urne elettorali.

 

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