Un bambino salvato nel Mediterraneo. Basta con queste persecuzioni

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Un’ immagine che parla da sola: un bambino di appena sei mesi che emerge tra le acque del Mediterraneo. Come un odierno Mosè, scampato al pericolo della persecuzione da parte degli egiziani. L’etimologia del nome Mosè è proprio “colui che è estratto dalle acque” nato dagli israeliti scampò alla persecuzione voluta dal faraone e salvato dalle acque proprio dalla figlia di questo.

Affrontò il persecutore (ossia il faraone) chiedendo la liberazione del popolo di Israele. Popolo che nel corso della storia è stato vittima della Shoah e di un continuo peregrinare verso la terra promessa. Solo nel 1948 sarà individuato il territorio su cui nascerà lo Stato di Israele quasi a indennizzare dall’antisemitismo di cui il mondo si era macchiato. Questo nuovo Stato avrebbe comportato il sacrificio di un popolo apolide (i palestinesi).

Oggi la storia si ripete: sono “migranti” coloro che vanno a svernare altrove alla ricerca di un clima favorevole alla vita. Anche gli uomini lasciano il luogo di origine per stanziarsi altrove e, così come gli uccelli vanno liberamente nel cielo che non ha confini, sulla terra i tentativi di spostamento vengono preclusi, s’innalzano barriere che impediscono la libera circolazione. Solo perché gli uomini si muovono a piedi e i volatili con le ali, questa differenza anatomica non può giustificare una differenza di trattamento. Gli uomini nascono per natura liberi, poi più uomini si associano dando vita ad un ordinamento (che è lo Stato) e più Stati danno luogo alla comunità internazionale.

Ora, se si tornasse alla natura primigenia, scopriremmo che tutti facciamo parte di una sola comunità, quella umana e che i confini sono linee arbitrariamente imposte. E se in genere si dice che i confini degli Stati africani sono linee rette che mostrano la spartizione coloniale compiuta a tavolino su quei territori, è anche vero che i nostri confini, quelli del nostro primo mondo, sono comunque frutto di un disegno geografico che è servito a lasciare al di qua o al di là determinate popolazioni.

Se si escludono i confini naturali dovuti alla configurazione fisica del territorio (fiumi, montagne e mari), non possiamo considerarci altro che abitanti del globo: cambierà la lingua, la cultura, i costumi ma non i diritti che spettano ad ogni essere umano in quanto tale e che non possono essere negati dall’ordinamento statale perché dal 1945 esiste l’ONU che si fa garante del mantenimento della pace e giustizia fra le nazioni. Ma qui non si parla di nazioni, qui si parla di individui che affrontano il mare, i monti, i fiumi per trovare un posto migliore rispetto al luogo natio e che dovrebbero avere piena libertà di varcare una soglia che, come dicevo, è solo immaginaria.

Ritengo che siamo tutti cosmopoliti e che l’umanità che traspare da quella foto del bambino tirato fuori dalle acque e la lotta del suo salvatore che lo innalza per non fargli patire il freddo, correndo il rischio per se stesso di essere inghiottito dalle acque in quel miracoloso tentativo, dimostri che siamo umani, che l’umanità esiste.

A queste immagini se ne accompagna un’altra molto commovente: una ragazza della Croce Rossa abbracciando un ragazzo, anche lui emerso dalle acque, si concede un pianto che ha il profondo sapore di umanità, di empatia, di compassione (ossia di soffrire all’unisono) perché altro non siamo che esseri umani.

Quindi tutti i nostri Mosè di oggi sono uomini, donne e bambini alla ricerca di un po’ di pace e serenità e che nutrono speranze per un a vita migliore.

Un diritto che non può essere calpestato e che va riconosciuto a tutti indistintamente: quello di raggiungere la propria felicità, che in taluni casi può essere perseguita solo a spese dell’abbandono del luogo natio. La felicità è la continua ricerca di un benessere molto soggettivo che ciascuno persegue nel modo che ritiene più opportuno per la sua esistenza.

Da domani basta con le barriere e viviamo in umanità e fratellanza-.

Beatrice Macrì

Foto: AGI