Un grande pensatore meridionale: Napoleone Colajanni

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Per onorare l’attualità dell’azione politica di Napoleone Colajanni, parlamentare per molti anni, dopo una lunga militanza nel PCI dal quale si allontanò per profondi dissensi culturali, basta leggere la riflessione che segue per riconoscere un pensatore che detestava la politica sciolta nelle chiacchiere vane e che non si radicasse nella soluzione di problemi sociali in difesa di partecipazione e libertà.

“Se il clima è già di elezioni si può capire come si cominci a parlare di legge elettorale. E’chiaro che nessuna legge elettorale può porre rimedio ad una condizione come quella dei partiti italiani, però può facilitare il compito a chi volesse rinnovare qualcosa nella politica. Ci sono soltanto due tipi di legge elettorale che consentono un’espressione a tutte le aggregazioni politiche e nello stesso tempo assicurano una stabilità di governo: il collegio uninominale a doppio turno e la proporzionale con lo sbarramento. E’ vero che ci sarebbero in ogni caso forze politiche non rappresentate in Parlamento, ma la politica non si fa soltanto in Parlamento, come largamente dimostra l’esperienza europea, si fa anche con i mass-media e spesso un’apparizione conta assai più di un discorso alla Camera. In Parlamento si va per governare o per costituire un’alternativa di governo. Delle due possibilità, l’uninominale a due turni è quello che ha le minori probabilità di essere preso in considerazione. Per quanto riguarda l’altro sistema, c’è nell’esperienza italiana in materia di leggi elettorali un precedente che potrebbe fornire qualche spunto. La legge elettorale per la Costituzione era una legge proporzionale pura in cui i resti, cioè i voti che una lista riceveva senza raggiungere un quoziente pieno, venivano utilizzati in un collegio unico nazionale con liste bloccate cioè presentate dai partiti in cui si era eletti secondo la posizione nella lista. Basterebbe aggiungere una norma in cui si stabilisse che una lista deve superare una certa percentuale di voti per potere accedere al collegio unico nazionale. Ai partiti minori resterebbero due scelte: allearsi tra affini per superare lo sbarramento o allearsi con un partito grande per avere una rappresentanza in Parlamento tramite il collegio unico nazionale. Una maggioranza in Parlamento per approvare una legge del genere esiste certamente. Sarebbe necessario dare per scontato che nei fatti verrebbe posto in discussione il sistema di alleanze dei partiti, ma se è vero che le leggi elettorali non possono influire sulla condizione dei partiti, almeno questo risultato potrebbero raggiungerlo. Se ci fosse la capacità di assumersi delle responsabilità.”

Queste parole, scritte il 15 luglio 2003 sul quotidiano “il Sole 24 0re” da Napoleone Colajanni, nessuno può metterlo in dubbio, hanno una attualità profonda e convincente. Qualche politico avveduto potrebbe farle proprie ed esibire competenza e concretezza operativa nelle tempeste sociali attuali. Il compagno senatore Colajanni proferirebbe male parole, se gli si dicesse che erano riflessioni profetiche. Egli ebbe nella vita politica lunga e tormentata presenza dominata da due grandi virtù: la capacità di elaborare un pensiero indipendente e la vocazione allo studio delle tematiche politiche ed economiche senza mai accontentarsi delle lusinghe della superficialità e del dilettantismo.  E’ stato scritto in lungo e in largo che aveva un brutto carattere. Eppure a diciassette  anni dalla sua morte  forte è l’esigenza di rivisitare le sue riflessioni e il suo impegno politico alto e meditato.

Napoleone Colajanni, nato a Catania nel 1926, in famiglia respirò subito l’aria dell’impegno sociale; il nonno, di cui portava il nome, eminente uomo di cultura, fu tra i fondatori del partito Repubblicano.

Il giovane Napoleone si iscrisse dopo  la Liberazione al Partito Socialista Italiano. Dopo la scissione di Saragat, si vantò sempre di avere aderito al PCI dichiarando ai dirigenti siciliani di non essere comunista. Era un suo vezzo, per esibire autonomia politica e allo stesso tempo personalizzare capacità organizzative che nessuno poteva mettere in discussione. Segretario della federazione di Caltanissetta, poi di quella di Palermo, poi segretario della regione più tormentata d’Italia. Eletto alla camera nel 1968 e poi senatore occupò posizioni di prestigio nel comitato centrale del Partito, dal quale dopo l’elezione di Occhetto uscì, dopo avere tentato inutilmente di recuperare le ragioni di una politica di sinistra di cui, a suo dire, il partito aveva perso con la bussola , orientamenti e capacità di analisi. Sorridendo con amarezza Colajanni ricordava: ”Quando Occhetto aprì il Comitato Centrale iniziando a parlare dell’Amazzonia, decisi di abbandonare il PCI”.

La premessa di ogni azione politica è sempre culturale e senza un impegno su questo piano la sinistra sarà sempre perdente. Questo fu un punto fermo, soprattutto negli ultimi anni dell’azione e della riflessione di Colajanni che aveva tanti amici, moltissimi nemici, ma anche una visione del mondo scientifica, progressista, socialista, con la quale dettare indicazioni sulla natura e le contraddizioni offerte dal capitalismo maturo e sulla politica economica che la sinistra deve affrontare. Già prima del congresso di Firenze del 1986 Colajanni, Carlo Castellano, Rosario Villari, Carlo Galluzzi, Edoardo Perna,  Guido Fanti e Lanfranco Turci, “ i magnifici sette “ così furono ribattezzati, scrissero una lettera ad Alessandro Natta nella quale chiedevano una più decisa scelta riformista. La lettera cadde nel vuoto e lo sforzo compiuto per correggere errori di rotta portò prima Castellano e poi Colajanni ad uscire dal partito.

Nel libro “Dov’è la sinistra? Critica della Terza via”, Ed. Ponte alle Grazie, 2000, Colajanni con metodo scientifico rigoroso, andò ad analizzare le contraddizioni che avviluppano, nel nostro tempo, la possibile riflessione politica, quando si sfugge la consapevolezza che anche oggi il tema della solidarietà, nonostante il fallimento storico del comunismo e l’appiattimento delle socialdemocrazie sulle linee del liberalismo, è argomento fondamentale per le analisi degli uomini della  sinistra. Uomini  che,  a suo dire, erano portatori non di valori, ma solo di miserie intellettuali.

Non difende, Colajanni,  gli aspetti ideologici del pensiero marxista, ma difende la necessità di possedere un sistema concettuale e interpretativo per verificarlo continuamente con la pratica dell’esperienza. Colajanni, ingegnere chimico, non si fa usare dalle parole, ha un metodo con il quale intende mediare tra la realtà e gli obiettivi che di volta in volta la politica si pone. Scrive “ Il pensiero di una interazione costante tra teoria e pratica che è alla base di quella tra idee e politica, è uno dei concetti più fecondi del marxismo”. Consapevole della bontà della sua interpretazione dell’economia e della società che nel PCI non aveva né uguali né rivali, Colajanni camminava molto avanti nelle sue analisi e la sua solida competenza scientifica ed economica lo isolarono. Questo fu motivo di sofferenza per lui e di sofferenza per le persone che non tenevano il suo passo.

Così fu per la vicenda della sua collocazione nell’ambito del gruppo “migliorista” del PCI. Il termine migliorista, scrive Colajanni, fu coniato da Ingrao con modalità spregiative a rendere inutile l’impegno sulle riforme, rimanendo l’obiettivo della società comunista prioritario. Modello che Colajanni rifiutava, soprattutto per tutto quello che di liberticida in quella società (sovietica) vi era depositato, per scegliere la linea socialdemocratica orientata verso un processo  di cui non ci sono approcci messianici, né prefissati punti di arrivo.

Norberto Bobbio inutilmente scrisse a Giorgio Napolitano: “Trovo incredibile che un partito che ha fatto per anni una politica da partito socialdemocratico, ora che potrebbe farla alla luce del sole, torni indietro alle posizioni, da gran tempo, dal partito stesso superate. Non riesco a capire perché non venga accolta da tutti, come base del nuovo corso, la tua affermazione chiave che il PCI era da tempo diventato cosa diversa dal nome che portava “ (G. Napolitano, “Dal Pci al socialismo europeo”, ed. Laterza, 2005, pag. 257).

Colajanni già scalpitava per i tormenti che “la questione morale”  o  “la diversità comunista” sostenuta da Berlinguer portavano nella vita politica italiana, trasferendo su un terreno anti- politico (proprio così!!) l’esigenza che molti “miglioristi” sentivano impellente, cioè un più preciso e collaborante rapporto con il PSI. Per questo criticò ed osteggiò pesantemente tutta la strategia  che portò il partito a eleggere segretario Achille Occhetto. Convinto come era che il futuro economico e politico doveva essere guardato con altri occhi, non volti al passato e non con politiche moderate.

Enrico Morando, che pure appartiene ad una  generazione diversa da quella di Colajanni, nella sua bella tesi di laurea (voto110 e lode) “ Riformisti e comunisti?” pubblicata da Donzelli 2010, dipana un lungo racconto di sofferenze e di mancate scelte da parte di un gruppo di dirigenti del PCI che mai seppe cogliere l’occasione per imporre o almeno proporre un’adeguata scelta. “Se Amendola, se Napolitano, se Macaluso, se….oggi – è il ritornello di Morando – ci sarebbe un’altra Italia”.

Colajanni, mai citato nel libro di Morando (perché?) dopo avere votato contro Occhetto segretario uscì dal partito accusando il nuovo eletto di conformismo e di incapacità a costruire alternative e accusando i “miglioristi” e Giorgio Napolitano, tra questi, di essersi accodati a firmare la mozione pro Occhetto per tema di  fare il gioco della parte conservatrice, ma  di fatto arrendevoli contro una qualche prospettiva di cambiamento. “Occhetto in cui il linguaggio propagandistico raggiungeva i fastigi del vaniloquio”. Questo uno dei molti giudizi sferzanti e inusuali che Colajanni lanciava  contro  quasi tutta la dirigenza  del PCI, PDS, DS . Ma ancora una volta guardava lontano “Sarebbe stato necessario un nuovo gruppo dirigente. Invece si assistette al riciclaggio del vecchio, secondo quella che negli ultimi anni era diventata una tradizione, per cui chi dirigeva era buono per tutte le politiche, dal compromesso storico, al governo degli onesti…….. Per due anni Occhetto cavalcò il giustizialismo, puntando tutto sulle elezioni che dovevano costruire l’avvento del PDS sulle macerie della DC senza comprendere che stava nascendo in Italia una destra nuova. Quando le elezioni vennero davvero la disillusione fu cocente” (N. Colajanni  “Dov’è la sinistra” , op. cit, pag. 112)

La lontananza dal Partito  e  la mancanza della possibilità di confronto con i compagni militanti, che era stato il senso appassionato di tutta la sua vita, costarono a Colajanni un duro prezzo. La sua generosità e una vita trascorsa nelle più roventi trincee sociali ( fu per molti anni eletto in Piemonte e a Torino aveva una consistente base di ammiratori) intensificarono il suo impegno intellettuale. Uscito dal partito deluso dalle trame di corridoio mirate a conservare l’esistente, Colajanni si dedicò con sempre maggiore intensità allo studio ed alla ricerca. Rifiutò di omologarsi a strategie che non condivideva soprattutto perché gli pareva che Occhetto facesse finta di dimenticare il passato di grande impegno sociale e politico del PCI e che soprattutto avesse paura del futuro e che la gestione del quotidiano era strategia politica che Colajanni detestava.

Scrisse un impegnativo libro su Enrico Cuccia intitolato “Un uomo una banca”ed Sperling&Kupfer 2000. Andava spesso a pranzo dal suo conterraneo presidente di Mediobanca, ma questo non gli impedì di elaborare un’analisi che molti studiosi ancora oggi giudicano assai interessante: la debolezza strutturale del nostro sistema economico e il rapporto con le imprese sono stati condizionati fortemente dal ruolo di alchimie e di riequilibri che Cuccia metteva in campo. Ma, sostiene Colajanni, Cuccia certo non era circondato da giganti e spesso si attardò a condizionare i processi di crescita e di progresso tecnologico e imprenditoriale di un Paese capitalista senza capitali.

Ma il suo testamento intellettuale è il volume intitolato “Capitalismi: Asia, Stati Uniti, Europa nell’economia globale” ed.Sperling&Kupfer 2005. Il professor Marcello Villari, che del volume è stato generoso curatore, racconta che erano appena state consegnate le bozze all’editore quando Colajanni morì . Aveva avuto nelle ultime settimane di vita bisogno delle bombole dell’ossigeno per potere tenere a freno una brutta malattia polmonare. E Villari ricorda nell’introduzione che Colajanni ha speso allegramente la sua vita con l’ambizione  di capire il mondo nel quale viveva: “Se non sai di che parli, che cosa vuoi riformare?” ripeteva senza concedere diritto di replica.

Nato in Europa, il capitalismo-scriveva Colajanni, ha oggi il suo punto più alto nella società americana, ma non certo in situazione di floridezza: i disavanzi della finanza federale, il disavanzo della bilancia dei pagamenti, i nuovi squilibri che si creano all’interno con l’economia del debito sono tutti elementi che accrescono l’instabilità e rendono concreta la possibilità di una crisi. Non meno difficile è la situazione del capitalismo europeo con imprenditori che hanno remore a intraprendere le strade dell’innovazione, con le sorde proposte di  bloccare la spesa pubblica e  di distruggere la presenza pubblica nell’economia con il pretesto della limitazione della concorrenza e frenare la presenza dello Stato per la costruzione delle infrastrutture. Colajanni proponeva una ricetta per uscire dalla crisi: “Per mantenere un welfare imposto dalle sue tradizioni in un’economia globalizzata, l’Europa deve cambiare la propria struttura industriale accoppiando la specializzazione in alcuni settori all’inevitabile outsourcing imposto dal mantenimento del welfare”.Troppo facilmente, spiegava ancora, si parla di capitalismo generalizzato. Per definire il capitalismo occorre prendere in considerazione le istituzioni. Così in Cina lo Stato non si limita a porre regole, ma è l’ente che prende le decisioni di ultima istanza e modifica le regole quando lo ritiene opportuno, se ne può dedurre che la Cina non è capitalista, ma solo perché le modalità della sua struttura economica non sono assimilabili alla democrazia parlamentare occidentale. Una società però quella cinese, che pur senza strutture democratiche, si regge su un diffuso consenso che ,dai tempi dei mandarini fino alla gestione del Partito Comunista, ha saputo creare una miscela tra confucianesimo e materialismo storico marxista creando sul modello di produzione asiatico un concorrente temibile  e temuto nei santuari dell’economia occidentale: un capitalismo eterodosso che va analizzato con regole storiche proprie. Capitalismi dunque con i tentativi delle economie collettiviste di approdare al valore universale  del capitalismo come metodo di gestione dell’economia.

Un imprenditore genovese, vittima in anni lontani delle BR, fuoruscito anch’egli dal Pci insieme all’amico Colajanni, ebbe a dire: “La fatica di Napoleone è un esempio magistrale di impegno intellettuale senza ideologismi, con un senso raro della analisi scientifica, una riflessione di efficace profondità sui destini dell’economia mondiale ,di cui pochissimi in Italia hanno la giusta consapevolezza”.

Le cronache in anni lontani si occuparono di un fugace incontro tra il presidente Giorgio Napolitano, davanti ad una fabbrica di Marghera, con Marcello Colajanni, figlio di Napoleone che manifestava per lo stato di crisi dell’azienda nella quale lavorava. Si scambiarono parole affettuose. Papà Napoleone ne sarebbe stato contento, molto contento. Colajanni e Napolitano litigarono per molti anni. Volarono parole grosse. Poi si tolsero il saluto. Il Presidente della Repubblica accettò con cautela le necessarie limitazioni delle regole di partito. Colajanni  battagliero e sanguigno, “un po’ ruvido, ma insostituibile” ha scritto un giornalista, divenne insofferente (come dargli torto oggi?) di una linea politica che non ha portato da nessuna parte. Sbatté la porta con rumore. Eccessi di orgoglio da entrambe le parti impedirono una riappacificazione. Napolitano uomo delle istituzioni, Colajanni morto con il rammarico di non avere dato più voce al suo dissidio minoritario, affannato a cercare spazi per il suo indomito impegno, ovunque possibile: Corriere della Sera, Rai, Sole24Ore, il Manifesto. A molti anni dalla sua scomparsa forse è doveroso rendergli il merito di avere rinunciato al piccolo cabotaggio degli schieramenti ed ai miraggi del potere personale  per insegnare con forza  per tutta la vita  a chi sapeva ascoltarlo, giustizia, eguaglianza, libertà, ma solo attraverso lo studio  metodico  e la coerenza dell’esempio.

Matteo Lo Presti