“Una Femmina”: il riscatto delle donne calabresi

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Una Femmina” è un film di Francesco Costabile, tratto dal romanzo di Lirio Abbate, un libro inchiesta dal titolo “Fimmine Ribelli sulle donne della e nella ‘ndrangheta”. Racconta il riscatto di una generazione di donne che si sono piegate, ma non spezzate, assecondando i venti delle loro esistenze che pur destabilizzando il loro baricentro non hanno comunque impedito loro di rialzarsi.

     

“Una Femmina” è un film di Francesco Costabile, tratto dal romanzo di Lirio Abbate, un libro inchiesta dal titolo “Fimmine Ribelli sulle donne della e nella ‘ndrangheta”.

Una famiglia, in uno sperduto paesino calabrese, vive di ‘ndrangheta o meglio, da un lato in una faida tacita in cui vi è una cosca contrapposta alla famiglia, dall’altro un atteggiamento interno alla famiglia stessa in cui si perpetrano angherie ai componenti da parte del capofamiglia e della nonna, quale depositaria delle regole della casa.

La protagonista è Rosa che nel film appare dapprima come bambina, che si fa giurare l’affetto dalla madre che sta per essere uccisa dai membri della famiglia, essendole stato posto un aut aut: “con noi o con loro”.

Poi ci ritroviamo davanti a Rosa adolescente che vive con la nonna, lo zio capofamiglia, il cugino e una zia.

I personaggi si muovono in ambienti tetri e tristi, privi di arredo, in cui il potere non è ricchezza, ma solo sopruso. Nessuno ambisce al potere legato alla terra e al possesso, bensì solo al rispetto di regole patriarcali che non possono essere infrante se non con la ribellione verso colui che, nell’ambito della gerarchia familiare, è il capo supremo e indiscusso del nucleo.

E così, la nostra Rosa, scossa da un evento che le ricorda la sorte della madre, decide di reagire a quel mondo familiare fatto di silenzi e “rispetto” inteso quale osservanza di un sistema costituito e tramandatosi nel tempo, che non consente di andare lontano.

Rosa per vendicarsi del male subito, comincia in solitaria una guerra tesa a colpire dapprima i traffici illeciti dello zio e poi a disonorarsi autonomamente facendo apparire il disonore come causato dal capoclan della cosca. Recatosi presso il capoclan, lo zio di Rosa intuisce dalle parole dell’uomo che probabilmente è all’interno della famiglia che si deve cercare il responsabile del misfatto (“u tragediaturi”).

Rosa, ormai individuata quale responsabile della rovina della famiglia, uccide lo zio.

Finito il patriarcato occorre ripristinare una gerarchia. La perdita del potere e del prestigio poteva essere evitata solo legandosi al capoclan.

Marginale, ma non privo di rilievo, è la figura di Natale, il cugino di Rosa, che privo di effettivo carisma ‘ndranghetista, finirà per essere vittima collocata ai margini della società e della famiglia.

Una storia sulla criminalità con un punto di vista femminile di un’anima ferita con la rabbia nelle vene.

La scelta dell’attrice protagonista da parte del regista si posa su Lina Siciliano, che non è un’attrice professionista, ma una donna che ha dovuto lottare per sopravvivere. Una giovane donna che ha saputo regalare al pubblico l’esperienza interiore e intima e talora traumatica delle donne vittime di oppressione e impotenza, come sottolineato dallo stesso regista.

Il film ci lascia una speranza che risiede nella gravidanza di Rosa (la nascitura sarà femmina) destinata a far germogliare un seme di rinascita e di riscatto.

L’elemento più corale è una processione di sole donne coperte da un velo nero che una volta svelato mostra le combattenti silenziose le quali, dismesso il simbolo della sottomissione guardano al futuro a testa alta. Il coraggio risiede nel reagire, nel rifiutare la sudditanza, nel ripudiare il male che caratterizza la vita delle loro famiglie.

“Una femmina” è il riscatto di una generazione di donne che si sono piegate, ma non spezzate, assecondando i venti delle loro esistenze che pur destabilizzando il loro baricentro non hanno comunque impedito loro di rialzarsi.

Beatrice Macrì