Uno, nessuno, diecimila

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Dieci mila persone hanno partecipato ai funerali di ‘Ntoni Macrì, quasi mezzo secolo fa, quando l’uomo più potente della ‘ndrangheta era stato ucciso in un agguato. In condizioni normali la sua morte avrebbe dovuto essere vissuta come una liberazione. Se così non è stato, una qualche ragione ci sarà. Ritengo che ‘Ntoni Macrì sia stato percepito come custode e portatore di una “Giustizia”, una “Giustizia” intrisa di sangue.

È passato quasi mezzo secolo della morte di ‘Ntoni Macrì.

Per i più, il suo nome non significa nulla, ma per i suoi contemporanei doveva significare molto se ben 10.000 persone hanno partecipato ai suoi funerali. (Ed ancora le donne non vi partecipavano).

Tanti i fiori, molta musica, una messa solenne concelebrata da più sacerdoti e tanti canti che si alzavano verso il Cielo.

Era stato ucciso in un agguato il boss dei boss, l’uomo più potente della ‘ndrangheta calabrese, l’amico di Navarra, il capo rispettato dagli uomini d’onore del Canada o degli USA.

Sicuramente presenti ai suoi funerali, anche se in incognito, molti rappresentanti delle Istituzioni. Non solo di quelle elettive dal momento che esistono prove oggettive che dimostrano quanto i rapporti tra il boss e parte consistente delle forze dell’ordine, della magistratura, della Chiesa, della politica, fossero improntati a calda collaborazione.

Lo stesso vescovo della Diocesi aveva chiesto la sua protezione per salvarsi da una congiura di preti che avevano assoldato un sicario per ucciderlo.

Nella Locride tanti, fino a quel momento, erano stati i funerali solenni e partecipati. Funerali di parlamentari, di sindaci, di vescovi, di magistrati, di professionisti di grido. Di vittime e carnefici. Ma, ancora oggi, è difficile comprendere la ragione per cui quello di ‘Ntoni Macrì sia stato quello più partecipato.

A questo punto il discorso diventa delicato, scivoloso, direi politico, ma sicuramente difficile, . . soprattutto in tempi di pensiero unico.

Ma, dopo mezzo secolo, credo sia giusto tentare di decifrare il significato di quella enorme folla.

Non credo proprio che 10.000 cittadini di Siderno e della Locride fossero mafiosi o vicini alla mafia e, pur considerando tra i partecipanti un 10% di uomini di ‘ndrangheta, (e non sono pochi) resterebbe sempre da spiegare perché 9000 persone estranee alla malavita siano stati presenti a quella cerimonia funebre.

‘Ntoni Macrì non è stato, né avrebbe potuto essere, per ovvi motivi, un giglio di campo. Non ha esitato ad emettere crudeli condanne di morte, quando l’ha ritenuto necessario per imporre il suo “ordine” e la sua “legge”.

Non ha esitato a scatenare una “guerra lampo” che ha portato alla strage di Piazza Mercato a Locri.

In condizioni normali la sua morte avrebbe dovuto essere vissuta come una liberazione. Se così non è stato, una qualche ragione ci sarà.

Ovviamente la mia non è una ricerca storica, tanto meno antropologica, tento solo di capire l’oggi ricercando e riflettendo sulla nostra storia recente.

Eppure se dovessimo trovare la chiave giusta per comprendere un evento ormai lontano, ciò sarebbe più utile di mille inchieste giudiziarie. Infatti, se finora la ‘ndrangheta non è stata sconfitta è perché quella “chiave” non è stata mai trovata e l’acqua continua ancora ad annaffiare il terreno su cui crescono i germogli mafiosi sia pure di altro spessore e natura.

Certo, è da escludere una partecipazione indotta dalla paura così come è peregrina l’ipotesi di una mafiosità diffusa. Si potrebbe pensare ad un malinteso senso di “rispetto”, ma anche in questo caso resterebbero da spiegare le ragioni per cui tanta gente ha avuto così tanto “rispetto” verso un capo mafia.

Pur con tutta la cautela possibile, ritengo che ‘Ntoni Macrì sia stato percepito da almeno una parte della popolazione come custode e portatore di una “giustizia”sia pure barbarica, primitiva e terribile.

“Giustizia” intrisa di sangue.

Ma, per la gente comune, esisteva una reale alternativa? Sarebbe stata realmente migliore la “giustizia” di Stato” per come storicamente praticata in Calabria sino a quel momento?

Forse la questione è tutta qui!

Forse le persone emarginate e subalterne, hanno percepito il boss come uno di loro, trasformandolo in mito, in giustiziere, in Robin Hood. Oppure perché i “non garantiti” avevano in mente decenni di negata giustizia, di violenze nelle caserme, di arbitri, di carcere preventivo per gli innocenti, di impunità per i forti.

Sono solo ipotesi, quello che è certo è che ‘Ntoni Macrì entrò nella leggenda degli “uomini di onore” .

Diceva Hegel “tutto ciò che è reale è razionale”, quindi senza fare gli sdegnati e, meno ancora, gli ipocriti a distanza di quasi 50 anni, la necessità di dare una risposta alla nostra domanda iniziale è più attuale che mai.

Una società libera e matura si interroga sul proprio passato, qualunque esso sia. Trova risposte e cambia la storia. Una società oppressa e sconfitta, crea miti di diversa ed opposta natura e di miti muore.