Violenza di Stato, dal G8 ai pestaggi nelle carceri

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Vent’anni passati invano? Nell’aprile 2020, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, gli agenti avrebbero commesso abusi indiscriminati nei confronti dei detenuti, in una sorta di vendetta, dopo una rivolta scoppiata la sera prima e rientrata in poche ore, per la scoperta di un detenuto positivo al Covid-19.

Venti anni fa, a Genova, nei giorni del G8, si apriva una ferita che oggi ancora non si è rimarginata, con la violenza indiscriminata delle forze dell’ordine nelle strade contro i manifestanti. Tuttavia, se dal G8 di Genova a Santa Maria Capua Vetere, è ancora violenza di Stato, vuol dire che la storia non ha insegnato nulla

Le violenze della polizia penitenziaria contro i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non sono un’anomalia: sono il sistema. Il carcere è un’architettura della sofferenza, un principio organizzativo dello spazio concepito per piegare e annichilire i corpi. Quello che è successo nell’istituto campano,  dove 52 persone, tra agenti e figure istituzionali, sono state raggiunge da misure cautelari,  mostra come questo principio possa essere diffuso, tollerato e difeso a ogni livello dall’amministrazione penitenziaria, fino ad arrivare al ministero della giustizia.

La magistratura l’ha definito Uno dei più drammatici episodi di violenza di massa ai danni dei detenuti”. È la tragica descrizione di quanto avvenuto nell’aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), che viene fuori da mesi e mesi di analisi delle chat degli agenti penitenziari, audio, videocamere di sorveglianza e referti vari. Gli indagati sono 117 e ora in 52 hanno ricevuto misure cautelari, come arresti ai domiciliari e interdizioni. Questo riguarda tanto i presunti autori delle violenze quanto chi ha provato a nasconderle, come alcuni medici Asl e dirigenti del carcere. Gli agenti avrebbero commesso abusi indiscriminati nei confronti dei detenuti, in una sorta di vendetta dopo una rivolta scoppiata la sera prima e rientrata in poche ore per la scoperta di un detenuto positivo al Covid-19.

Sono passati venti anni esatti da quando l’Italia fu teatro di quella che Amnesty International definì “La più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale”. Nel luglio 2001 a Genova, nei giorni del G8, si apriva una ferita che oggi ancora non si è rimarginata, con la macelleria messicana della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani e la violenza indiscriminata delle forze dell’ordine nelle strade contro i manifestanti. Fu tortura su larga scala, come d’altronde ribadito di recente dalla Corte europea dei diritti umani, ma in Italia non esisteva nemmeno una legge che prevedesse questo reato, arrivata solo nel 2017. Gli abusi di potere commessi nel corso del G8 di Genova sono stati perlopiù coperti e oggi l’Italia continua a pagare il fatto di non aver saputo fare realmente i conti con quella tragedia di venti anni fa, di non aver fatto un passo oltre a quella vergogna. E il metodo Genova, con episodi di violenze indiscriminate delle forze dell’ordine, di insabbiamenti e omertà diffusa, di tortura à la Bolzaneto e Diaz, continua oggi a macchiare la quotidianità del Bel paese, in particolare delle sue carceri. Quanto emerso in queste ore, nell’istituto di Santa Maria Capua Vetere, è infatti solo la punta dell’iceberg: da quando l’Italia si è dotata di una legge sulla tortura, si è scoperto che la tortura nel paese esiste, eccome se esiste. Associazione Antigone ha raccolto tutti i casi di applicazione di questo “Nuovo reato” nell’ambito del sistema carcerario italiano. C’è l’agente di polizia penitenziaria condannato, lo scorso gennaio, per tortura contro un detenuto nel carcere di Ferrara. C’è la condanna, in primo grado, per tortura e lesioni aggravate a carico di dieci agenti del carcere di San Gimignano, arrivata lo scorso febbraio. Ci sono le misure cautelari, tra cui i domiciliari, disposte a gennaio per diversi agenti accusati di tortura contro i detenuti nel carcere fiorentino di Sollicciano. Ci sono altre misure cautelari emesse nel 2019 nei confronti di 13 agenti del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, per un’inchiesta su presunte torture e altri abusi commessi nei confronti dei condannati. E poi altre indagine in stato ancora più embrionale, dall’istituto milanese di Opera a quello emiliano di Modena, passando per Melfi, Pavia e altre carceri. L’Italia è ancora impantanata nell’orrore di venti anni fa e il contesto politico-sociale non sembra preannunciare miglioramenti imminenti. Vent’anni fa una ferocia simile si consumò sui corpi di chi protestava contro il G8 a Genova. Molti manifestanti furono rinchiusi, umiliati e torturati nella caserma di Bolzaneto. Di quelle violenze non ci sono immagini, ma non ce n’è bisogno per capire che le carceri funzionano tutte nello stesso modo.

E vent’anni sono passati invano……

Carlo Maria Muscolo