1 Maggio.

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Oggi è il Primo Maggio, forse il modo migliore per festeggiarlo sarebbe stato quello di mettere in piedi qualche idea seria sul Recovery Fund, confrontandosi con la gente e con la parte più viva ed impegnata della società. Invece, ancora una volta, saranno gli altri a discutere del nostro futuro anche, perché non esistono più i luoghi di elaborazione e di incontro

 Ilario Ammendolia

Oggi è il Primo Maggio ed, involontariamente, ho ripensato alle tante giornate trascorse in un clima di festa e di lotta. Molto più spesso la seconda che la prima. Alle vittorie ed alle sconfitte. Ed, a volte, a quelle che ci son sembrate vittorie si sono trasformate in rovinose sconfitte. Ho rivisto le piazze piene e sentivo l’eco lontana dell’Inno dei lavoratori o dell’Internazionale. Il Primo Maggio del 1969 a Melissa per il ventesimo anniversario dell’eccidio. E poi passavano veloci tanti fotogrammi delle tante “Feste del lavoro” a gridare “Nord e Sud uniti nella lotta”, “I soldi della NATO al Sud sfruttato”, “Il fascismo non passerà”, “No al fermo di polizia”. Ho rivissuto soprattutto le giornate trascorse sui cantieri di lavoro della forestale, dei consorzi di bonifica (e non solo). Eravamo studenti e così giovani che raggiungevamo i cantieri a piedi o a passaggi. L’impegno politico avveniva in regime rigoroso “Digiuno” . A volte, quando i nulla osta della prefettura arrivavano con calcolato ritardo oppure le assemblee si arroventavano, trascorrevamo la giornata anche a digiuno vero. Poi puntuale arrivava la denuncia alla procura della Repubblica. Erano gli anni ‘60. Quei braccianti aggrappati alla terra, perché non volevano emigrare, nella nostra mente, si trasformava o negli artefici del nostro comune riscatto. E con noi giovani studenti , loro figli, insieme a loro, avremmo costruito  un’altra società. In una regione con il 90% del territorio collinare e montano i “Forestali”, gli ultimi braccianti prima del grande esodo, avrebbero reso moderne e produttive le nostre vallate.

Non è stato così. La malapolitica, un sindacato decisamente inadeguato e, spesso colluso, la mafia (con il concorso di tutti i corpi dello Stato, che hanno fatto finta di non vedere) hanno trasformato anni di lotta disinteressata in un pozzo di clientele, di sprechi e di consenso elettorale inquinato. Con il placet del governo nazionale si riuscì a stroncare ed a gettare alle ortiche oltre 20 anni di elaborazione culturale e di lotta, assegnando alla Calabria il ruolo di colonia interna. Oggi siamo al Primo Maggio del 2021. Forse il modo migliore per arrivarci sarebbe stato quello di mettere in piedi qualche idea seria sul Recovery Fund, confrontandosi con la gente e con la parte più viva ed impegnata della società. Invece, ancora una volta, saranno gli altri a discutere del nostro futuro anche, perché non esistono più i luoghi di elaborazione e di incontro. Così, ancora una volta, la nostra classe dirigente recita a soggetto. I più sgambettano dietro il governo per dire che ci sono e, come i bambini con le bandierine, agitano qualche tema per farsi notare. Ed, invece, sono chiari i segni premonitori a dirci che anche questi soldi rischiano di essere sprecati esattamente come si è fatto con le immense risorse della forestazione, della 488 e di altri provvedimenti analoghi. Sinceramente, mi sembra frutto di una grande pigrizia mentale la pietosa lamentela che si ripete sempre per dire i fondi destinati al Sud sono pochi. Forse è vero. Ma è più probabile che li sprecheremo, oppure ci daranno solo qualche infrastruttura Non è, o non dovrebbe essere, questo il senso del Recovery. Noi avremmo avuto il dovere di immaginare un’altra Calabria da consegnare alle future generazioni. Una Regione nuovamente produttiva e recuperata alla sua grande bellezza. Un grande Piano Verde da cui scorgere “Un mare d’un intenso colore azzurro” (Bregantini) Non sono assolutamente contro le ferrovie, le strade o l”alta velocità. E neanche contro l’assunzione di cancellieri o applicati. Ma dubito che così si possa cambiare veramente la Calabria. Faccio un esempio: dieci anni fa in una partecipata assemblea di tutti gli eletti della Jonica abbiamo approvato “Il progetto d’urto della Locride” individuando un’altro modello di sviluppo. Ed il Ministero dell’Interno, attraverso la ministra Cancellieri, ha recepito e garantito la bontà del nostro “Progetto” facendosi carico d’un tavolo permanente presso il ministero. Cito solo qualche punto: un’unica area per tutta la Locride, destinata ai Piani degli insediamenti produttivi ed alimentata da energie alternative. “Lotti’ ed energia da dare gratuitamente o quasi alle aziende che avrebbero voluto investire nella nostra zona, privilegiando i progetti di valorizzazione dei prodotti locali o di trasformazione dei rifiuti. Il recupero dei borghi storici e delle terre incolte in una Locride dichiarata terra di accoglienza. La centralità della sanità, partendo dal territorio. L’ acqua pubblica. La programmazione delle risorse. La fine della criminalizzazione calcolata della nostra terra. Mi sono limitato ai punti essenziali, che non erano e non sono la Bibbia ma solo uno sforzo di creatività dal basso. Ci siamo confrontati con tutti i parlamentari calabresi in una tesa riunione nella sala del consiglio comunale di Siderno. Mi limito a ricordare gli importanti contributi del senatore Luigi De Sena, già intelligente prefetto di Reggio Calabria, del senatore Pietro Fuda, di Sisinio Zito in qualità di sindaco di Roccella e di tanti altri, che non nomino singolarmente per non dimenticare qualcuno.

Festeggiare il Primo Maggio in una regione, che ha il tasso più alto di disoccupati, ed una oligarchia “politico-burocratica” tra le più pagate e le più imbelle d’Europa, significa riprendere l’iniziativa (direi la lotta) da dove più volte è stata interrotta.