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Addio a Giuseppe Stival: il pittore di Montparnasse che ha custodito l’anima e il mito della Calabria

Stefano Muscatello

Ci sono artisti che non si limitano a dipingere il mondo, ma ne scrutano le viscere, raccogliendone i silenzi, i venti e le ombre più profonde. Con la scomparsa del Maestro Giuseppe Stival, la cultura calabrese e il panorama dell’arte figurativa internazionale perdono una delle voci più intense, rigorose e solitarie del nostro tempo.

Nato a Melicuccà nel 1940, Stival aveva intrapreso un viaggio artistico e umano straordinario, alimentato dalla linfa vitale dell’Accademia delle Belle Arti di Roma prima e, dal 1964, dalla fucina internazionale di Rue du Montparnasse a Parigi. È stato lì, nel cuore pulsante e intellettuale della capitale francese, che il suo percorso si è intrecciato con la “Nuova Scuola di Parigi”, attraversando un decennio di astrazione lirica prima di compiere quel definitivo, viscerale ritorno alla figurazione.

La sua pittura e la sua raffinata opera di disegnatore non sono mai state mere descrizioni della realtà, ma un dialogo serrato tra l’uomo e la natura. Come scrisse con fine pertinenza Ugo Ronfani, nei suoi dipinti vivevano «altipiani come paesaggi lunari, baie remote con tracce di lontani naufragi, pianure percorse dai venti del mare e dai lamenti di antiche battaglie». Un realismo magico ed esistenziale in cui la Calabria — con i suoi miti, i suoi pastori, i suoi silenzi e l’inestricabile immanità della vita — si faceva universale.

Michel Random, acuto critico e amico fraterno degli anni Settanta, definì la sua una «opera abitata dalla vita», sottolineando come Stival fosse rimasto, in fondo, «un cacciatore attento alle minime cose della vita semplice e primitiva». Un tratto di bonaria semplicità che ha segnato anche la sua persona, preservandone l’integrità attraverso decenni di scambi intellettuali con figure monumentali del Novecento: da Lanza del Vasto a Guido Ceronetti, passando per i grandi sodalizi all’interno del gruppo storico degli “Artisti Italiani di Parigi”.

Anche dopo lo stop forzato imposto nel 2007 da motivi di salute — nove anni di silenzio e meditazione prima del ritorno alla matita e alla straordinaria serie di ritratti —, Stival ha continuato a raccontare l’essere umano con un muto e melanconico linguaggio di ombre, luci e colori.

In questo momento di profondo dolore per la sua scomparsa, il pensiero e l’abbraccio più sincero vanno a suo fratello Sandro — figura stimata, ex allenatore del Locri, con cui condivido la passione viscerale per il campo e per il rettangolo verde, e verso cui nutro un deferente e ammirato rispetto.

L’artista ci ha lasciati, ma l’opera di Giuseppe Stival rimane lì a testimoniare la grandezza di un percorso irripetibile. Perché l’arte e la vita, a dispetto del tempo e della forma che muta, non cessano mai davvero di esistere.

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