Africo come metafora?    

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La testimonianza di Rocco Palamara sugli anni ’70 (Riviera, 2 gennaio 2022) merita un ulteriore approfondimento su quel tempo. Si tratta di una metafora abbastanza netta sul sistema di potere che aveva il perno nel sacerdote Giovanni Stilo, personalità molto vicina alla Democrazia Cristiana. Contro i metodi spicci di don Stilo inizia una protesta che ben presto supera i confini di Africo e incendia l’intera Locride, chiamando al protagonismo civile centinaia di studenti di quell’area.

I ‘fatti’ sanguinosi di Africo, nella ricostruzione di ‘Papula’ su questo giornale, sono pagine che la Repubblica Italiana, con i suoi apparati e gli accordi di potere, ha voluto confinare in quella sentina in cui sono custoditi i tanti misteri della vita civile del Paese. Come andarono effettivamente le cose? Intanto fissiamo i protagonisti: lo Stato, la ‘ndrangheta, i resilienti come Rocco Palamara. Il giovane ribelle (spesso indicato come anarchico, come dire, uno fuori dalle istituzioni…) è uno dei principali protagonisti dello scontro culminato con l’uso delle armi, i feriti e i morti, una testimonianza dal di dentro la sua, mai raccolta, approfondita, dagli organi di informazione nazionali. Al massimo – visti da lontano – quegli inseguimenti tra le viuzze di Africo, gli scontri in piazza a viso scoperto, vengono declinati come il solito scontro tra ‘opposte fazioni’, gruppi di giovani ‘ndranghetisti armati contro giovani compaesani della stessa generazione, anarcoidi – anche loro armati -contestatari, scapestrati per natura forse, ma certamente consapevoli che la libertà ad Africo era un’aspirazione che si poteva realizzare solo come atto ottroiato (per concessione sovrana, insomma), nello specifico, del “prete-padrone”. 

Una condizione, questa, che ‘Papula’ e il suo folto e coraggioso gruppo mal sopportano, che sentono come cavezza al collo, e perciò reclamano le ‘cose giuste’, rispondendo con fermezza al ‘potere costituito’, in una escalation di scontri che precipitano ben presto nello scontro armato con il ferimento di Rocco Palamara e l’omicidio del cognato. 

Per spiegare meglio a chi ci legge adesso, ad Africo non vi furono agguati e sparatorie con incappucciati commando e autovetture in fuga, ma si visse uno spezzone di guerra civile, condotta a viso aperto da uomini e donne animati da idee diverse su come vivere e verso quali destini volgere le proprie esistenze.

Ora, a prescindere dalla potenziale diffidenza di  ‘faziosità’ verso l’autore del racconto di quegli anni, la testimonianza di Rocco Palamara offre comunque una metafora abbastanza netta sul sistema di potere che aveva il perno nel sacerdote Giovanni Stilo, personalità molto vicina alla Democrazia Cristiana, la cui ‘longa manus’, oltre la missione divina in terra, decideva anche le sorti del senato accademico dell’Università di Messina, giusto per fare un esempio, di cui ne faceva parte per nomina governativa. Contro i metodi spicci di don Stilo, i favoritismi che dispensava, Rocco ‘Papula’ e i suoi compagni, riempiendo il vuoto di opposizione sociale della sinistra politica e sindacale di quel tempo, iniziano ad organizzare la protesta che ben presto supera i confini di Africo e incendia l’intera Locride, chiamando al protagonismo civile centinaia di studenti di quell’area. Uno scenario che provoca, fin da subito, fibrillazione nei poteri politico-mafiosi, e non solo ad Africo, le cui ragioni di fondo sono descritte in maniera struggente, ma lucida, da Rocco quando racconta della moglie di uno ‘ndranghetista vicina di casa, che recandosi al lutto in casa dei Palamara dopo l’assassinio del cognato colpito da un mafioso nel corso dell’ennesimo scontro armato, anziché pronunciare parole di cordoglio, si ritira in disparte con la madre di ‘Papula’ e, quasi a giustificare l’ineluttabilità di quell’omicidio, dice all’anziana donna profondamente addolorata: “Vostru figghiu voli un paisi ‘nte mani”. 

Una espressione che denota con assoluta inequivocabilità la natura essenziale della risposta armata mafiosa ad Africo in quegli anni che non tiene in conto nulla, neppure della vita di chi conosci da sempre, o di chi è sangue del tuo stesso sangue, quando è in giuoco il potere tout court, il controllo dei voti da gettare sul piatto della bilancia nell’interscambio politico-mafioso, dinanzi a cui a nessuno è dato opporsi, pena la morte.

LO STATO.

Ad Africo, lo Stato è solo la piccola caserma dei carabinieri, impalpabile avamposto calato dentro un vulcano in continua ebollizione capace di spazzare via chiunque e senza potere essere arginato. Uno Stato che – a leggere il racconto di Rocco Palamara – non sa, o non vuole, essere ‘arbitro’ neutro intervenendo in maniera ferma per sedare gli animi, indagare sulle responsabilità dei ‘belligeranti’, che resta sugli spalti per vedere come si chiuderà la partita, nel mentre fischiano pallettoni e si svuotano i caricatori dei fucili mitragliatori. E così iniziano a contarsi i feriti, a correre il sangue, fino alla tragica uccisione di Turi Barbagallo, appena ventisettenne e padre di due bambini e cognato di Rocco Palamara, la notte di Capodanno del 1977. 

Le avvisaglie del lievitare dello scontro tra i giovani ‘ribelli’ di Africo e i loro coetanei ‘ndranghetisti c’erano già tutte con il tentato omicidio di Rocco Palamara del febbraio del 1975 e del ferimento di un cugino sedicenne. Ma ancora prima, nel 1970, quando ‘Papula’ organizza una protesta in paese contro il modo di costruire  la nuova rete idrica comunale da parte di una ditta legata al ‘prete-padrone’, una ribellione che metteva in discussione “l’autorità costituita” sul territorio e che non poteva essere digerita da chi ormai era un tutt’uno con il potere dominante nella Locride, mirabilmente descritto da Gioacchino Criaco nel suo ‘ZEFIRA’, un libro che come trama e tensione del racconto non ha nulla da invidiare a ‘IL GIORNO DELLA CIVETTA’ di Leonardo Sciascia.  

AFRICO E LA SINISTRA STORICA.

Come in altri centri del reggino e della Calabria, alla fine della seconda guerra mondiale, con i soldati rimasti miracolosamente vivi sui vari fronti, nei paesi calabresi rientrano per fine pena anche i condannati per reati comuni. Tra questi, Salvatore ‘Turi’ Maviglia, che il carcere se l’era fatto a Turi, in provincia di Bari, dove aveva conosciuto anche i detenuti ‘politici’, come Antonio Gramsci e altri antifascisti di stampo anarchico.

Maviglia arriva ad Africo anarchico convinto, porta sempre una cravatta nera in segno di lutto per i compagni di lotta caduti nel corso della storia, raccogliendo ben presto accanto a sé numeroso consenso. Turi Maviglia è tra i fondatori della locale sezione del Pci e della Camera del Lavoro e ben presto si pone alla testa delle lotte sociali. Nonostante il suo impegno però, nel Referendum istituzionale “Repubblica-Monarchia”, i monarchici ad Africo (e in buona parte del Mezzogiorno) stravincono con quasi il 90% dei voti. È il primo segnale-baluardo che emerge dalle forze sociali postbelliche raccolte attorno alle gerarchie ecclesiastiche, ai poteri criminali, al blocco agrario allora dominante nell’economia meridionale, grazie anche alla presenza qualificata nei corpi dello Stato repubblicano di numerosi appartenenti a questa classe sociale. E Africo non è esente dalle ‘trasformazioni’ che i nuovi equilibri ideologici di potere filodemocristiani richiedono per frenare la sinistra sociale e politica che, nonostante le pressioni ‘dissuasive’ esercitate su singoli dirigenti e attentati alle sedi, continua ad organizzare i lavoratori e le lavoratrici (forestali, contadini, gelsominaie), i giovani per il diritto allo studio, si batte contro le ingiustizie, a viso aperto, con coraggio e dignità.

Africo è dunque una metafora molto diffusa nel resto del Mezzogiorno, raccontata minuziosamente da Gioacchino Criaco nei suoi libri, o nel commovente film neorealista ‘BAARIA’ di Giuseppe Tornatore. Ed è da queste opere culturali che traspare in maniera eloquente, purtroppo, la lenta caduta della capacità di rappresentanza sociale della Sinistra italiana, perennemente divisa tra sterili oltranzismi di stampo internazionalista, incapace di auto-liberarsi dal senso di vicinanza al blocco sovietico, fino all’arrivo di Enrico Berlinguer.

Da qui, da queste insufficienze, a parere di chi scrive, originano molti drammi, come il terrorismo brigatista, e quella sorta di congelamento, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, di ogni iniziativa contro la preannunciata decadenza del sistema politico italiano, fino all’esplodere di Tangentopoli, preparatoria dell’avvento berlusconiano. E ad Africo non poteva non vincere la ‘normalizzazione’, nonostante il sacrificio di Rocco e i suoi “fratelli”. 

Ci sono stati, certamente – scrisse Giorgio Amendola – ritardi, errori, incapacità a legare la soluzione dei problemi immediati ad una più generale prospettiva di rinnovamento del Mezzogiorno…”. (Giorgio AMENDOLA – L’Unità 11/2/1979)

Filippo Diano