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Campus del Mediterraneo, pochi fondi e zero strategia

La ministra Bernini non ha partecipato alla conferenza Choose Europe for Science, svoltasi lunedì scorso a Parigi. L’Italia vi è stata rappresentata dall’ambasciatrice Emanuela D’Alessandro, in quella che è parsa essere una scelta consapevole di basso profilo: una forma discreta di protesta per il ruolo preponderante assunto dalla Francia nell’organizzazione dell’evento. Decisione politica, forse non sua, e forse condizionata da altri problemi nelle nostre relazioni con la Francia e che ha condotto a ignorare la raccomandazione di Giorgio Parisi di cogliere un’opportunità storica: intercettare il malcontento di molti ricercatori, americani e non, per le recenti pressioni del governo statunitense sul mondo accademico e scientifico.

Galileo Violini

Venerdì la ministra si è recata a Reggio Calabria per lanciare il Campus del Mediterraneo, un progetto nato su iniziativa di un deputato del suo partito, noto per una produzione parlamentare ricca di emendamenti dal tono minimalista – una virgola, una frase – ma di impatto limitato sui problemi strutturali del territorio. Interventi spesso tesi a favorire categorie particolari, di valenza elettorale più che di grande respiro politico, e il cui risultato è piuttosto il consolidamento nella regione della sua storica economia pubblica di sussistenza.

Il discorso della ministra, ripreso dalla stampa, è apparso scollegato dalla realtà. Ha affermato che “nulla si fa a costo zero”, definendo i quattro milioni stanziati un “boost di idratazione economica”,quantum lontanuma Giorgio Parisi che aveva sottolineato che l’operazione da lui proposta non poteva essere fatta senza congrui investimenti.
La cifra, nella migliore delle ipotesi, permetterà la realizzazione di qualche opera edilizia, ma è ben lontana dall’essere sufficiente a sostenere il programma ambizioso annunciato nei comunicati. In termini concreti, corrisponde al costo di un edificio per un centinaio di posti letto. Potranno forse aggiungersi fondi europei, ma il rischio di una cattedrale nel deserto è reale.

Il problema del sistema universitario calabrese non è la qualità, né l’inadeguatezza delle infrastrutture. È la sua sostenibilità nel medio-lungo periodo, è il contesto economico in cui esso si trova che è un’altra componente della crisi di cui abbiamo scritto solo pochi giorni fa, ponendo in evidenza le preoccupanti prospettive legate al calo demografico e al trend negativo nelle immatricolazioni.

E, tra le università calabresi, è proprio la Mediterranea a presentare i dati più critici.
Ben venga il riferimento della ministra all’internazionalizzazione come volano per il rilancio, ma senza un’analisi dei dati e senza una strategia chiara, si tratta di dichiarazioni prive di concretezza e lontane dalla realtà non solo regionale, ma italiana. Una realtà a volte offuscata dall’ambiguità con cui sono presentati i dati dallo stesso ministero. Emblematico il caso degli immatricolati stranieri. Per l’anno accademico 2023-24 sono stati 22.813, ma quelli con titolo di studio estero solamente 16.093. Non c’è contraddizione. Sono dati corretti la cui apparente discrepanza, di ovvia interpretazione, dovrebbe spingere a riflettere chi, nel nome della difesa dei confini, guarda con sospetto a chi nasce e studia in Italia, e soprattutto essere valutata positivamente da un punto di vista sociologico: gli stranieri “semiitaliani” rappresentano già il 2,2% degli immatricolati.

In ogni caso, i numeri parlano chiaro: non basta costruire un campus per attrarre studenti stranieri, tanto più in assenza di un programma politico di ampio respiro. Un hub internazionale a Reggio Calabria può far parte del programma della regione e del governo, ma nelle condizioni attuali è solo un irrealisticowishful thinking: nel 2023-24, alla Mediterranea si sono immatricolati solo 8 studenti stranieri, alla privata Dante Alighieri, 15. A Messina, sull’altro lato dello Stretto, sono stati 629. In Calabria, a parte l’Unical che anch’essa ne ha avuti alcune centinaia, la Magna Graecia ne ha attratti una cinquantina.
Certo, è più semplice avviare un progetto edilizio che elaborare una politica universitaria. Ma non possiamo ignorare le criticità strutturali di tutto il sistema universitario del Sud sia per quanto riguarda iscrizioni e immatricolazioni, sia nei processi di internazionalizzazione, per i quali grandi sono le differenze con il Centro-Nord.

Le università del Sud attraggono appena il 10,4% degli immatricolati stranieri in Italia, e lo fanno in modo disuguale: al di sopra di questo valore l’Asia (17,7%) e le Americhe (12,8%), al di sotto l’Africa (9,6%), con buona pace degli slogan sulla vicinanza geografica e dei richiami al Piano Mattei, e l’Europa (5,8%). Sarebbe semplicistico spiegare questi dati in termini di fattori geografici, ignorando che i legami culturali con la nostra diaspora dovrebbero anche essere considerati e suggerirebbero che dovrebbe aspettarsi che compensino in qualche misura gli effetti negativi dei fattori geografici.

La vera discriminante resta l’offerta formativa. I dati generali sul tasso di laurea (laureati in un anno solare rispetto agli iscritti dell’anno accademico precedente) mostrano che non vi è una differenza significativa del Sud con la media nazionale (17,8%). Anzi, una regione come la Campania risulta notevolmente sopra la media (23,3%). Tuttavia, questo indicatore, quando lo si applica all’internazionalizzazione, è un’altra prova dell’esistenza di due diverse velocità, tra Centro-Nord e Sud. Nel 2024 il Sud è al 9,7%, contro una media nazionale del 15,1%. Un dato per il quale sarebbe interessante disporre di dati più dettagliati che permettano di distinguere tra stranieri che hanno studiato in Italia e che hanno studiato all’estero, ma che comunque deve far riflettere, poiché tocca la motivazione principale che porta uno studente nel nostro Paese.

Il piano presentato lunedì non sembra tener conto di questo scenario, né del boom delle università telematiche, i cui iscritti, tra il 2018 e il 2023, sono aumentati del 260%, e contribuisce per il 95% alla crescita complessiva delle iscrizioni universitarie in Italia in quel periodo. Ed è da sottolineare che questa accelerazione solo indirettamente può essere collegata alla pandemia, essendo ad essa successiva.

L’Italia è in arretrato rispetto a università presenzialioffshore. Queste abbondano nel Golfo, spesso associate alle maggiori università del mondo, NYU, la Sorbona. Ci fu un timido tentativo di una università italo-egiziana svanito nell’oblio. In altri tempi addirittura promovemmo la creazione di università locali in Somalia ed Ecuador. Incidentalmente quella in Ecuador, laEscuela Superior Politécnica de Chimborazo, è parte di quella collaborazione con l’hub di Riobamba, fiore all’occhiello dell’internazionalizzazione dell’Unical.

La critica della ragione per il presente non esclude l’ottimismo della volontà per il futuro.
Convinto sostenitore dell’ineluttabilità di una collaborazione – o integrazione, o coordinamento – tra gli atenei calabresi, vorrei ricordare che una delle prime università telematiche italiane nacque proprio come consorzio inter-universitario. Perché non proporre un consorzio, eventualmente pubblico-privato, per una università telematica internazionale calabrese, magari in collaborazione con la Sicilia? Non si fraintenda questa proposta in relazione alle recenti polemiche intorno alla Dante Alighieri.

Penso a un grande progetto, regionale o interregionale, che permetta un’ambiziosa collaborazione con l’Africa, dove le proiezioni della crescita demografica sono incompatibili con l’espansione autonoma dei sistemi universitari locali, o con l’America Latina, che non deve essere considerata inaccessibile solo perché alcune università spagnole hanno una forte presenza. Per un tale programma il capitale umano che l’Unical ha formato in questi due continenti, negli ultimi venti anni, non potrebbe essere ambasciatore della regione?

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