Cento anni dalla Marcia su Roma

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La “marcia su Roma” è stata una crudele mistificazione, “una farsa tragica”, che ha lasciato in eredità un Paese distrutto, migliaia di morti, una democrazia da costruire dalle fondamenta. Pertanto, nel centenario di tale avvenimento sarà opportuno riprendere in mano i libri e avviare un dialogo sostanzioso.

 La marcia su Roma, il tragico avvenimento che prostrò la vita sociale italiana sotto una dittatura paludata di effimere esteriorità, ma crudele nelle sue discriminazioni sociali, ci porta alla mente che accadde un secolo fa, ottobre 1922. Molti sono gli studiosi che sostengono che i conti definivi con il fascismo almeno dal punto di vista culturale non sono stati fatti completamente ma, c’è da aggiungere, neanche dal punto di vista politico, considerato che nel nostro paese, la destra oltranzista e autoritaria si crogiola ancora nella velleità di una conquista del potere governativo con una pervicacia antidemocratica preoccupante.

Per gli storici il termine” farsa” (riferito ad avvenimenti storici) non ha valenza valutativa nelle vicende che analizzano. Comico e grossolano, formalismi e ambiguità nella “farsa “spesso impediscono di cogliere i nessi dinamici della storia. Ma la passione alla teatralità spesso aizza nel nostro paese comportamenti poco seri che incidono sulle stratificazioni politiche. Quando Mussolini citava la “rivoluzione fascista” aveva come riferimento la data del 28 ottobre 1922, quando 25mila camicie nere calarono verso Roma aizzate e sostenute da agrari, industriali, uomini delle istituzioni (come ha bene descritto Bernardo Bertolucci, che tra i banchi di una chiesa gira la scena di queste complicità nel film Novecento) e pensava certo ai giorni dello spettacolo “operistico” che lo avevano proiettato definitivamente sul palcoscenico parlamentare. Farsa d’annunziana , colpo di stato, rivoluzione? I molti nodi della “marcia su Roma” saranno sciolti ventuno anni dopo, quando l’armistizio sottoscritto con il generale Eisenhower nei primi giorni del settembre ’43 e fatto conoscere al paese da un comunicato Rai letto dal giornalista Titta Arista solo l’8 settembre, segnarono definitivamente la fine del fascismo. La cui Repubblica Sociale Italiana divenne istituzione fantoccio asservita ai nazisti

Vittorio Emanuele III era un sovrano autoritario, incapace di gestire le trasformazioni sociali post-belliche con il liberalismo del nonno Vittorio Emanuele II.

Il piccolo e acido re, che passava i giorni a piangere sulla sua disgraziata malformazione fisica e mangiava solo minestrine, aveva con azione extra parlamentare deciso l’entrata in guerra nel 1915. Dopo la pace, il terrore del bolscevismo russo alimentato dalla sciagurata decisione dei sindacati di occupare le fabbriche (1920), le ricchezze che gli industriali avevano accumulato, (i fabbricanti di armi fissavano loro il prezzo di vendita allo stato con guadagni ipertrofici)  le vittorie elettorali del  Partito Socialista e la sordità reciproca tra le masse cattoliche  e socialiste per costruire un Italia nuova e più democratica, alimentarono sbocchi autoritari. Nel 1921 fu fondato a Livorno il PCI nel mito della rivoluzione leninista e, come sempre accade, la scissione indebolì la sinistra e rafforzò le forze reazionarie. Gramsci si era dichiarato contrario, Le sempre più violente azioni degli squadristi ex-combattenti e la mancata difesa della legalità convinsero agrari e industriali ad appoggiare questa struttura pseudo militare. Giolitti si dimise nel 1921 e Mussolini ne approfittò per trasformare il movimento in Partito. Nell’estate del ’22, uno sciopero generale si trasformò in una tragica sconfitta per il sindacato. Il 28 ottobre i quadrumviri Emilio De Bono, Italo Balbo, Cesare M. De Vecchi e Michele Bianchi marciano verso Roma. Il presidente del consiglio Luigi Facta di Pinerolo passa la notte del 27 a cercare di convincere il re a dichiarare lo stato d’assedio. I 28 mila soldati chiamati a Roma sarebbero bastati per respingere le squadracce intruppate sui camion affittati dai “padroni del vapore” (Ernesto Rossi così li battezzò). Mentre i proletari o morivano di fame o emigravano

Il re “Spadoletta”( la  cui piccola statura obbligò ad abbassare i parametri dell’altezza per i giovani di leva ad un metro e 56 e per consentire al minuscolo re di fregiarsi di abiti militari) non ascoltò i ministri che alle sei del mattino avevano deciso di dare voce alle armi. Si affidò alle opinioni dei militari soprattutto Armando Diaz (scelto subito ministro della Guerra dal Duce) e il solito Badoglio obbediente al re, Facta si dimise. Mussolini tremebondo, che era rimasto a Milano e si era fatto vedere alla Scala, pronto a scappare se l’operazione fosse fallita, con un telegramma fu convocato a Roma. I fascisti a Roma erano diventati 70mila. “Vi porto, Maestà, l’Italia di Vittorio Veneto”. All’imbrunire il governo era formato: solo tre fascisti moderati, qualche liberale (Benedetto Croce), qualche cattolico. Ancora una volta il parlamento contava nulla. I militanti della sinistra nel quartiere di san Lorenzo accolsero a fucilate le colonne guidata da Bottai, ci furono tredici morti. In via del Seminario furono bruciate cataste di libri. Le camere del lavoro devastate. Giacomo Matteotti trucidato nel 1924 e don Sturzo fondatore del Partito Popolare costretto all’esilio in America. Il codice di quella violenta alleanza tra l’esercito patriottico e la monarchia antidemocratica fecero capire solo due decenni dopo che la “marcia su Roma” era stata una crudele mistificazione, “una farsa tragica”. Lasciando in eredità un Paese distrutto, migliaia di morti, una democrazia da costruire dalle fondamenta. Nel centenario di tale avvenimento sarà opportuno riprendere in mano i libri e avviare un dialogo sostanzioso.

Matteo Lo Presti