Come sarà il rientro a scuola, tra Dad e Green Pass. L’intervista

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Il rientro tra i banchi si avvicina, ma non è ancora chiaro quali misure adotterà il governo per garantire la sicurezza di alunni e personale scolastico. La bozza del Piano-Scuola verrà resa pubblica nei prossimi giorni; intanto vediamo cosa ne pensa il personale docente che tra non molto tornerà in trincea.

Sembrerebbe che la parola chiave sia “obbligo” relativamente alle vaccinazioni del personale docente e all’esibizione del green pass, ma per i corridoi dei palazzi di governo il termine che aleggia di più è “persuasione”. Fino a oggi, è solo grazie a questa che l’85% dei docenti italiani si è sottoposto a immunizzazione: un buon risultato. Tuttavia bisogna sottolineare che 280 mila prof non si sono lasciati convincere e rimangono scettici sull’efficacia dei farmaci.

La situazione in Italia

Nessun obbligo vaccinale, dunque, si prevede al momento, nonostante sia tra le ipotesi proposte da una frangia di ministri. Roberto Speranza, ad esempio, si dichiara a favore del green pass per gli insegnanti, considerando questa la soluzione più chiara e comprensibile, oltre a essere quella che eviterebbe un’immunizzazione a macchia di leopardo. Di contro, molti ministri vorrebbero evitare metodi coercitivi e ricorrere semplicemente a una raccomandazione che sensibilizzi docenti e personale Ata alla necessità del siero anti Covid. Allo stato attuale, quattro sono le regioni italiane con il maggior numero di insegnanti che hanno rifiutato il vaccino: tra queste la Calabria che, con il suo 64,25% dei docenti immunizzati, attende con trepidazione di conoscere le misure del prossimo (e definitivo) Piano Scuola.

 

Le misure previste per il rientro a scuola

Complice la Variante Delta, di cui si teme la contagiosità e la diffusione tra giovani e giovanissimi, le misure da adottare per ritornare tra i banchi sono tra le più dibattute e studiate. Tanto per cominciare, si pensa a un potenziamento dei servizi di trasporto, per cui sono stati stanziati ben 450 milioni di Euro. D’obbligo il distanziamento sociale, laddove possibile, e l’uso di mezzi di  protezione individuale per ogni studente e docente. Prevista anche la sanificazione costante degli ambienti, mentre un capitolo a parte è dedicato allo sport: nelle regioni che riusciranno a mantenere la zona bianca sarà possibile praticare attività di gruppo, mentre gli esercizi ginnici saranno esclusivamente individuali nelle regioni in zona gialla o arancione. Tra le ipotesi proposte restano quella di ridurre il numero di studenti per classe o di optare per la Dad nel caso di docenti e discenti non ancora vaccinati.

Ma quali sono le perplessità dei protagonisti del mondo della scuola? Per dare un’occhiata ravvicinata agli umori, ai timori e alle aspettative generali in questa delicatissima fase di riapertura, abbiamo intervistato Giacomo (nome di fantasia), un docente di 34 anni che insegna al liceo.

Giacomo, tu hai lavorato a scuola durante la pandemia: ci racconti la tua esperienza?

Nuova, per prima cosa; e senza dubbio traumatica. La pandemia ha catapultato la scuola (insieme al resto del mondo) in una situazione senza precedenti, quindi senza regole. E senza regole non sai mai dove mettere le mani, non hai idea da dove iniziare. Anche il governo ha cercato di gestire una situazione  praticamente ingestibile attraverso la digitalizzazione che noi non sapevamo usare, ma in quel momento è stata una manna dal cielo! Meet, Zoom e il registro elettronico hanno permesso di continuare la didattica, ovviamente con qualche deficit, ma comunque meglio che fermarsi del tutto. Abbiamo avuto molte direttive, anche diverse tra loro man mano che la situazione si evolveva, ma non erano mai precise; spesso siamo stati lasciati soli a decidere come dovessimo procedere. La supervisione del Dirigente Scolastico non è mai mancata, ma le decisioni venivano prese da chi si confrontava ogni giorno con l’umore dei ragazzi, con i loro pianti, spesso con la loro sfacciataggine, e non è stato facile. Forse è stata più utile l’empatica che la tecnica. La pandemia ci ha tolto moltissimo, ma ci ha anche dato qualcosa. Sarà un capitolo di storia molto controverso da capire per chi verrà dopo di noi.

Da docente, avresti preso provvedimenti diversi da quelli adottati dal governo?

Non credo, no. Ci sono stati molti malumori e altrettante proteste per alcune delle misure; ci sono i provvedimenti che hanno funzionato meglio o peggio, ma questo si può capire solo con il senno di poi. Non si poteva dire con certezza: “facciamo così che è meglio”, non si può sapere cosa è meglio in una situazione senza precedenti. Io sono tra quelli che pensano che, tutto sommato, il governo abbia lavorato bene.

Hai mai avuto paura o hai pensato di lasciare l’incarico?

Paura sì, solo all’inizio, perché vivere nel terrore è come non vivere. Ma non ho mai pensato di lasciare, un po’ per il bene dei ragazzi, un po’ per sentirmi a posto con la coscienza, con l’etica professionale.

La Dad è stata una buona soluzione?

Per come la vedo io, didattica in presenza è molto meglio che didattica a distanza: strutturalmente, la didattica in presenza aumenta l’attenzione e quindi il rendimento, senza parlare dei compiti in classe, che a distanza vengono puntualmente copiati. Mi è successo una volta, durante un’interrogazione, di sentire attraverso il microfono una voce che bisbigliava le risposte allo studente: alla fine si è scoperto che era sua madre a suggerire, nascosta sotto la scrivania. Dal punto di vista dei ragazzi , invece, la scelta non è proprio ovvia: a loro manca la relazione sociale, l’interazione con i compagni, il semplice spostamento della loro casa, dalla loro stanza. Ma la Dad per gli studenti vuol dire anche un gran copia-copia. All’inizio dell’anno, con i tradizionali metodi di valutazione, fioccavano voti alti, invece alla fine c’è stato un calo consistente del rendimento generale, forse anche perché i ragazzi erano psicologicamente molto provati.

Sei d’accordo con la Dad per i non vaccinati?

Le linee telematiche  e gli strumenti digitali sono stati rafforzati non per le frange non ancora immunizzate, ma per tutti: si teme per ulteriori chiusure, che secondo me saranno inevitabili. Ben venga il potenziamento della Dad, ma non ci sarà bisogno di fare una distinzione tra vaccinati e non, perché la Variante Delta corre e infetta soprattutto i più giovani. Con i vaccini che non proteggono al 100%, siamo tutti a rischio infezione, anche se in percentuale lo sono di più i non vaccinati. L’anno scorso siamo stati in quarantena per due volte: non credo che quest’anno cambierà molto.

Con queste premesse, l’obbligatorietà del green pass è praticamente inutile

No, perché con il vaccino il rischio diminuisce. Io non devo decidere perché mi sono già vaccinato a maggio, spinto dal Dirigente Scolastico che ci ha detto chiaramente che non c’erano soldi per assumere supplenti; ma se dovessi stabilirlo adesso, lo farei. Se l’obbiettivo è immunizzarsi, non è coerente farlo a macchia di leopardo: dobbiamo immunizzarci tutti, anche i ragazzi, sennò ho paura che non ne usciamo.

 

Sì all’obbligo del vaccino, quindi?

Sì. A malincuore, perché sono sempre stato a favore del libero arbitrio; ma la pandemia ha cambiato molte cose, tra cui i metri di giudizio di chi, come me, credeva che fosse facilissimo essere coerenti con le proprie idee. Ma i ragazzi sono emotivamente distrutti da tutte queste chiusure, specialmente nei piccoli centri, dove hanno pochi stimoli al di fuori della scuola. Bisogna vaccinarsi anche per loro, per garantire un’adolescenza degna di essere ricordata e un’istruzione che possa definirsi tale.