E poi arrivò la Tv…

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Si sentiva parlare alla radio, che i primi giorni del 1954, sarebbe nata la tivvù, che avremmo visto quanto, più o meno, ascoltavamo radiofonicamente. All’immaginazione di un cantante o di un lettore di notizie, si sarebbe sostituita l’immagine vera e propria.

E quando in tutte le case non c’era la tivvù? A parte il fatto che non sapevi cosa fosse, quale mezzo straordinario di informazione, comunicazione e spettacolo sarebbe divenuto, le alternative erano due. O, prima di cena, ascoltavi la Radio, che era un vero e proprio elettrodomestico alto e largo quanto una cucina a legna o un frigorifero, oppure, soprattutto dopo la simmenthal con pomodori e per frutta fichi secchi e noci, ti sedevi nella stanza più calda, la cucina,  ed ascoltavi quanto avevano da raccontare mamma e papà. Non avevi scelta. Ascoltato quello che in seguito si sarebbe chiamato Giornale radio, ma che all’epoca, era “il comunicato”, la famiglia si sedeva attorno alla ruota di legno con buco, nel quale veniva sistemato il braciere. Sulla ruota venivano poggiati i piedi in maniera che potessero usufruire del calore delle braci, accese apposta per far riscaldare l’ambiente e, di conseguenza, le persone. Mia madre raccontava le avventure della giornata di suo padre e dei suoi fratelli che trascorrevano non meno di dieci ore al giorno a coltivare la terra, dalla zappa alla pota, dagli anticrittogamici al concime, dalla piantagione delle primizie (pomodori, cetrioli, zucchine, ”vidozza”(pannocchie), peperoni di tutti i tipi e, soprattutto, di quelli che domineddio come bruciavano, cocomeri e, di conseguenza, l’irrigazione a mano o con l’acqua del consorzio! Avventure, oggi, irripetibili ed irripetute. Mio padre, invece, raccontava dei suoi nove-anni-nove tra servizio militare, guerra e prigionia. E se lui, attaccava, sia pure con tanta tristezza, non riusciva a smettere se non quando cascavamo dal sonno. Ed allora era una fatica raggiungere le stanze da letto che non ti accoglievano, tanto erano fredde. Di riscaldamenti, elettrici o a pellet, manco a parlarne. Mio padre aveva escogitato la bottiglia di vetro con l’acqua calda, che fungeva da borsa riscaldante al posto del mattone che, nascosto sotto il braciere, si riscaldava e te lo portavi a letto. Di uscire, non se ne parlava proprio. Le prime uscite dopo cena, lo ricordo perfettamente, all’indomani dell’arrivo, anche in Calabria, degli apparecchi televisivi. Si sentiva parlare alla radio che i primi giorni del 1954 sarebbe nata la tivvù, che avremmo visto quanto, più o meno, ascoltavamo radiofonicamente. All’immaginazione di un cantante o di un lettore di notizie, si sarebbe sostituita l’immagine vera e propria. Io lo scoprii perché i primi mesi del 1954, in piazza, il rivenditore dei prodotti Telefunken, Mercurio Fornaciari, aveva piazzato un apparecchio che, sulle prime, non sapevamo casa fosse. Decine e decine di bambini, ma soprattutto di “grandi” eravamo attorno, in piazza Nunziante, di fronte al negozio di elettrodomestici di Fornaciari. E la nostra, grande, immensa sorpresa, fu che vedevamo in tv le immagini di uomini e donne in carne ed ossa che parlavano a noi. Che meraviglia. “Ah guardate voi, che progresso” era il mormorio della gente che non se ne voleva andare, che stava fino a quando il signor Fornaciari non staccava la spina e spegneva il televisore. E l’indomani, puntuali, tutti là a guardare, rigorosamente in bianco e nero, le immagini che la il televisore trasmetteva. “Ma sono immagini vere? E’ un film? Mah, guarda tu! Man mano che i giorni passavano l’idea del televisore che era possibile acquistare e portare a casa si faceva strada. E chi se lo poteva permettere? In molti non azzardavano neanche a chiedere il costo. Ed allora? Per prendere confidenza col mezzo televisivo, con mio padre e mia madre andammo per qualche mese a casa di Pasqualino Ferro, un nostro cugino che aveva osato fare la spesa. Eravamo tanti che, il nostro parente benestante non aveva le sedie ed i bambini eravamo costretti ad “accorcorarci” per terra. E cosa vedevamo? In tanti ricordano, ma in molti un po’ meno. Vedevamo Mike Bongiorno ed il suo “Lascia o raddoppia!” Affascinante, è vero. Come meno impegnativo e più divertente era “Il Musichiere” di Mario Riva. Trasmissioni che abbiamo cominciato a vedere “fuori casa”: il freddo per raggiungere casa Ferro non lo sentivamo perché eravamo presi dalla novità del televisore.  Insomma, ci piaceva. La propaganda del rivenditore Telefunken era servita, eccome! Nel giro di qualche mese, Mercurio Fornaciari aveva venduto una ventina di televisori e, con questa scusa, anche qualche frigorifero. Il tutto rigorosamente a cambiali che, puntualmente, a fine mese, (quasi) tutti pagavamo all’agenzia della Cassa di Risparmio che, cinquant’anni fa, affidata a Peppino Falduti, c’era. Ed oggi, invece, pur non chiamandosi più Ca.ri.Cal, non c’è più. E’ stata, inspiegabilmente smantellata dalla direzione della nuova Banca, costringendo i cittadini ad andare a Rosarno o a Gioia Tauro. Il progresso del granchio! Cinquant’anni fa c’era “la moda del dì”, un negozio di abbigliamento di Tanino Campisi, tre o quattro negozi di elettrodomestici, due pompe di benzina, un servizio di auto a nolo, officine di tutti i tipi, falegnami ed ebanisti (Ciao, caro Filippo!). In compenso, abbiamo il porto a 500 metri dal centro abitato. Un porto pomposamente ricco di… parole, con annesse baraccopoli e tendopoli. C’è anche “Lascia o raddoppia” ma che vive solo nei nostri ricordi! Almeno, questi, non fanno progressi, visto che ne parliamo!

Gregorio Corigliano